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Author: Alyssa Lavinia Dellosa

{ "social": { "email": "content.reviewer8@ext.softonic.com", "facebook": "", "twitter": "", "linkedin": "https:\/\/www.linkedin.com\/in\/alyssadellosa19\/" }, "ja-JP": "", "de-DE": "Alyssa Dellosa ist eine philippinische Produktinformationsspezialistin mit einem Abschluss in Pädagogik, die Menschen gerne dabei hilft, Technologie zu verstehen. Sie schreibt technische Produktblogs, korrigiert Artikel und verfasst ansprechende Social-Media-Beiträge.", "en-US": "Alyssa Dellosa is a Filipina Product Information Specialist with a degree in Education who loves helping people make sense of technology. Her path in content creation has led her through writing technical product blogs, proofreading articles in fields like home improvement, and crafting engaging captions for social media.", "es-ES": "Alyssa Dellosa es una especialista filipina en Información de Productos con licenciatura en Educación que disfruta ayudar a la gente a entender la tecnología. Escribe blogs técnicos sobre productos, corrige artículos y crea contenido cautivador para redes sociales.", "fr-FR": "Alyssa Dellosa est une spécialiste en information produit d'origine philippine, diplômée en éducation, passionnée par rendre la technologie accessible à tous. Elle rédige des articles techniques sur les produits, révise des contenus et crée des textes engageants pour les réseaux sociaux.", "it-IT": "Alyssa Dellosa è una specialista filipina di informazioni sui prodotti con una laurea in Pedagogia che adora aiutare le persone a comprendere la tecnologia. Scrive blog tecnici su prodotti, corregge articoli e crea didascalie accattivanti per i social media.", "nl-NL": "Alyssa Dellosa is een Filipijnse Product Information Specialist met een achtergrond in Educatie die graag mensen helpt technologie beter te begrijpen. Ze schrijft technische productblogs, corrigeert artikelen en maakt aantrekkelijke social media-posts.", "pl-PL": "Alyssa Dellosa to filipińska specjalistka ds. informacji o produktach z dyplomem w dziedzinie edukacji, która uwielbia pomagać ludziom zrozumieć technologię.", "pt-BR": "Alyssa Dellosa é uma Especialista em Informações de Produtos filipina com formação em Educação que adora ajudar as pessoas a entender tecnologia." }

Anthropic sotto accusa negli USA: class action sui limiti di Claude Max

Anthropic sotto accusa negli USA: class action sui limiti di Claude Max

Anthropic: negli USA una class action punta ai limiti degli abbonamenti Claude Max

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Anthropic si ritrova in queste ore al centro di una richiesta di class action negli Stati Uniti che riguarda i limiti previsti dagli abbonamenti premium Claude Max. Nella causa, depositata presso il tribunale federale del Northern District of California, si sostiene che l’azienda abbia dato ai clienti un quadro fuorviante dei livelli di utilizzo davvero compresi nei piani più costosi.

La contestazione riguarda soprattutto Claude Max 5x e Claude Max 20x, che Anthropic presenta come formule con una capacità molto più alta rispetto al piano Claude Pro.

Secondo i ricorrenti, però, una volta passati dall’annuncio all’uso concreto, il divario sarebbe molto meno ampio di quello suggerito dalla comunicazione commerciale di Anthropic.

Anthropic sotto accusa per i piani Claude Max

Anthropic offre Claude Pro a circa 17-20 dollari al mese. Claude Max 5x costa 100 dollari mensili, mentre Claude Max 20x sale fino a 200 dollari al mese.

Nelle pagine promozionali dell’azienda, questi due piani vengono descritti come opzioni che garantiscono, rispettivamente, 5 volte e 20 volte l’utilizzo del piano Claude Pro.

Secondo la denuncia, però, i numeri non tornano.

Stando alla causa, il piano Claude Max 20x assicurerebbe in realtà solo circa 6-8 volte l’utilizzo del piano Claude Pro, quindi molto meno di quanto lasciato intendere.

E anche Claude Max 5x, sempre secondo quanto riportato negli atti, arriverebbe più o meno a 3,5 volte il livello del piano Claude Pro, non a 5 volte.

Il caso del cliente che avrebbe finito il limite troppo presto

Il principale querelante, Karl Kahn, viene presentato nella causa come un utente che usa Claude soprattutto per programmare.

Dopo il passaggio al piano Claude Max 20x, Kahn racconta di aver raggiunto i limiti settimanali in tempi molto rapidi, parecchio prima di quanto ci si aspetterebbe leggendo il marketing del servizio.

Tra gli episodi citati nella causa ce n’è uno molto preciso: una singola sessione di circa cinque ore avrebbe consumato il 15% del tetto settimanale.

Per il ricorrente, basta questo per mettere in dubbio la promessa commerciale del piano da 200 dollari al mese, che a suo dire non offrirebbe affatto il margine d’uso che il nome del prodotto e il modo in cui viene promosso fanno immaginare.

Il nodo della trasparenza sui consumi

C’è poi un altro punto, ed è centrale: il modo in cui Anthropic calcolerebbe l’utilizzo. Secondo la causa, l’azienda non spiega con chiarezza come vengono conteggiati i consumi. Per gli abbonati, quindi, diventa difficile capire quanto durerà davvero il proprio plafond o verificarlo in modo affidabile.

Ed è qui che, secondo i legali dei ricorrenti, la questione diventa particolarmente delicata sul piano della tutela dei consumatori. In sostanza, chi paga di più non avrebbe strumenti sufficienti per capire che cosa stia comprando davvero.

La causa chiede rimborsi per gli utenti dei piani Claude Max 5x e Claude Max 20x a partire da aprile 2025. Inoltre mira a ottenere una pronuncia che qualifichi il marketing di Anthropic come fraudolento secondo le norme a tutela dei consumatori.

Per ora, Anthropic non ha rilasciato commenti pubblici sulla vicenda.

Perché questa causa potrebbe avere effetti più ampi

Il caso arriva in un momento in cui l’attenzione sui limiti d’uso poco chiari nei servizi in abbonamento sta crescendo.

Negli Stati Uniti, per esempio, il Connecticut ha già approvato una legge che entrerà in vigore il 1° ottobre e obbligherà le aziende a dichiarare i limiti di utilizzo prima della sottoscrizione.

Se la causa contro Anthropic dovesse andare avanti, potrebbe trasformarsi in un banco di prova importante per capire fino a che punto le piattaforme possano spingersi nel vendere piani “potenziati” senza spiegare con precisione come vengono misurati i consumi reali.

La domanda, a quel punto, non riguarda più soltanto l’aspetto tecnico: fino a che punto è accettabile far pagare di più un servizio se il cliente non ha un modo chiaro per capire quanto sta comprando davvero?

Author Alyssa Lavinia DellosaPosted on June 19, 2026June 19, 2026Categories Notizie

Snap Specs: debutto ufficiale, preordini già aperti per l’autunno 2026

Snap Specs: debutto ufficiale, preordini già aperti per l’autunno 2026

Snap ha presentato oggi i suoi nuovi occhiali AR per la realtà aumentata pensati per arrivare al grande pubblico. Costano 2.195 dollari, si possono già preordinare lasciando un deposito rimborsabile di 200 dollari e le prime consegne sono fissate per l’autunno del 2026 negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Francia. Basta però guardare il prezzo, insieme ad alcune specifiche ancora mancanti, per capire subito il punto: almeno all’inizio, gli occhiali AR di Snap parleranno soprattutto agli early adopter.

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Il mercato degli smart glasses continua ad allargarsi e, con Specs, Snap prova finalmente a portare fuori dai laboratori anni di prove in un prodotto consumer vero e proprio.

Snap Specs: prezzo, disponibilità e cosa sappiamo dei nuovi occhiali AR

La promessa di Snap è abbastanza netta: Specs non sono pensati come un accessorio da affiancare allo smartphone. Non serve tenere un telefono sempre collegato, non c’è un’unità di calcolo esterna da portarsi dietro e non ci sono cavi. L’idea, almeno sulla carta, è quella di offrire un’esperienza del tutto autonoma.

Dentro ci sono due chip Qualcomm Snapdragon: uno gestisce il sistema operativo e le app, l’altro si occupa della computer vision.

Sul piano hardware, Snap parla di un campo visivo diagonale di 51 gradi, 16 milioni di colori e un peso di 132 o 136 grammi, in base alla taglia scelta. L’autonomia dichiarata è di circa 4 ore di utilizzo continuo, mentre la custodia di ricarica dovrebbe aggiungere fino a 20 ore extra.

C’è però un dettaglio che non passa inosservato. In altri materiali diffusi da Snap compare anche la formula “fino a 4 ore”, e non è la stessa cosa. Nella vita quotidiana questa differenza può pesare parecchio.

Software, traduzioni in tempo reale ed esperienze condivise

Più che sulla scheda tecnica pura, Snap sembra voler giocare la sua partita sul software. Specs integra, sempre secondo l’azienda, un assistente contestuale sviluppato grazie alla collaborazione con OpenAI e Google. Dovrebbe essere in grado di rispondere a domande su ciò che stai guardando, tradurre testo e voce in tempo reale e mostrarti informazioni senza passare ogni volta dallo smartphone.

Il cuore del progetto, insomma, sta lì: assistenza contestuale, traduzioni in tempo reale ed esperienze condivise. C’è anche EyeConnect, una funzione che, a quanto dice Snap, permette a due persone che indossano gli occhiali di attivare contenuti multiplayer semplicemente incrociando lo sguardo.

È una delle idee con cui Snap prova a far percepire questi occhiali come qualcosa di diverso dal solito visore: una forma di computing più sociale, meno isolante, più vicina a un oggetto da usare insieme ad altri che da vivere da soli.

Le specifiche che mancano e i dubbi su privacy e mercato

Nonostante il debutto ufficiale, Snap non ha ancora comunicato risoluzione e luminosità del display, refresh rate, RAM, spazio di archiviazione e specifiche delle fotocamere. Per un dispositivo da 2.195 dollari non sono mancanze secondarie, e rendono anche meno immediato il confronto con rivali e alternative.

Sul fronte della privacy, gli occhiali includono un LED che segnala quando è in corso una registrazione e, sempre secondo Snap, varie protezioni basate sull’elaborazione in locale. Le somiglianze con i Ray-Ban Meta si vedono, ma Specs sembra voler spingere un po’ più avanti il discorso della realtà aumentata autonoma.

Resta comunque il dubbio più pratico: quanto sarà davvero visibile quell’indicatore nelle condizioni d’uso reali? Potrebbe essere un compromesso accettabile per guadagnare un po’ di privacy in più, sempre che il sistema faccia davvero quello che promette.

Snap, da parte sua, non racconta Specs come il rivale diretto di un singolo prodotto, ma come un oggetto nuovo, a metà tra smart glasses e visori immersivi. Più che una semplice alternativa ad Apple Vision Pro, nella visione di Snap dovrebbe occupare uno spazio diverso: quello tra wearable leggero e piattaforma AR costruita attorno alla socialità.

Il mercato si sta allargando, sì, ma tra modelli più accessibili e proposte premium come Apple Vision Pro, un prezzo d’ingresso del genere rischia comunque di frenare la diffusione.

Snap spera di dare forza al proprio ecosistema con Lens Studio e sostiene che siano già state sviluppate centinaia di Lenses. Il lancio passa anche attraverso Specs Inc., una controllata creata a gennaio, e arriva in una fase in cui l’azienda deve fare i conti con forti pressioni finanziarie: dopo il taglio di circa 1.000 posti di lavoro e la chiusura di oltre 300 posizioni aperte, secondo quanto comunicato da Snap, il piano punta a risparmiare più di 500 milioni di dollari l’anno.

Author Alyssa Lavinia DellosaPosted on June 17, 2026June 18, 2026Categories Notizie

OpenAI verso l’Ipo: brucia 3,7 miliardi di dollari in tre mesi

OpenAI verso l’Ipo: brucia 3,7 miliardi di dollari in tre mesi

OpenAI: 5,7 miliardi di ricavi nel trimestre, ma consuma 3,7 miliardi di cassa

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Stando a quanto riportato da The Information, che cita documenti condivisi con gli azionisti, OpenAI avrebbe chiuso il primo trimestre del 2026 con 5,7 miliardi di dollari di ricavi e un cash burn di 3,7 miliardi. Sullo sfondo, intanto, si fanno sempre più insistenti le voci su una possibile quotazione negli Stati Uniti.

Dell’Ipo di OpenAI si parla da mesi. Ora, però, l’ipotesi sembra un po’ meno lontana.

Nei documenti richiamati dal report compaiono numeri pesanti: più della metà di quanto incassato nel trimestre sarebbe stata assorbita dalle uscite di cassa.

E il dato sul cash burn pesa ancora di più perché arriverebbe proprio mentre OpenAI sembrerebbe avvicinarsi al mercato azionario, con una quotazione negli Stati Uniti che, secondo le indiscrezioni circolate negli ultimi mesi, potrebbe arrivare già a settembre.

Il punto, comunque, non riguarda solo la dimensione delle perdite.

Microsoft Copilot
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Sempre secondo The Information, sia i ricavi sia i costi sarebbero triplicati rispetto a un anno fa.

Per un’azienda che sta correndo a questa velocità, è un segnale che si presta a due letture. Da un lato conferma che la domanda è fortissima. Dall’altro suggerisce che la crescita non stia ancora producendo quei guadagni di efficienza che di solito gli investitori si aspettano quando un business comincia a entrare in una fase più matura.

Il nodo sarebbe proprio nel cuore del modello operativo.

A differenza di molti software tradizionali, ogni nuovo utente e ogni nuova richiesta porterebbero con sé costi computazionali elevati.

Se l’utilizzo sale, sale anche la spesa per infrastruttura, potenza di calcolo e gestione dei sistemi.

Tradotto: almeno per ora, avere più successo non vorrebbe dire automaticamente avere margini migliori.

Sul fronte della liquidità, però, OpenAI resterebbe in una posizione molto solida.

Secondo The Information, a fine marzo la società avrebbe avuto oltre 73 miliardi di dollari tra cassa e titoli negoziabili, in forte aumento rispetto ai circa 40 miliardi registrati a fine dicembre.

Quel salto, però, sempre stando alla ricostruzione di The Information, sarebbe dipeso soprattutto da un maxi round di finanziamento chiuso alla fine di marzo, che avrebbe portato la valutazione del gruppo a 852 miliardi di dollari, più che da cassa generata internamente.

Ed è proprio questo round a preparare il terreno per una fase ancora più delicata.

Secondo The Information, OpenAI avrebbe infatti presentato in via confidenziale i documenti per l’Ipo negli Stati Uniti, con una valutazione potenziale che potrebbe arrivare fino a 1.000 miliardi di dollari.

Un traguardo del genere cambierebbe parecchio le cose. Le perdite smetterebbero di essere un tema interno e diventerebbero una questione da mercato pubblico, con investitori e regolatori pronti a passare al setaccio conti, margini e prospettive di rendimento.

Tutto questo si inserirebbe in una strategia di investimenti enormi, peraltro nota da tempo.

Secondo i documenti citati da The Information, OpenAI avrebbe indicato di aspettarsi spese per decine di miliardi di dollari all’anno tra ricerca, calcolo e infrastruttura, senza mettere in conto la redditività prima della fine del decennio.

Nel 2025, secondo le ricostruzioni emerse negli ultimi mesi, la spesa sarebbe salita a 34 miliardi di dollari, con una perdita netta intorno ai 39 miliardi.

Circa 30 miliardi, però, sarebbero riconducibili a una voce straordinaria di ristrutturazione, non monetaria.

A complicare ancora di più il percorso verso profitti più solidi ci sarebbe anche la concorrenza.

Secondo indiscrezioni emerse dalle ricerche di settore, OpenAI starebbe valutando tagli aggressivi ai prezzi dei modelli per difendere le proprie quote di mercato da rivali come Anthropic.

Se questa strategia venisse confermata, i ricavi potrebbero continuare a crescere, ma con margini sotto pressione per ancora più tempo.

Per ora va detto con chiarezza: questi numeri non sono stati confermati pubblicamente dalla società.

OpenAI non ha commentato nel dettaglio le cifre riportate da The Information.

Quindi, al momento, siamo ancora nel campo delle indiscrezioni.

Adesso resta da capire se OpenAI arriverà davvero all’Ipo negli Stati Uniti con conti di questo tipo e se una corsa così rapida riuscirà poi a diventare un business davvero sostenibile.

Fonte e immagini: The Information

Author Alyssa Lavinia DellosaPosted on June 17, 2026June 17, 2026Categories Notizie

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