Hugging Face aggiorna il caso: attacco ai sistemi di produzione da un dataset malevolo

Hugging Face: violazione dei sistemi in produzione partita da un dataset malevolo

Nelle ultime ore Hugging Face, la piattaforma usata per modelli, dataset e applicazioni di intelligenza artificiale, ha fatto sapere che un agente software autonomo potrebbe aver compromesso i sistemi di produzione passando da un dataset malevolo. In base a quanto pubblicato dall’azienda, l’attacco sarebbe partito da un contenuto caricato sulla piattaforma e sarebbe poi arrivato fino a dati interni e credenziali di servizio. Hugging Face aggiunge di non aver trovato prove di manomissione di modelli pubblici, dataset o applicazioni rivolte agli utenti, ma anche che l’analisi forense non è ancora conclusa.

Il caso colpisce per un motivo molto semplice: mostra quanto le pipeline dei dati possano trasformarsi in un punto d’ingresso critico. Per ora Hugging Face non ha aggiunto altro rispetto a quanto già reso pubblico e non esistono indicazioni aperte sugli autori, su possibili affiliazioni o sul movente dell’operazione. La società ribadisce di non aver individuato segni di alterazione nei modelli pubblici, nei dataset o nelle applicazioni rivolte agli utenti, ma avverte anche che l’indagine è ancora in corso e che il perimetro completo dell’incidente resta da definire.

Come è avvenuta la violazione di Hugging Face

I dettagli tecnici condivisi da Hugging Face, però, indicano una traiettoria abbastanza chiara. L’intrusione iniziale sarebbe stata resa possibile da un dataset preparato apposta per sfruttare due percorsi di esecuzione del codice nella pipeline di elaborazione dati della piattaforma. Da lì, stando alla ricostruzione diffusa dall’azienda, l’agente avrebbe ottenuto il primo accesso all’ambiente di produzione.

Una volta dentro, l’attaccante avrebbe alzato i privilegi, raccolto credenziali e si sarebbe spostato lateralmente tra diversi cluster interni. Hugging Face riferisce che l’attività si sarebbe sviluppata nel corso di un weekend e avrebbe compreso migliaia di azioni eseguite tramite sandbox temporanee e un’infrastruttura di comando e controllo in grado di migrare autonomamente su servizi pubblici.

Quello che emerge dalla ricostruzione pubblicata da Hugging Face non è il quadro di un exploit singolo e circoscritto. Sembra piuttosto una catena di compromissione completa: accesso iniziale, escalation dei privilegi, persistenza operativa, riutilizzo delle credenziali interne.

Cosa sappiamo su impatto e contenimento

Hugging Face sostiene di aver rilevato e contenuto l’incidente a metà luglio 2026. L’azienda dice di aver chiuso le vulnerabilità sfruttate, ricostruito i sistemi compromessi, revocato le credenziali coinvolte e rafforzato il monitoraggio dell’infrastruttura.

Come misura precauzionale, Hugging Face ha anche consigliato agli utenti di rigenerare i propri token di accesso. È un’indicazione che pesa soprattutto per sviluppatori, team di ricerca e aziende che integrano Hugging Face nei propri flussi di lavoro automatizzati. Se la piattaforma entra nelle tue pipeline interne o nei processi CI/CD, questo avviso va preso sul serio.

Per ora, l’elemento più rassicurante nel messaggio diffuso da Hugging Face è che gli asset pubblici non risultano alterati. Resta però un punto difficile da ignorare: la presenza di credenziali interne tra gli elementi raggiunti dall’attacco. Per come l’ha descritta la stessa azienda, la vicenda ha il profilo di una compromissione seria, non di un abuso confinato a una sola componente.

Un campanello d’allarme per la sicurezza delle pipeline dati

L’episodio riporta al centro la sicurezza della supply chain dei modelli e, forse ancora di più, quella dei dataset. Se davvero il punto d’ingresso è passato da contenuti caricati dagli utenti, allora la questione non riguarda soltanto la difesa del perimetro esterno. Riguarda anche il modo in cui file, metadati e processi di analisi vengono eseguiti dentro ambienti produttivi.

Per diversi esperti del settore, “incidenti di questo tipo indicano che agenti autonomi sempre più sofisticati possono ormai condurre campagne complete con un intervento umano minimo”. Da qui l’invito a trattarli come veri insider digitali, con controlli più stretti, privilegi ridotti e ambienti operativi molto meno permissivi.

Resta aperto, invece, il capitolo dell’attribuzione. Al momento non ci sono indicazioni pubbliche sugli autori, su eventuali affiliazioni o sul movente dell’operazione. E qui si apre anche un problema etico: si può davvero accettare che una pipeline dati, ormai così centrale, possa trasformare un semplice contenuto caricato dagli utenti in un insider digitale capace di muoversi dentro i sistemi di produzione?

CrashStealer su Mac: un falso avviso Apple può svuotare il Portachiavi

CrashStealer: il malware per Mac che ruba password, dati del Portachiavi e wallet crypto

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Nelle ultime ore Jamf Threat Labs ha fatto circolare un’ipotesi piuttosto pesante: CrashStealer, un malware per Mac, potrebbe essere stato usato per colpire utenti macOS e sottrarre password, dati dei browser, contenuti del Portachiavi di Apple e wallet di criptovalute. Dall’analisi rilanciata dai ricercatori emerge che la minaccia si presenta come CrashReporter, un componente vero di macOS, e mostra una falsa richiesta della password di sistema per spingerti a consegnare, di fatto, le chiavi del tuo Mac.

CrashStealer su Mac: come avviene il furto delle password

Jamf Threat Labs ha pubblicato diversi elementi che vanno in questa direzione.

Se inserisci la password nella finestra contraffatta, il malware, stando all’analisi, non si limita a memorizzarla. Prima la verifica in locale, poi la usa per aprire il Portachiavi di macOS, cioè l’archivio in cui il sistema conserva password, credenziali, certificati e altri dati sensibili.

A quel punto, una volta sbloccato il Portachiavi, i dati vengono raccolti e inviati verso un server sotto il controllo degli attaccanti.

Nel bottino possono finire anche le informazioni salvate nei browser e nei wallet crypto, sempre secondo Jamf Threat Labs. Basta un solo click, insomma, per trasformare l’inganno iniziale in una compromissione molto più ampia della tua identità digitale.

Sul piano tecnico c’è anche un dettaglio che lo distingue da altre minacce per macOS: CrashStealer, spiegano i ricercatori, è scritto in C++, non con il più comune approccio basato su AppleScript già visto altrove. In più i dati sottratti vengono cifrati con AES-GCM prima di essere trasmessi, una scelta che rende l’analisi più difficile e fa pensare a un’operazione costruita con una certa cura.

La diffusione tramite la falsa app Werkbit

Per la distribuzione del malware entra in gioco un dropper chiamato Werkbit, presentato come software per la collaborazione o per le videoriunioni.

Nome, interfaccia e sito collegato a Werkbit, sempre stando a Jamf Threat Labs, sono stati messi insieme proprio per sembrare plausibili. Anche il dominio, registrato da poco, era comunque abbastanza credibile da non far scattare subito l’allarme.

C’è poi un dettaglio che colpisce: il download di Werkbit era protetto da PIN.

Questo fa pensare a una distribuzione controllata, forse rivolta a bersagli specifici. Una scelta utile sia a limitare l’esposizione pubblica della campagna sia a complicare il lavoro dei ricercatori di sicurezza.

Apple notarizzazione, Gatekeeper e i limiti delle difese automatiche

Uno dei punti più delicati dell’intera vicenda è un altro: secondo Jamf Threat Labs, la campagna avrebbe sfruttato un installer notarizzato da Apple.

In pratica il file malevolo riusciva a passare con maggiore facilità i controlli di Gatekeeper, cioè il sistema di macOS pensato per bloccare il software non affidabile.

Per ora Apple non ha aggiunto commenti oltre ai fatti già emersi pubblicamente, anche se dopo la segnalazione ha revocato il Developer ID usato per firmare il pacchetto.

Resta comunque un dato difficile da ignorare: questo episodio mostra che anche i meccanismi di fiducia della piattaforma possono essere piegati a usi impropri, almeno per un certo periodo, da operatori malevoli abbastanza preparati.

Cosa si sa e cosa resta ancora poco chiaro

Jamf Threat Labs colloca questa campagna dentro una crescita più ampia dei malware infostealer per Mac osservata nel 2024.

Restano però diversi vuoti. Non si conoscono ancora l’attribuzione, il numero delle vittime, l’area geografica colpita né l’esca iniziale usata per convincere gli utenti a scaricare Werkbit.

Per chi usa un Mac, il consiglio più immediato è uno: diffidare dalle richieste di password inattese, anche quando sembrano arrivare da Apple, controllare sempre da dove provengono le app scaricate e lasciare attive le protezioni di sistema.

Qui l’attacco funziona proprio perché sfrutta la fiducia che l’aspetto di macOS tende a trasmettere.

E allora resta una domanda, più scomoda che tecnica: è accettabile che perfino notarization e Gatekeeper possano essere abusati per spingerti a consegnare la password del tuo Mac?

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Xiaomi Sky Nomad è ufficiale: la nuova gamma di SUV familiari

Xiaomi Sky Nomad: ufficiale la nuova famiglia di SUV per le famiglie

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L’8 luglio 2026 Xiaomi ha tolto il velo a Sky Nomad, la nuova gamma di SUV familiari del gruppo cinese e seconda linea automobilistica dopo le serie SU7 e YU7. Per l’azienda è una mossa strategica: entra sia nel segmento cinese dei grandi SUV pensati per la famiglia sia in quello delle EREV. Il tutto mentre il gruppo continua a puntare a 550.000 consegne auto nel 2026 ma, stando ai numeri diffusi dalla stessa Xiaomi, nel primo semestre si è fermato a circa 185.000 unità.

Il mercato cinese dei grandi SUV familiari, oggi, è tra quelli che rendono di più.

L’arrivo di Xiaomi Sky Nomad cade anche in una fase tutt’altro che semplice per il gruppo. L’obiettivo dichiarato resta quello delle 550.000 consegne auto nel 2026, ma nei primi sei mesi dell’anno Xiaomi si è fermata a circa 185.000 unità. E nel primo trimestre la divisione EV ha messo a bilancio una perdita operativa da 3,1 miliardi di yuan.

Xiaomi Sky Nomad: il nuovo SUV di famiglia cambia strada rispetto a SU7 e YU7

Sky Nomad prende nettamente le distanze da SU7 e YU7. Lei Jun lo ha detto in modo chiaro: quelle restano “auto per chi guida”, mentre Xiaomi Sky Nomad viene raccontata come uno “spazio abitativo mobile”, quindi più flessibile e molto più centrato sulla vita a bordo.

In Cina la serie verrà commercializzata con il nome Xiaomi Pengcheng. Un dettaglio che pesa, perché lascia intuire una possibile strategia legata a un sub-brand dedicato.

Cambia rotta anche sul piano tecnico e commerciale. Fin qui Xiaomi aveva spinto solo su modelli completamente elettrici; con Sky Nomad, invece, mette piede nel mondo delle EREV, cioè le elettriche ad autonomia estesa che in Cina stanno convincendo tante famiglie grazie a una maggiore praticità quando si affrontano viaggi lunghi.

Il primo modello sarà l’N90: più di 5,3 metri, fino a sette posti e schema EREV

Il primo modello della gamma, indicato internamente come Kunlun N3 e atteso sul mercato con il nome N90, sarà un SUV full-size lungo oltre 5,3 metri, con un passo di 3,1 metri. In programma ci sono configurazioni sia a cinque sia a sette posti.

Sotto la carrozzeria ci sarà un’impostazione diversa da quella vista finora sulle auto Xiaomi: un motore 1.5 turbo farà solo da generatore per alimentare il sistema elettrico, senza trasmettere direttamente motricità alle ruote.

La batteria dovrebbe andare oltre 70 kWh. L’autonomia in modalità elettrica viene stimata fra 400 e 500 km, mentre quella complessiva supererebbe i 1.500 km.

Xiaomi Sky Nomad nasce sulla nuova architettura Kunlun, sviluppata nell’arco di circa tre anni e mezzo e avviata all’inizio del 2023.

La piattaforma promette un pavimento completamente piatto e sedili montati su guide molto lunghe, studiati per supportare diverse configurazioni interne e un abitacolo più trasformabile di quello dei SUV tradizionali. Colpisce proprio questa soluzione dei sedili su binari estesi, perché rende l’interno molto più flessibile rispetto a quello dei SUV classici.

Design più squadrato, LiDAR sul tetto e accessori pensati anche per il campeggio

Sul piano del design, l’N90 si stacca dalle linee filanti delle berline Xiaomi e sceglie una silhouette più alta, più squadrata.

Fra gli elementi attesi ci sono il LiDAR sul tetto, le pedane laterali elettriche a scomparsa e, su alcune versioni a sette posti, perfino una tenda integrata sul tetto. Una scelta che va nella stessa direzione della crescita del turismo outdoor e del campeggio in Cina.

Le somiglianze con altri grandi SUV familiari cinesi già in vendita si notano, ma l’N90 sembra spingersi un po’ oltre quando si parla di abitacolo trasformabile e di spazio pensato davvero per essere vissuto all’interno del veicolo.

Prezzo aggressivo e peso strategico per il 2026

Il prezzo d’attacco dovrebbe aggirarsi sui 200.000 yuan, una soglia che permetterebbe a Xiaomi di posizionarsi sotto rivali come Li Auto L9 e Aito M9, entrambi oltre quota 250.000 yuan in uno dei segmenti più contesi del mercato locale.

C’è poi un altro punto, e conta parecchio: i tempi. Il 10 giugno 2026 il Ministero cinese dell’Industria e dell’Information Technology ha approvato la produzione di veicoli a autonomia estesa nello stabilimento Xiaomi di Pechino.

Detta in modo semplice, Xiaomi Sky Nomad non è soltanto una nuova famiglia di SUV. È anche il progetto da cui potrebbe dipendere la velocità con cui Xiaomi passerà da promessa dell’auto connessa a presenza davvero centrale nel mercato cinese.

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Instagram porta ora Your Algorithm al centro: più controllo sul feed

Instagram: “Your Algorithm” vuole diventare una funzione centrale dell’app

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Instagram vuole portare “Your Algorithm”, la funzione che consente di regolare i temi che pesano sui suggerimenti del feed, fuori dalle impostazioni nascoste e dentro l’esperienza quotidiana dell’app. Lo ha spiegato il responsabile della piattaforma, Adam Mosseri, dicendo di voler rendere molto più visibile il controllo sugli argomenti che influenzano le raccomandazioni.

L’idea che Instagram sta cercando di far passare è piuttosto diretta: se quello che ti appare non ti interessa, dovresti poterlo correggere senza dover scavare nei menu.

Instagram cambia il feed: “Your Algorithm” arriva nei punti chiave dell’app

La novità, più che nella presenza di “Your Algorithm”, sta nel posto che Instagram vuole darle. Finora questa funzione è rimasta abbastanza nascosta. Adesso il piano è portarla nei punti principali della navigazione, quelli che usi ogni giorno.

Tra i prototipi mostrati da Adam Mosseri c’è uno swipe verso il basso nel feed principale per aprire il menu “Your Algorithm”, un invito a scorrere verso l’alto nei Reels e pulsanti direttamente sui singoli video per chiedere più contenuti simili o, al contrario, meno.

C’è poi un aspetto interessante nei controlli applicati ai singoli contenuti: puoi intervenire sui suggerimenti mentre stai ancora guardando quel post o quel video, senza dover uscire e andare a cercare l’impostazione giusta altrove.

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Mosseri ha chiarito che alcune di queste opzioni sono già in fase di test, altre dovrebbero arrivare a breve, mentre altre ancora potrebbero anche non vedere mai un lancio pubblico. Il punto, però, si capisce bene: Instagram non vuole fermarsi al vecchio segnale implicito del “mi piace” o “non mi piace”. Vuole dare controlli più espliciti, nel momento stesso in cui l’utente sta guardando i contenuti.

Come funziona oggi tra Feed, Reels ed Esplora

Stando a quanto dice Instagram, “Your Algorithm” è comparso prima su Reels, alla fine del 2025, per poi estendersi a Esplora e infine al feed principale. La funzione mostra un riepilogo automatico degli argomenti che stanno orientando le raccomandazioni e permette di modificarli.

Sempre secondo la piattaforma, i cambiamenti valgono allo stesso tempo per Feed, Reels ed Esplora. Se scegli di vedere meno contenuti legati a un certo tema, l’effetto dovrebbe comparire in tutte le sezioni principali dell’app, non soltanto in uno spazio separato.

L’obiettivo è rendere il sistema un po’ più leggibile e darti la sensazione di avere più voce in capitolo, anche se il modello basato sulle raccomandazioni resta lì, intatto.

Più trasparenza, ma il nodo del feed cronologico resta

Ed è qui che si vede la frizione più chiara. Sotto il post di Adam Mosseri, molte risposte hanno riportato a galla una richiesta che su Instagram torna da anni: vedere soprattutto i post degli account che si seguono già, in ordine cronologico.

Per una parte degli utenti, quindi, il punto non è solo “addestrare” meglio l’algoritmo. È ridurre il peso della scoperta automatica. Il parallelo con TikTok e YouTube Shorts è abbastanza evidente, visto che su quelle piattaforme i contenuti di account non seguiti occupano uno spazio centrale, e Instagram non sembra avere intenzione di allontanarsi da quel modello.

La piattaforma, insomma, sta provando a concedere più margine di intervento agli utenti senza mettere davvero in discussione il sistema che oggi domina questo settore.

Pressioni normative e un impatto ancora tutto da misurare

Questa mossa si inserisce anche in un trend più ampio. Le piattaforme stanno aggiungendo strumenti per resettare o regolare le raccomandazioni, anche perché dalle autorità europee arrivano pressioni precise: più trasparenza e più opzioni di visualizzazione gestite direttamente dagli utenti.

Resta da capire quanto tutto questo cambierà davvero l’esperienza, soprattutto su larga scala. Le dimensioni del fenomeno sono enormi, ma per ora non ci sono ancora prove solide sugli effetti di lungo periodo di “Your Algorithm” sulla soddisfazione degli utenti, sui creator e sui mercati al di fuori di Stati Uniti ed Europa.

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