Nel 2026, undici anni dopo l’uscita del 2015, The Witcher 3: Wild Hunt continua a stare lì dove pochi giochi riescono a restare così a lungo: tra i riferimenti veri della narrativa videoludica.
Il titolo di CD Projekt Red viene ancora preso come termine di paragone quando si parla di scrittura nei videogiochi, e non solo per il mondo aperto o per la qualità delle missioni. Il punto, più di tutto, è come The Witcher 3: Wild Hunt costruisce i suoi personaggi.
Se ne riparla oggi, c’è una battuta che riaffiora quasi sempre prima di tante altre. La filastrocca che Geralt rifila a Lambert durante un viaggio in barca, “Lambert, Lambert, what a prick”. È una sciocchezza di pochi secondi, ed è perfetta così. Però basta da sola a raccontare il tono del gioco: brillante, umano, mai troppo innamorato di sé.
Perché The Witcher 3 resta un riferimento per la narrativa nei videogiochi
Se The Witcher 3: Wild Hunt viene citato ancora così spesso, il motivo è abbastanza chiaro: pochi giochi sono riusciti a tenere insieme leggerezza e profondità con questa naturalezza.
Da un lato c’è l’umorismo asciutto di Geralt, che rende credibili i rapporti tra witcher, amici e compagni di strada. Dall’altro c’è una scrittura che sa mettere in scena dilemmi morali senza regalarti scorciatoie comode.
L’esempio più famoso resta il discorso di Geralt sull’idea che “il male è male. Minore, maggiore, mediocre, non fa differenza”, una riflessione che col tempo è diventata il manifesto dell’ambiguità morale dell’intera saga.
Sono proprio le due cose insieme, le battute che ti restano in testa e i temi pesanti trattati senza semplificazioni, a far sembrare il gioco ancora attualissimo, anche se per te non è certo la prima volta che ci torni.
Dalla battuta su Lambert al Bloody Baron
La rima su Lambert è diventata iconica perché arriva in un momento che sembra di pausa, quasi buttato lì, e proprio per questo suona vera.
Non ha l’aria della frase scritta per diventare virale. Sembra davvero qualcosa che quel personaggio direbbe in quel momento. È anche qui che The Witcher 3: Wild Hunt continua a distinguersi, nella capacità di trasformare perfino i passaggi minori in caratterizzazione pura.
Lo stesso discorso vale per archi narrativi molto più pesanti, come quello del Bloody Baron, ancora oggi indicato spesso da critica e giocatori come uno degli esempi migliori di storytelling interattivo maturo.
In quella linea di missioni non trovi eroi limpidi o mostri facili da odiare. Ci sono colpa, trauma, dipendenza, conseguenze. E tutto viene trattato con una scrittura che non si rifugia mai nelle risposte semplici.
Un successo che non si è mai fermato
La resistenza del gioco nel tempo non è soltanto culturale. Lo è anche sul piano commerciale. A maggio 2026, secondo i dati condivisi da CD Projekt Red, The Witcher 3: Wild Hunt aveva superato i 65 milioni di copie vendute. Un traguardo che lo piazza tra i videogiochi più venduti di sempre e che dice più di qualunque premio su quanto forte sia rimasto il legame con il pubblico.
E la serie, di fatto, non si è mai fermata.
CD Projekt Red e Fool’s Theory stanno lavorando insieme a una nuova espansione di The Witcher 3: Wild Hunt, Songs of the Past, prevista per il 2027, almeno stando alle informazioni emerse finora. Intanto è in sviluppo anche il prossimo capitolo principale della saga, con Ciri pronta a raccogliere il testimone da protagonista, come mostrato da CD Projekt Red.
Per il momento, però, The Witcher 3: Wild Hunt continua a fare quello che riesce solo ai classici veri: farsi rigiocare, riascoltare, citare. Anche solo per una semplice, cattivissima rima su Lambert.
Seguila su Twitter @LauraCeridono.