Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves 2: il sequel è già scritto, ma per ora non è confermato

Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves 2: il sequel c’è già sulla carta, ma non è ancora confermato

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Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves 2, seguito del film uscito nel 2023, è già stato scritto da Jonathan Goldstein e John Francis Daley. Il problema è che, a sentire Goldstein, il progetto non ha ancora ricevuto conferma per una ragione molto semplice: i conti devono tornare.

Se ti è piaciuto Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves, c’è una buona notizia. Jonathan Goldstein e John Francis Daley, che hanno co-scritto e co-diretto il primo film, un seguito l’hanno già messo nero su bianco. Quella meno incoraggiante è un’altra: la produzione non ha ancora dato il via libera, e il nodo sembra essere uno solo. I soldi.

Goldstein ha raccontato che il destino del sequel resta sospeso per “ragioni finanziarie”, facendo notare quanto costino produzioni di questo tipo. Alla fine il punto è sempre quello. Anche quando un film piace al pubblico e viene accolto bene dalla critica, per gli studios la scelta si riduce quasi sempre a una domanda molto meno romantica: conviene davvero farlo?

Il primo Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves, arrivato in sala nel 2023, ha incassato circa 208,2 milioni di dollari nel mondo, con un budget di produzione riportato intorno ai 150 milioni. Messa così, non basta per parlare di vero successo al botteghino, soprattutto se dentro ci metti anche marketing e distribuzione. Il film, insomma, è andato meglio nelle reazioni che negli incassi.

Ed è qui che sta tutto il paradosso: recensioni positive, ottimo passaparola, ma numeri non abbastanza forti da trasformarlo in automatico in un franchise cinematografico. Il film era piaciuto per l’umorismo, per il cast e soprattutto per come riusciva a portare sullo schermo quel tono avventuroso, un po’ imprevedibile e un po’ caotico, che poi è esattamente il sapore di una vera campagna di Dungeons & Dragons.

Anche il pubblico, col tempo, gli ha dato ragione. Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves ha trovato una seconda vita in streaming, segno che l’interesse non si è mai davvero spento. Però questo, da solo, non sempre basta a rimettere in equilibrio una partenza tiepida in sala. E quando si parla di blockbuster fantasy, il margine d’errore tende a essere molto più stretto.

Poi c’è un altro elemento che potrebbe avergli complicato la corsa: la data d’uscita. Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves è finito in mezzo a due colossi come John Wick: Chapter 4 e The Super Mario Bros. Movie. Non proprio la posizione ideale, e infatti è facile immaginare che quella finestra gli abbia tolto parecchio spazio al botteghino.

Una strada per arrivare al sequel, comunque, esiste. Passa da un budget più basso.

In passato, dai piani alti dello studio, era filtrata l’idea che un secondo capitolo potesse diventare davvero realistico solo con costi più contenuti. Non sappiamo se l’attuale dirigenza la pensi ancora così, ma resta l’ipotesi più credibile: fare un seguito meno costoso, così da abbassare il rischio economico.

Sul fronte creativo, invece, la voglia non manca per niente. Sia il cast sia gli autori hanno detto più volte che tornerebbero volentieri in questo mondo, e tra le idee circolate per un eventuale seguito ci sarebbero anche creature iconiche come il Beholder e l’Owlbear. Due nomi che, per chi ama il gioco, bastano già a far salire la curiosità.

Nel frattempo il franchise va avanti anche senza un secondo film. Dungeons & Dragons resta attivo sul versante live-action: il progetto TV The Forgotten Realms, nato inizialmente in casa Paramount, è passato a Netflix con Drew Crevello coinvolto come showrunner.

Per ora, comunque, una conferma ufficiale della produzione non c’è. Bisogna aspettare per capire se Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves 2 diventerà davvero un film. Il mondo di D&D sullo schermo non si è fermato; per rivedere Edgin, Holga e compagni in una nuova avventura cinematografica, però, servirà quasi la stessa cosa che serve a ogni party ben costruito: un piano che regga. Anche nei numeri.

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Fast & Furious, Sung Kang lo ammette: il finale torni alle origini

“È tutta una questione di famiglia”. Con queste parole Sung Kang, amatissimo volto di Han nella saga di Fast & Furious, ha riconosciuto nelle ultime ore che il franchise potrebbe aver “perso la strada, almeno in parte”, e ha chiesto un ritorno alle origini.

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Il punto ha colpito subito, perché va a toccare qualcosa che tra i fan si sente da tempo: dopo anni passati ad alzare sempre di più l’asticella dello spettacolo, in molti sperano che il capitolo finale torni a quello che aveva fatto della serie un vero fenomeno culturale.

Kang ha raccontato di voler portare nell’ultimo film anche la prospettiva ritrovata lavorando a Drifter, un progetto che gli ha permesso di riallacciare il rapporto con la comunità degli appassionati di auto.

L’idea, in fondo, è chiara: rimettere al centro l’anima di Fast & Furious legata alla cultura dell’auto, senza far finta che tutta la sua evoluzione in chiave blockbuster non sia mai esistita.

Fast & Furious, perché Sung Kang parla di ritorno alle origini

Per Sung Kang non si tratta di cancellare quello che la saga è diventata. Si tratta, semmai, di ricordarsi cosa la rendeva così coinvolgente all’inizio. Basta pensare ai primi capitoli e l’immaginario arriva da solo: street racing, piccoli crimini, rapporti personali, un senso di appartenenza fortissimo.

Poi la serie ha continuato a crescere, film dopo film, fino a diventare un franchise d’azione globale.

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Per molti fan, e anche per chi la saga l’ha seguita da vicino negli anni, il vero punto di svolta resta Fast Five.

Da lì in poi Fast & Furious ha sposato fino in fondo la formula dei colpi, dell’azione sempre più larga e delle trame da “salvare il mondo”. Al botteghino ha funzionato alla grande, ma insieme ai numeri sono aumentate anche le critiche di chi vedeva il brand allontanarsi sempre di più dalle sue radici.

Da Tokyo Drift ai miliardi al botteghino

La svolta, sul piano commerciale, ha pagato eccome. Secondo i dati del box office, la saga ha incassato oltre 7 miliardi di dollari nel mondo, e film come Furious 7 e The Fate of the Furious hanno superato entrambi il miliardo globale.

Eppure Fast X, pur confermando quanto il marchio resti forte, ha lasciato intravedere anche qualche segnale di affaticamento: incassi più bassi rispetto ad alcuni capitoli precedenti e recensioni miste, sempre guardando ai numeri del box office e all’accoglienza critica.

Dentro questa discussione Han continua a essere una figura centrale. Il personaggio di Sung Kang è arrivato per la prima volta in The Fast and the Furious: Tokyo Drift, un film che col tempo si è guadagnato lo status di cult proprio grazie al suo focus molto più netto sulla cultura automobilistica.

Se fai parte di quelli che sentono la mancanza del vecchio spirito della serie, si capisce senza troppi sforzi perché tanti fan vedano proprio in Tokyo Drift una delle forme più autentiche dell’identità originaria di Fast & Furious.

Il finale potrebbe essere più piccolo, ma più fedele allo spirito della serie

Stando a quanto riportano diverse fonti, il film conclusivo della saga principale, indicato per ora con il titolo provvisorio Fast Forever, sarebbe in sviluppo con un’impostazione più vicina alle origini.

Le indiscrezioni parlano di un budget intorno ai 200 milioni di dollari, quindi ben lontano dai circa 340 milioni attribuiti a Fast X, e di un ritorno a elementi più concreti: corse clandestine, colpi, tensioni su una scala più contenuta.

Anche tra il pubblico il confronto è apertissimo. C’è chi ama la deriva sempre più estrema della saga e chi, invece, si ritrova nelle parole di Sung Kang e chiede un finale più concentrato sulle auto, sulla famiglia scelta e su una posta emotiva vera, più che sul puro gigantismo spettacolare.

Su tutto, poi, continua a pesare l’eredità emotiva della saga, legata inevitabilmente anche alla scomparsa di Paul Walker.

Ed è anche per questo che le aspettative sono così alte. Non basta chiudere con l’ennesima maxi-sequenza d’azione. Per molti l’ultimo Fast & Furious dovrà ricordare al pubblico soprattutto una cosa: perché questa famiglia, ancora prima di diventare un franchise, è stata così importante.

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Untamed arriva in DVD e Blu-ray: edizione fisica entro tre mesi

“Untamed” uscirà anche in edizione fisica, in DVD e Blu-ray, entro circa tre mesi, con Warner Bros. Television a curarne la pubblicazione. Per chi segue la serie, la novità è semplice: la si potrà comprare su disco, senza dover passare per forza dallo streaming.

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E guardando al mercato home video, la notizia pesa anche di più. Quando un titolo nato per le piattaforme arriva sugli scaffali, oggi non è affatto scontato. Però succede, e ogni volta dice la stessa cosa: c’è ancora un pubblico che vuole possedere davvero ciò che guarda, senza restare appeso a licenze che cambiano, cataloghi che si svuotano o algoritmi che decidono cosa mostrare.

Al momento, il dato più concreto è proprio la finestra d’uscita, fissata in modo indicativo entro tre mesi. Della distribuzione si occuperà Warner Bros. Television, un nome che nel settore dei supporti fisici conta ancora parecchio, anche per via della rete messa in piedi con Studio Distribution Services, la joint venture con Universal che segue la distribuzione di Blu-ray, DVD e 4K UHD in Nord America.

C’è poi un altro elemento da considerare: Studio Distribution Services dà a Warner Bros. Television una macchina industriale già pronta, collaudata, fatta apposta per portare serie e film nei negozi in modo esteso e organizzato. Detto più chiaramente, per “Untamed” non si tratta di una comparsa simbolica su disco.

A prima vista può sembrare una scelta fuori tempo massimo, nell’epoca in cui tutto passa dallo streaming. In realtà si inserisce in una tendenza molto precisa. Il mercato dei supporti fisici sta mostrando piccoli segnali di ripresa, al punto che diversi analisti parlano di un “ritorno in stile vinile”.

Questo non vuol dire che DVD e Blu-ray torneranno a dominare il mercato.

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Vuol dire, più semplicemente, che uno spazio commerciale c’è ancora. Ed è uno spazio reale, soprattutto per edizioni premium e prodotti pensati anche per chi colleziona.

I motivi sono abbastanza evidenti: possedere il contenuto, avere spesso una qualità audio e video migliore rispetto allo streaming compresso, trovare extra che interessano davvero agli appassionati, e non dipendere troppo dai cambiamenti del catalogo digitale. A tenere viva questa domanda non ci sono solo i collezionisti di lunga data. Anche una parte del pubblico più giovane, Gen Z compresa, sta riscoprendo il senso di avere una copia fisica.

Per case di produzione e autori il vantaggio si vede subito. Un’uscita in DVD o Blu-ray aggiunge una fonte di ricavi e consente di sfruttare meglio titoli che online si sono già costruiti una fanbase solida.

L’arrivo di “Untamed” su disco, poi, si lega a un quadro più ampio: il western moderno sta passando un buon momento sulle piattaforme. Netflix, in particolare, continua a puntare sul genere, e i dati più recenti vanno in quella direzione.

Il reboot di “La casa nella prateria” è arrivato al primo posto globale con 9,8 milioni di visualizzazioni e 65 milioni di ore viste nella sua seconda settimana, secondo i dati diffusi da Netflix. Un risultato del genere fa capire che il pubblico continua a rispondere bene alle storie ambientate nel West, anche quando vengono ripensate per un modo di guardare più contemporaneo.

Per questo non sorprende che Netflix continui a spingere su questo filone con progetti come “American Primeval” e “The Abandons”. Dentro questo scenario, “Untamed” non sembra un caso isolato. Sembra piuttosto parte di una strategia più ampia: sfruttare il ritorno d’interesse per il western e, insieme, trasformare i successi nati nello streaming in prodotti capaci di avere una vita propria anche fuori dalla piattaforma.

Ride Or Die è già il titolo più visto su Prime Video negli USA: top 10 in 49 Paesi

Ride Or Die: è già il titolo più visto di Prime Video negli Stati Uniti

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Ride Or Die, arrivata su Prime Video il 15 luglio 2026, si è presa in pochissimo tempo il primo posto tra i titoli più visti della piattaforma negli Stati Uniti, almeno stando alle classifiche interne di Prime Video. La serie è entrata anche nella top 10 in 49 Paesi, sempre secondo gli stessi dati, e su Rotten Tomatoes ha già messo insieme un 96% di gradimento. Per una produzione uscita senza la macchina promozionale che di solito accompagna i lanci più grossi, non è poco.

E non è solo una questione di numeri.

Anche la critica si è mossa subito nella stessa direzione: Ride Or Die ha raccolto quel 96% su Rotten Tomatoes, con recensioni che la definiscono divertente, dinamica e piena di energia. Per Prime Video è una partenza così forte da trasformarla già in uno dei casi streaming più curiosi, e più interessanti, di questa estate.

Ride Or Die su Prime Video: perché sta esplodendo così in fretta

Il primo segnale è arrivato dagli Stati Uniti, dove Ride Or Die è salita rapidamente fino in cima alle classifiche interne di Prime Video.

Se però la guardi dal punto di vista della piattaforma, il dato che pesa davvero forse è un altro: la serie non ha funzionato solo in casa, ma anche fuori dagli Stati Uniti, entrando nella top 10 di Prime Video in 49 Paesi secondo le classifiche interne del servizio.

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Per un originale, il test vero spesso è questo.

Una tenuta internazionale del genere dice che il concept regge anche oltre i confini culturali, e che quel miscuglio di commedia, azione e dinamiche tra i personaggi arriva a un pubblico molto più ampio di quanto succeda di solito.

Di cosa parla la nuova action-comedy in 8 episodi

Ride Or Die racconta la storia di Debbie e Judith, migliori amiche da anni, la cui vita cambia di colpo quando salta fuori che Judith non è affatto la persona normalissima che sembrava. In realtà è un’assassina di livello altissimo.

Da lì parte un viaggio attraverso l’Europa tra inseguimenti, sparatorie, situazioni assurde e battute a raffica.

Le somiglianze con il buddy movie d’azione si vedono, ma Ride Or Die sembra voler andare un po’ oltre quel modello.

Tessa Coates, che ha creato la serie, ha scelto di mettere al centro un’amicizia femminile e di spostare così un immaginario che per anni è stato occupato quasi solo da coppie maschili. È una scelta che dà subito un’identità precisa alla serie e che la fa emergere in un catalogo streaming sempre più pieno.

Octavia Spencer e Hannah Waddingham sono il vero motore della serie

Tra gli elementi citati più spesso nelle recensioni c’è la chimica tra Octavia Spencer e Hannah Waddingham.

Sono loro a tenere in piedi la serie, sia quando punta sulla commedia sia quando accelera sull’adrenalina, e infatti il rapporto tra i due personaggi viene indicato più volte nelle recensioni come una delle ragioni principali di questo primo successo.

E il loro peso non si ferma davanti alla macchina da presa.

Oltre a interpretare i ruoli principali, Octavia Spencer e Hannah Waddingham compaiono anche tra le produttrici esecutive. La serie è stata creata da Tessa Coates, mentre lo showrunner è Matt Miller.

Ci sarà una seconda stagione?

Prime Video non ha ancora annunciato ufficialmente il rinnovo, ma i segnali ci sono.

Tra l’accoglienza della critica, i risultati in classifica e un finale di stagione costruito come cliffhanger, Ride Or Die ha già acceso le speculazioni su un possibile secondo capitolo.

Se riuscirà a tenere questo ritmo anche nelle prossime settimane, la serie potrebbe finire per imporsi come una delle uscite più fortunate del 2026 per Prime Video.

Non è la solita action-comedy che campa solo di esplosioni: qui, prima di tutto, contano i personaggi.

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Call of Duty, il film prende forma: sarà legato a Modern Warfare

Il film di Call of Duty prodotto da Paramount, in arrivo il 30 giugno 2028 e diretto da Peter Berg su script di Taylor Sheridan, comincia finalmente ad avere contorni più chiari: a quanto racconta lo stesso Berg, il legame con Modern Warfare sarà forte e tutt’altro che marginale. E parliamo della sottoserie più nota, più popolare e più riconoscibile di tutto il franchise Activision.

La conferma è arrivata proprio dal regista Peter Berg, che sarà alla guida del progetto scritto da Taylor Sheridan.

Per Paramount non è uno di quegli adattamenti messi in cantiere tanto per provare. La data d’uscita è già fissata, 30 giugno 2028, e tutto lascia pensare a un’operazione con il peso di una possibile nuova saga cinematografica.

Call of Duty al cinema: cosa sappiamo di trama e taglio del film

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Il collegamento con Modern Warfare è il dettaglio che interessa di più ai fan, perché sposta subito il film dentro l’immaginario più amato della serie. Se Call of Duty lo segui da anni, basta questo riferimento per farsi un’idea abbastanza precisa del tono.

Una sinossi completa ancora non c’è, ma il richiamo diretto a Modern Warfare fa pensare a un’impostazione più realistica, più contemporanea e più strettamente militare rispetto ad altre incarnazioni del marchio.

Del resto, non è una scelta che sorprende molto. Modern Warfare è il volto più mainstream di Call of Duty ed è anche il ramo della saga che, più di tutti, ha costruito personaggi, conflitti e scenari che si possono portare al cinema senza troppi sforzi, soprattutto se l’obiettivo è un blockbuster.

Basta guardare ai numeri: il reboot del 2019, da solo, avrebbe venduto 41 milioni di copie. Già questo fa capire quanto quella linea della saga continui ad avere una presa enorme sul pubblico.

Taylor Sheridan e Peter Berg vogliono un film credibile

Dal punto di vista creativo, il progetto mette insieme due nomi molto riconoscibili. La sceneggiatura porta la firma di Taylor Sheridan, autore di Yellowstone e di storie dure, tese, spesso costruite attorno ad ambiguità morali e ferite personali che non si rimarginano in fretta.

Alla regia, invece, ci sarà Peter Berg, che da anni gira attorno a racconti d’azione e militari.

Entrambi hanno detto di voler costruire un film credibile, con un senso di autenticità molto marcato. Sheridan e Berg hanno richiamato i propri rapporti con l’ambiente delle forze speciali e hanno spiegato di voler tenere insieme il lato umano e l’azione su larga scala.

L’idea, insomma, sembra questa: non limitarsi a una sequenza di sparatorie, ma lavorare su personaggi, tensione e realismo operativo.

Un marchio da 35 miliardi e oltre 1 miliardo di giocatori

Per Paramount la posta in gioco è altissima anche sul piano commerciale. Call of Duty avrebbe generato più di 35 miliardi di ricavi complessivi e avrebbe raggiunto oltre 1 miliardo di giocatori nel mondo.

Sono numeri che spiegano benissimo perché Hollywood continui a guardarlo come a uno dei franchise videoludici più preziosi da portare sul grande schermo.

Secondo diverse indiscrezioni, Paramount vedrebbe questo film come il possibile punto di partenza di un universo Call of Duty più ampio, con spazio per sequel futuri e perfino per spin-off televisivi, se il primo capitolo dovesse andare bene.

Su questo, al momento, non ci sono conferme ufficiali. Però è evidente che Paramount sta pensando in grande.

I dubbi dei fan tra attese e polemiche

I dubbi, ovviamente, non mancano. Una parte del pubblico sta osservando con attenzione se lo stile serio e spesso spigoloso di Taylor Sheridan riuscirà davvero a tradurre Call of Duty sullo schermo senza trasformarlo in propaganda o in uno spettacolo bellico troppo superficiale.

Qui sta il punto più delicato. Prendere una saga così nota e trasformarla in un film credibile, senza perderne gli elementi che la rendono subito riconoscibile.

C’è poi un altro aspetto che ha rimesso il progetto sotto esame: il riemergere di vecchie dichiarazioni di Peter Berg, in cui il regista si era espresso in modo piuttosto sprezzante verso i gamer, compresi i giocatori di Call of Duty.

La cosa ha aumentato la diffidenza di una comunità che, sul franchise, è già di suo molto protettiva.

Per il momento, comunque, la direzione sembra chiara: Paramount sta scommettendo su Modern Warfare, su un team creativo di primo piano e su un approccio che promette di trattare Call of Duty come qualcosa di più di un semplice film tratto da un videogioco.

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Steps di Netflix allarga il cast: Daniel Radcliffe, Young Mazino e Peter Dinklage

Netflix ha annunciato oggi un altro pezzo del cast vocale di “Steps”, il nuovo lungometraggio animato in arrivo sulla piattaforma il 20 novembre 2026. C’è anche un altro dettaglio che conta: sarà il primo film d’animazione prodotto interamente all’interno di Netflix Animation Studios. I tre nuovi ingressi sono Daniel Radcliffe, Young Mazino e Peter Dinklage. Stando a quanto comunicato da Netflix, Radcliffe doppierà il Principe, Mazino sarà Gef, soprannominato “The Heartthrob”, mentre Dinklage interpreterà Roderick, conosciuto come “The Muscle”.

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Sempre secondo Netflix, “Steps” è il primo film animato realizzato completamente in house da Netflix Animation Studios, con il lavoro di animazione distribuito tra Sydney e Vancouver.

Non aspettatevi la solita “Cenerentola”. “Steps” prende la fiaba e la gira in chiave comica, ma soprattutto cambia il punto di vista. Se l’idea era quella di ritrovare ancora una volta la principessa al centro di tutto, qui il fuoco si sposta altrove: sulle sorellastre Lilith e Margot.

La sinossi diffusa da Netflix racconta che, dopo un colpo di stato nel regno, le due si trovano costrette a fare squadra proprio con Cenerentola. Da antagoniste, finiscono così per occupare il centro della storia.

La premessa sembra studiata per staccarsi dal canone più classico delle fiabe. I registi Alyce Tzue e John Ripa parlano apertamente della volontà di “rompere gli schemi della fiaba” e di costruire personaggi più tridimensionali, meno automatici, meno facili da indovinare.

Anche i personaggi appena annunciati sembrano andare in quella direzione. Netflix descrive il Principe doppiato da Daniel Radcliffe come un “principe delle fiabe non proprio tipico”, quindi meno levigato, meno da cartolina, e con una vena ironica più marcata rispetto alla versione tradizionale.

Peter Dinklage darà invece la voce a Roderick, che i registi definiscono una specie di “terrificante man-nanny”, spinto però dall’amore. Young Mazino sarà Gef, presentato da Netflix come un rubacuori inaspettato. Anche questo lascia intuire abbastanza bene il tono del film: comico, un po’ laterale, e piuttosto libero nel modo in cui rimette mano agli archetipi romantici.

Il cast vocale annunciato in precedenza era già parecchio ricco: Ali Wong interpreterà Lilith, Stephanie Hsu sarà Margot, Nikki Glaser presterà la voce a Priscilla, Amanda Seyfried sarà Cenerentola e Bette Midler interpreterà la Fata Madrina.

Alla regia ci sono Alyce Tzue e John Ripa. La produzione porta invece la firma di Paper Kite Productions, la società di Amy Poehler. L’idea originale della storia è di Riki Lindhome e Kate Micucci.

Qualche dettaglio su trama e personaggi era già emerso durante l’Annecy International Animation Film Festival, a giugno 2026. In quell’occasione si era capito anche che il progetto, strada facendo, aveva cambiato forma rispetto alle prime versioni, lasciandosi alle spalle un’impostazione più apertamente musicale.

Per Netflix, “Steps” vale su due fronti. Da una parte c’è un film per famiglie sostenuto da un cast molto riconoscibile; dall’altra c’è un test importante per la sua struttura interna dedicata all’animazione. Se manterrà quello che promette, potrebbe ritagliarsi un posto tra i lanci più interessanti della piattaforma nel 2026.

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One Piece 1188, i leak delle ultime ore: Imu schiaccia Luffy

Nelle ultime ore online hanno iniziato a girare leak non confermati su One Piece 1188, e quello che raccontano è pesante: un faccia a faccia diretto tra Imu e Monkey D. Luffy, con una delle sconfitte più dure e più scioccanti toccate al protagonista negli ultimi anni.

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Se queste anticipazioni dovessero rivelarsi corrette, la Saga Finale potrebbe prendere una piega molto più brusca del previsto, perché parlano di un Luffy battuto in modo netto, senza appigli.

Il punto che più sta accendendo discussioni e teorie è uno, semplicissimo: Gear 5, sempre stando ai leak, non sarebbe minimamente sufficiente.

Le tecniche più imprevedibili di Luffy, quelle quasi “cartoon” che finora gli hanno dato un’aura fuori scala, verrebbero annullate con facilità, e l’impressione sarebbe immediata: tra i due c’è un abisso di potenza.

Chi segue il manga da anni capisce subito perché un passaggio del genere pesa così tanto: dopo Wano e poi Egghead, si era ormai radicata l’idea di un Luffy arrivato quasi al livello più alto in assoluto.

Ed è proprio qui che il colpo farebbe male, perché vederlo travolto in modo così pulito servirebbe a fissare Imu come un antagonista finale su un piano completamente diverso.

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Non solo più forte di tutti i nemici visti finora, ma abbastanza superiore da far sembrare insufficiente perfino la forma risvegliata del frutto di Luffy.

Sul piano narrativo, almeno da quello che raccontano i leak, il messaggio sarebbe fin troppo chiaro. E anche più cupo di quanto molti si aspettassero.

Tra le cose trapelate ci sono anche dettagli sulla chiusura dello scontro.

Da quanto si legge, Imu colpirebbe Luffy con un’arma chiamata “Void sword”, lo trafiggerebbe, e accompagnerebbe il colpo con una frase destinata a far parlare parecchio: Luffy non potrà mai essere Joy Boy perché è troppo debole.

È soprattutto questo a tenere accesa la conversazione online, tra commenti, interpretazioni e reazioni di ogni tipo.

Per molti lettori, poi, la scena avrebbe anche un peso simbolico molto forte.

Il modo in cui Luffy viene trafitto richiama infatti in modo evidente il celebre momento di Alabasta, quando Crocodile lo lasciò quasi morto dopo averlo colpito allo stesso modo.

Se quella sequenza ti è rimasta impressa, il parallelismo è difficile da ignorare.

All’epoca quella sconfitta serviva a ribadire una cosa precisa: il protagonista non era invincibile, e per vincere doveva crescere, capire, pagare un prezzo.

Riproporre oggi una ferita così simile, proprio nel pieno della fase finale del manga, rende tutto ancora più pesante.

Non sarebbe una semplice battuta d’arresto.

Suonerebbe come un avvertimento narrativo vero e proprio.

E il fatto che questo crollo arrivi subito dopo Egghead rende la scena ancora più densa.

Luffy e i suoi alleati sono già usciti da scontri enormi contro figure come Kizaru e Saint Jaygarcia Saturn, ma Imu, almeno a giudicare da queste anticipazioni, starebbe ancora sopra. In un’altra categoria.

La conseguenza più immediata riguarda anche un’idea molto diffusa tra una parte del pubblico: quella di un Luffy ormai protetto dalla trama e destinato a trovare sempre un modo per vincere.

Una sconfitta così secca, per di più contro il vertice del Governo Mondiale, ridimensionerebbe parecchio quella sensazione e riporterebbe nel racconto una tensione reale.

E da lì in avanti le conseguenze potrebbero allargarsi parecchio.

Luffy e i Pirati di Cappello di Paglia potrebbero trovarsi costretti a ripiegare, rimettere insieme le forze, cercare altro potere, altre informazioni sul Secolo Vuoto, oppure una strategia del tutto diversa per arrivare allo scontro finale.

Anche per questo i fan si stanno muovendo tra shock puro ed entusiasmo, mentre, almeno finora, i grandi siti generalisti che si occupano di intrattenimento non hanno ancora dato troppo spazio alla notizia.

Per ora restano indiscrezioni non confermate, rimbalzate tra leak online, forum e social dedicati a One Piece.

Adesso non resta che aspettare e vedere se il capitolo 1188 mostrerà davvero un Imu dominante su Luffy, insieme a un cambio di tono così netto per One Piece.

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Moana live-action delude al debutto: box office USA sotto le attese

Il live-action Disney di Moana ha esordito al box office USA sotto le aspettative, restando sotto sia alle prime stime sia a quelle già ritoccate verso il basso nei giorni immediatamente precedenti all’uscita. Per un film che, secondo le valutazioni del settore, avrebbe un budget produttivo attorno ai 250 milioni di dollari, questo avvio cambia subito il tono del discorso: quello che sembrava uno dei remake Disney più al riparo dai rischi adesso è un titolo da osservare con parecchia attenzione.

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E il punto è proprio questo: Moana non ha mancato solo i numeri più ottimistici, ma anche quelli che gli analisti avevano già ridimensionato a ridosso del debutto. Una differenza che pesa.

La situazione si fa ancora più delicata se si guarda ai costi. Le stime di settore parlano di circa 250 milioni di dollari di budget di produzione.

Una cifra del genere sposta l’asticella molto in alto e rende complicato parlare di vero successo, a meno che il passaparola non cambi passo in fretta nelle prossime settimane.

Box office di Moana: apertura sotto le attese negli USA

Prima dell’uscita, le stime che circolavano per Moana indicavano inizialmente un esordio domestico tra i 60 e i 65 milioni di dollari.

Poi, avvicinandosi al weekend, quelle proiezioni hanno perso terreno in modo abbastanza netto, fino a scendere in una fascia intorno ai 40-46 milioni di dollari.

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Ed è proprio questa correzione al ribasso, fino a 40-46 milioni, il dato che inquieta di più.

Il film, infatti, non sembra essersi fermato sotto le aspettative iniziali soltanto; ha fatto fatica anche rispetto a previsioni già riviste in peggio.

Per un titolo costruito su un brand amatissimo, sostenuto dal richiamo di Dwayne Johnson e dal peso del marchio Disney, un risultato del genere viene letto come un segnale di fragilità.

Il confronto con Snow White arriva quasi da solo. L’altro remake live-action Disney, uscito a marzo 2025, era stato accolto come una delusione commerciale dopo un’apertura domestica di circa 43 milioni di dollari, stando ai dati di box office.

Le somiglianze con Snow White ci sono, e si vedono. Ma nel caso di Moana il colpo rischia di pesare anche di più, perché da uno dei marchi più forti di casa Disney ci si aspettava una risposta decisamente più solida.

Vedere Moana muoversi su cifre simili è l’ultima cosa che Disney avrebbe voluto mettere sul tavolo.

Il confronto con Snow White e i dubbi sui costi

Il paragone con Snow White conta anche da un punto di vista industriale.

Secondo le indiscrezioni, quel film sarebbe costato oltre 250 milioni di dollari e avrebbe chiuso il suo percorso globale attorno ai 205,7 milioni, sempre secondo i dati di box office. Un totale che non basta a coprire davvero l’investimento in modo pieno.

Se Moana dovesse imboccare una traiettoria simile, la pressione sulla strategia Disney legata ai remake salirebbe ancora.

Negli ultimi anni questo filone ha alternato exploit enormi a risultati molto più incerti. Però quando i costi superano certe soglie, il margine d’errore si restringe parecchio.

Basta guardare i numeri per capire dov’è il nodo: con budget così alti, un’apertura semplicemente discreta serve a poco. Per reggere, serve una tenuta molto più forte.

Anteprime positive, ma recensioni fredde e tempistica discussa

Il film aveva raccolto 4,5 milioni di dollari nelle anteprime del giovedì, secondo i dati delle preview, un risultato che aveva fatto pensare a un lancio più solido.

Quei 4,5 milioni del giovedì sera, però, non si sono trasformati in un weekend d’esordio davvero più forte.

Nemmeno la critica ha dato una mano.

Le recensioni sono state in larga parte negative e hanno descritto Moana come un remake di cui si sentiva poco il bisogno, spesso fin troppo vicino al film animato originale.

Ha pesato anche il punteggio basso su Rotten Tomatoes, che ha alimentato il malcontento online e ha raffreddato ancora di più l’entusiasmo attorno al progetto.

Poi c’è il tema del momento in cui arriva.

Questo nuovo Moana esce a 10 anni dal film d’animazione originale e a meno di due anni da Moana 2, che al box office aveva invece trovato un pubblico larghissimo.

Per una parte degli spettatori, tornare sulla stessa identica storia in versione live-action è sembrato semplicemente troppo presto.

Nel cast ci sono la debuttante Catherine Laga’aia nel ruolo di Vaiana/Moana e Dwayne Johnson, tornato nei panni di Maui e coinvolto anche tra i produttori.

Johnson aveva difeso pubblicamente la scelta di riportare questa storia al cinema in live-action.

Adesso, però, la risposta vera la daranno le prossime settimane. Sarà il box office a dire se il pubblico vede questa operazione allo stesso modo.

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