GTA 6: diventa virale il contratto di coppia per la settimana di lancio

Nei giorni scorsi, nel Regno Unito, una coppia ha pubblicato sui social un “contratto” scherzoso già firmato: garantirebbe sessioni di gioco senza interruzioni dal 19 novembre 2026 al 29 novembre 2026, proprio nei giorni più caldi dell’uscita di Grand Theft Auto VI, il nuovo gigantesco titolo di Rockstar Games.

Grand Theft Auto V Scarica

“La prima regola del Fight Club? Non passare davanti alla TV.”

L’immagine ha iniziato a circolare in fretta su Reddit e su X, e quasi tutti l’hanno letta nel modo giusto: una gag fatta bene su quanto certi fan siano pronti a organizzare la propria vita attorno all’arrivo del nuovo blockbuster di Rockstar Games.

Se aspetti GTA 6 da anni, la battuta si capisce al volo.

GTA 6, cosa dice il contratto diventato virale

Il documento ha la forma di un vero accordo domestico, solo che spinge tutto volutamente nel ridicolo.

Fra i punti che sono stati condivisi di più c’è il divieto di passare davanti alla TV durante le sessioni di gioco. Nel testo compare anche l’idea che richieste non essenziali e conversazioni non urgenti debbano rimandarsi alla fine di una missione.

È proprio quel tono, apertamente ironico, che gli ha dato spinta.

Il contratto prende in giro le “priorità” di chi aspetta Grand Theft Auto VI da anni e si immagina già maratone davanti allo schermo nei primissimi giorni dal lancio.

C’è poi una clausola-premio che ha colpito parecchio: una delle restrizioni previste dall’accordo può saltare se il partner ha comprato il gioco oppure ha contribuito con almeno 40 sterline alla spesa.

Un dettaglio che rende tutto ancora più simile a una trattativa di coppia, ma filtrata completamente dallo spirito del meme.

Le reazioni sui social, tra sfottò e immedesimazione

Sui social la reazione è stata, per lo più, di bonario sfottò.

Molti commenti hanno preso di mira la teatralità del contratto. Altri, invece, hanno ammesso che, scherzo o no, l’idea non è poi così lontana da quello che succede davvero quando arriva un titolo-evento.

Dal punto di vista tecnico non si può certo parlare di un vero contratto, anche se la forma copia in tutto e per tutto quella di un accordo domestico.

Ed è lì che la gag centra il bersaglio: abbastanza seria da sembrare quasi plausibile, abbastanza assurda da partire subito per la tangente e diventare virale.

Il successo del post racconta bene anche il momento che si è creato attorno a Grand Theft Auto VI.

Qualsiasi contenuto, battuta o piccolo rituale condiviso dalla community si trasforma immediatamente in materiale virale. Funziona così nelle fanbase più coinvolte: i fan non stanno solo aspettando il gioco, nel frattempo gli stanno già costruendo intorno meme, rituali e piccoli eventi sociali.

Perché il tempismo conta: lancio il 19 novembre e preordini già fortissimi

La gag ha funzionato anche perché è arrivata al momento giusto.

Grand Theft Auto VI è atteso per il 19 novembre 2026 su PlayStation 5 e Xbox Series X/S, almeno stando alle informazioni ufficiali comunicate fin qui da Rockstar Games, e l’idea di “proteggere” la prima settimana di gioco intercetta una tensione molto reale fra i fan più impazienti.

A scaldare ancora di più il clima ci sono anche i numeri iniziali.

I preordini, aperti il 25 giugno 2026 secondo le informazioni ufficiali sul gioco, stanno andando molto bene. In diversi mercati Grand Theft Auto VI ha già dominato le classifiche del PlayStation Store e, secondo varie segnalazioni dal retail, starebbe perfino facendo meglio, nelle fasi iniziali, di altri grandi lanci del settore.

Alla fine, il contratto della coppia britannica resterà con ogni probabilità una semplice barzelletta da social.

Però il fatto che sia diventato virale così in fretta racconta una cosa molto precisa: Grand Theft Auto VI non è soltanto un videogioco in arrivo, è già un fenomeno collettivo.

Segui su Twitter @LauraCeridono.

EVE Online, Carbon ora è su GitHub: il motore diventa open source

Fenris Creations ha deciso di rendere open source una parte importante di Carbon, il motore proprietario che per anni ha sostenuto l’infrastruttura tecnologica di EVE Online. Il codice è finito su GitHub e mette nelle mani della community alcuni moduli storici, quelli che per molto tempo hanno aiutato a far funzionare l’universo single-shard dell’MMO.

Tra gli strumenti di sviluppo legati agli MMO, è una delle aperture più interessanti viste negli ultimi tempi.

E non è una scelta solo di facciata.

Qui si parla di una tecnologia che ha retto l’universo single-shard di EVE Online, compresi gli scontri spaziali con migliaia di giocatori presenti nello stesso momento.

Per un gioco che ha costruito la propria identità sulla persistenza e sulla scala, questo passaggio ha un peso tecnico evidente. E anche culturale.

Carbon di EVE Online diventa open source

Carbon Scarica
EVE Online Scarica

Ben Hunter, Senior Development Director di Fenris Creations, ha riassunto così l’idea alla base dell’operazione: se un codice può essere migliorato e il vantaggio ricade su tutti, allora il risultato ha valore per ogni parte coinvolta.

Per Fenris Creations, aprire Carbon serve anche a stringere ancora di più il rapporto con la community e a dare una mano alla longevità dell’universo di EVE Online sul lungo periodo.

Tradotto: la speranza è che sviluppatori esterni, modder e appassionati possano studiarsi il codice, costruirci sopra strumenti, fare esperimenti e magari, col tempo, contribuire davvero a migliorare componenti che hanno avuto un ruolo centrale nella storia dell’MMO di CCP Games.

Carbon, però, è stato aperto solo in parte. Non si tratta quindi della pubblicazione completa di tutto lo stack collegato a EVE Online.

Resta comunque un passaggio pesante, perché rende accessibili tecnologie che finora erano rimaste interne e che sono state fondamentali per il funzionamento di uno degli universi online più complessi del settore.

Cosa c’è su GitHub e perché è importante

GitHub Scarica

Stando a quanto pubblicato da Fenris Creations su GitHub, il pacchetto comprende più di due dozzine di moduli di Carbon.

Fra quelli che attirano subito l’attenzione ci sono Trinity, il sistema grafico, e Destiny, la tecnologia legata a fisica e pathfinding.

Fenris Creations ha spiegato anche che la maggior parte del codice viene distribuita con licenza MIT. È una scelta permissiva, che rende più semplice riuso, modifica e integrazione in altri progetti.

C’è poi un altro aspetto interessante, legato al ruolo che questi moduli hanno avuto nella storia tecnica di EVE Online: permettono di vedere più da vicino come sia stato costruito e mantenuto uno degli MMO più complessi in circolazione.

Non è, quindi, un semplice archivio storico. Sono componenti che mostrano dall’interno l’evoluzione di una tecnologia capace di reggere un ambiente online molto particolare, in cui l’intera base utenti convive nello stesso universo condiviso.

Fenris Creations ha aggiunto di essersi confrontata con il team del motore Godot durante il passaggio verso un modello open source.

Anche questo dice qualcosa di più ampio su quello che sta succedendo nel settore: sempre più studi guardano agli strumenti aperti per avere più controllo, più trasparenza e più collaborazione.

Rischi, community e prossimi passi

Aprire il codice di un motore collegato a un gioco online competitivo si porta dietro, inevitabilmente, qualche preoccupazione.

I rischi citati più spesso sono quelli prevedibili: bot, cheat e nuove forme di exploit.

Fenris Creations non fa finta che il problema non esista. Lo riconosce, ma dice anche di essere consapevole delle possibili conseguenze e pronta a gestirle.

Sul lato community, le prime reazioni sembrano per lo più positive.

Si vede già curiosità attorno a tool di terze parti, progetti portati avanti dai fan e possibili usi in ambito educativo o sperimentale.

Allo stesso tempo, è difficile pensare che i contributi più importanti arrivino subito. Serviranno tempo, documentazione e regole chiare per governance e revisioni del codice.

In altre parole, gli sviluppatori vogliono trasformare questa apertura in qualcosa di concreto. Però il percorso sarà lungo e i risultati visibili non arriveranno dall’oggi al domani.

Ben Hunter ha detto anche che Fenris Creations sta valutando l’uso dei modelli linguistici di grandi dimensioni nei processi di sviluppo, seguendo una direzione che buona parte dell’industria sta già testando per programmazione, prototipazione, creazione di asset e contenuti interattivi.

Nel breve periodo, però, il vero test sarà un altro: capire se l’apertura di Carbon riuscirà davvero a trasformare decenni di know-how interno in una risorsa viva, utile e condivisa.

Segui su Twitter @LauraCeridono.

Apple Watch dice addio a Force Touch con watchOS 7: disattivato anche sui modelli più vecchi

Con watchOS 7 Apple ha rimosso Force Touch da Apple Watch e ha spento la funzione anche sui modelli più vecchi ancora compatibili, quelli che avevano ancora tutto l’hardware necessario per farla funzionare. Il punto più sorprendente sta proprio qui: l’aggiornamento non ha riguardato solo gli orologi futuri, ma ha tolto Force Touch anche agli Apple Watch più datati che potevano ancora usarlo senza problemi.

Di fatto, una delle interazioni più riconoscibili del dispositivo è sparita per via software.

Per anni è stato uno dei gesti che identificavano subito Apple Watch: una pressione più decisa sul display, ed ecco comparire menu nascosti, opzioni per cambiare quadrante o scorciatoie per gestire alcune funzioni al volo. Poi è arrivato watchOS 7, e Force Touch è uscito di scena quasi senza rumore.

Apple Watch e Force Touch: cosa cambia con watchOS 7

Force Touch faceva parte di Apple Watch fin dall’inizio, dal 2015.

L’idea era chiara: sfruttare la sensibilità alla pressione dello schermo per aggiungere comandi extra senza riempire il display di pulsanti e menu. Su un dispositivo così piccolo, la scelta aveva tutto il suo senso.

Con watchOS 7, però, Apple ha deciso di eliminare del tutto questo metodo di input.

E non ne ha fatto nemmeno un tema centrale: durante il keynote di presentazione di watchOS 7, la scomparsa di Force Touch è passata quasi in secondo piano. Alla fine l’addio è diventato una delle rinunce più silenziose degli ultimi anni in casa Apple.

Disattivato anche sugli orologi che lo supportavano

È proprio questo l’aspetto che ha fatto discutere di più: Apple non si è fermata all’idea di non portare Force Touch sui nuovi modelli. Ne ha disattivato il funzionamento anche sugli Apple Watch più vecchi che erano ancora perfettamente capaci di usarlo.

Per parecchi utenti, il risultato è stato un uso meno immediato.

L’esempio più semplice sono le notifiche: prima bastava premere con più decisione per far comparire alcune azioni, mentre con watchOS 7 spesso bisogna scorrere e andare a cercare pulsanti come “Cancella tutto”. E, a differenza di quello che era successo su iPhone nel passaggio da 3D Touch a Haptic Touch, su Apple Watch non è arrivato un sostituto davvero equivalente e valido per tutto il sistema.

Perché Apple lo ha tolto

Questa scelta non è arrivata dal nulla.

Apple aveva già cominciato a lasciare da parte gli input basati sulla pressione con iPhone XR, nel 2018, aprendo la strada al progressivo abbandono di 3D Touch in favore di Haptic Touch, che si basa solo sul software.

Su Apple Watch, intanto, Apple ha chiesto agli sviluppatori di rivedere il modo in cui le app gestiscono la navigazione.

Nelle Human Interface Guidelines, l’azienda invitava a spostare le azioni che prima stavano dietro Force Touch dentro elementi visibili dell’interfaccia, come schermate delle impostazioni, pulsanti o menu standard. L’idea era rendere i comandi più espliciti e meno legati a una gesture che, per molti, non era così intuitiva.

Secondo i dirigenti Apple, inoltre, gli schermi più ampi delle generazioni recenti hanno reso meno necessario usare Force Touch come scorciatoia per recuperare spazio.

Una funzione poco intuitiva o una perdita per l’accessibilità?

Le reazioni, com’era prevedibile, si sono divise.

Da una parte c’era chi ha sempre considerato Force Touch poco “scopribile”, perché molti utenti nemmeno sapevano dell’esistenza di certi menu. Dall’altra sono arrivate critiche legate a usabilità e accessibilità: per alcuni, quel feedback tattile e quel gesto unico erano più comodi di una sequenza di tocchi e scorrimenti.

A distanza di anni, la rimozione di Force Touch resta un buon esempio di come Apple riesca a cambiare anche in profondità l’esperienza d’uso di un prodotto senza trasformare la cosa in un grande annuncio. E per chi usa Apple Watch da tempo, resta anche il segno della fine di una piccola era, ma di quelle davvero iconiche.

Segui @LauraCeridono su Twitter.

Android Halo: Google svela il nuovo indicatore nella barra di stato

Google oggi ha aggiunto qualche dettaglio in più su Android Halo, la funzione in arrivo su Android che, nelle intenzioni dell’azienda, darà agli agenti digitali come Gemini uno spazio dedicato nella barra di stato da cui mostrare avanzamento, richieste di chiarimento e risultati finali.

Google Gemini Scarica

Non c’entra con una finestra flottante, né con il solito continuo passaggio da un’app all’altra: per Google, Halo serve a farti vedere in modo chiaro e costante che cosa sta facendo un assistente come Gemini.

In concreto, si presenta come un indicatore persistente ma discreto, pensato per rendere più trasparenti le attività automatizzate sul telefono.

Per Google questo è un pezzo di una strategia più ampia: spostare Android da piattaforma centrata solo sulle app a sistema capace di coordinare attività tra servizi diversi.

Halo, sempre nelle intenzioni di Google, sarà il punto di contatto principale fra te e l’agente digitale quando le operazioni diventano più complesse.

Anziché chiudere tutto dentro una chat o un’app dedicata, Android userà la barra di stato per mostrarti avanzamento, richieste di chiarimento e risultati finali in tempo reale, ha spiegato Google. C’è anche la funzione di aggiornamenti rapidi mostrata dall’azienda, che ti permette di seguire un’attività in più passaggi senza interrompere quello che stai facendo.

L’esempio scelto da Google chiarisce bene l’idea: durante un’operazione articolata, Gemini potrà segnalare che sta cercando informazioni, chiederti conferma su un dettaglio e poi restituire l’esito direttamente da lì.

L’obiettivo, a sentire Google, è offrirti un’esperienza più leggibile e meno invasiva rispetto alle interazioni attuali con gli assistenti.

Non sarà però una funzione riservata solo a Gemini.

Google ha spiegato che Android Halo è pensato anche per agenti di terze parti. È un segnale non da poco, perché lascia intuire che potrebbe diventare una funzione nativa di Android e non restare un’esclusiva dell’ecosistema Google. La scelta segue la direzione presa dalla piattaforma: permettere a diversi assistenti di automatizzare flussi di lavoro fra più app, riducendo una parte dei passaggi manuali che oggi sei ancora costretto a fare.

Sul fronte della sicurezza, il presidente di Android Sameer Samat ha spiegato che Android Halo funzionerà dentro un ambiente containerizzato.

In pratica, ha detto Samat, l’agente opererà insieme a un’app specifica dentro una sorta di finestra virtuale, senza poter accedere liberamente ad altre parti del sistema che non sono coinvolte nell’azione richiesta. È una limitazione accettabile, se in cambio porta un po’ più di privacy, soprattutto se Google vuole convincerti ad affidare a un software attività sempre più delicate.

Per rendere possibile questo modello, Google ha spiegato che sta preparando anche nuovi strumenti per gli sviluppatori.

Fra questi c’è AppFunctions API, che secondo Google permetterà alle app di esporre funzioni specifiche agli agenti digitali. Per le applicazioni che non offriranno un’integrazione diretta, inoltre, Google ha spiegato che sta mettendo a punto anche un framework per l’automazione dell’interfaccia.

Google non ha ancora annunciato una data precisa, ma Halo è atteso entro la fine dell’anno e potrebbe debuttare con Android 17.

Per molti osservatori è una mossa strategica: definire a livello di sistema uno standard visibile per le attività automatizzate potrebbe trasformarsi in un vantaggio competitivo importante. Resta però il nodo della fiducia. Anche con protezioni dedicate e un ambiente isolato, convincerti a delegare compiti sensibili a un agente software richiederà chiarezza, controlli semplici e limiti facili da capire. È su questo equilibrio che Halo si giocherà gran parte del suo successo.

Android 17 alza la sicurezza: solo 20 tentativi per il PIN

Con Android 17 Google cambia parecchio le regole sulla schermata di blocco. Dai dettagli emersi sul nuovo sistema operativo, poi ripresi dall’esperto Android Mishaal Rahman, il numero massimo di tentativi sbagliati per inserire il PIN scende a 20 in totale. È uno dei ritocchi alla sicurezza più decisi degli ultimi anni: nelle versioni precedenti di Android si poteva arrivare a circa 1.800 errori distribuiti nell’arco di cinque anni. Tradotto, se qualcuno continua a provare codici a caso, il telefono reagisce in modo molto più duro rispetto a prima. La novità punta soprattutto a mettere in difficoltà ladri e persone malintenzionate che cercano di indovinare il PIN su un dispositivo rubato o sottratto.

Android 17 rende molto più difficile forzare il PIN

Il punto centrale è facile da capire: meno tentativi a disposizione, e attese più lunghe già dai primi errori. Stando alle informazioni rilanciate da Mishaal Rahman, con Android 17 si possono fare solo 6 tentativi nel primo minuto, 7 entro 6 minuti, 8 entro 25 minuti e 12 nell’arco di 24 ore. Nelle versioni precedenti di Android, al contrario, si poteva arrivare fino a 10 tentativi già nel primo minuto.

Questo cambia davvero le cose per gli attacchi a forza bruta, cioè quelli in cui si provano uno dopo l’altro tanti codici possibili finché non salta fuori quello corretto.

Con PIN semplici, o con le combinazioni più usate, quella finestra era un rischio vero. Col nuovo limite di 20 errori complessivi, portare avanti una strategia del genere diventa molto meno plausibile.

Arrivati a 20 inserimenti sbagliati, il dispositivo passa a una modalità di blocco totale.

Per chi usa il telefono ogni giorno, in pratica cambia pochissimo. Per chi invece mette le mani su un dispositivo che non è suo, la barriera si alza eccome.

Cosa significa per gli utenti normali

La parte positiva è che Google ha provato a evitare punizioni inutili nei casi più banali, per esempio quando stai solo cercando di ricordarti il codice giusto.

Da quanto emerso sulla funzione, se viene digitato più volte lo stesso PIN errato, il sistema non lo tratta come una lunga serie di errori distinti. Non è un dettaglio secondario: così si riduce il rischio di bruciarsi i tentativi solo per confusione, esitazione o un semplice vuoto di memoria.

È stata ritoccata anche l’esperienza di blocco.

Sempre in base ai dettagli trapelati su Android 17, i messaggi ora indicano il tempo di attesa rimasto in minuti, non più con quei lunghi countdown in secondi, e chi dovesse arrivare a un blocco permanente vedrà comparire direttamente dalla schermata di blocco una scorciatoia per il recupero.

Parte di un più ampio rafforzamento della sicurezza in Android 17

Questa stretta sui tentativi di sblocco non arriva isolata.

Stando alle informazioni circolate su Android 17, nel sistema ci sono anche una funzione “Segna come smarrito” più completa dentro Find Hub di Google, un sistema di rilevamento delle minacce in tempo reale sul dispositivo, controlli parentali più forti e nuovi permessi per l’accesso alla rete locale.

Interessante, in particolare, il rilevamento delle minacce in tempo reale, che consente di rinforzare la protezione direttamente sul telefono.

Le prime reazioni del settore, almeno per come sono state riportate nei dettagli rilanciati da Mishaal Rahman, vanno in gran parte nella stessa direzione: giudizio positivo.

I dettagli della funzione sono stati ripresi soprattutto dall’esperto Android Mishaal Rahman, e l’idea che prevale è abbastanza chiara: si tratta di un passo avanti serio sul fronte della sicurezza, in linea con le difese migliori contro gli attacchi brute force già viste altrove.

Le somiglianze con queste protezioni si notano, ma Android 17 sembra andare anche oltre, soprattutto con un tetto complessivo così basso.

Per chi usa Android, il messaggio è semplice: se hai già scelto un PIN solido, Android 17 ti coprirà meglio; se invece il tuo PIN è troppo facile da intuire, questo aggiornamento abbassa comunque di molto le probabilità che qualcuno riesca a indovinarlo.

PlayStation Store su PS3 e PS Vita: stop agli acquisti dal 2026, chiusura definitiva nel 2027

PlayStation Store su PS3 e PS Vita: chiusura definitiva entro luglio 2027

PlayStation App Scarica

Stando a quanto comunicato da Sony, il PlayStation Store su PS3 e PS Vita arriverà alla chiusura definitiva tra agosto 2026 e luglio 2027. Per chi usa ancora PS3 o Vita, il senso del messaggio è semplice: il tempo per comprare sta finendo. I download dei contenuti già acquistati, invece, resteranno disponibili ancora per un po’, almeno secondo quanto dice l’azienda.

La chiusura non avverrà in un solo momento, ma seguirà un calendario diviso per aree geografiche.

Le prime interruzioni partiranno già ad agosto 2026 in Messico, Honduras e Nicaragua. Poi toccherà, nel corso del 2026, ad altre zone dell’America Latina e del Medio Oriente, seguendo il piano diffuso da Sony. La data finale, quella valida a livello globale, è luglio 2027.

Quando chiude il PlayStation Store su PS3 e PS Vita

Sony ha previsto una chiusura a tappe.

Per ora il calendario più chiaro riguarda alcuni mercati dell’America Latina e del Medio Oriente. Su altre regioni, soprattutto Europa e Asia, le indicazioni restano più vaghe. Il punto fermo però c’è: luglio 2027. È quella la scadenza indicata da Sony per lo spegnimento definitivo degli store digitali su PS3 e PS Vita in tutto il mondo.

Dopo quella data non si potranno più acquistare nuovi giochi, DLC o altri contenuti direttamente da PlayStation 3 e PS Vita.

Sony aggiunge che tutto ciò che è già legato al tuo account resterà scaricabile, almeno nel prossimo futuro. Per chi negli anni si è costruito una libreria digitale non è un dettaglio da poco, anche se questo non significa avere una garanzia per sempre.

Perché Sony sta chiudendo gli store più datati

La spiegazione fornita da Sony è questa: PlayStation 3 e PS Vita non riescono più a sostenere in modo adeguato i sistemi moderni di e-commerce e di gestione dei pagamenti.

Tradotto: tenere in piedi infrastrutture così vecchie diventa ogni anno più complicato e più costoso, soprattutto mentre l’azienda sposta risorse e investimenti su hardware più recente, come PlayStation 5.

È la stessa direzione che si vede da tempo in buona parte del settore: meno supporto per i sistemi ormai datati, più attenzione ai servizi digitali del presente e alle piattaforme su cui le aziende stanno puntando adesso.

Un ritorno al piano del 2021, questa volta senza retromarcia

La notizia, in realtà, suona già sentita.

Nel 2021 Sony aveva già provato a chiudere gli store di PS3 e PS Vita, salvo poi tornare sui propri passi dopo la reazione molto negativa dei giocatori. Allora la società decise di mantenere temporaneamente aperti i due negozi digitali. Il nuovo annuncio, però, viene presentato come definitivo.

Ed è qui che il tema si fa più delicato, soprattutto se si guarda alla conservazione dei videogiochi.

Con la chiusura non sarà più possibile acquistare molti titoli disponibili solo in digitale, mai usciti in edizione fisica e mai arrivati su piattaforme più recenti tramite porting. Per una parte del catalogo PS3 e PS Vita, quindi, la possibilità di comprarli legalmente per chi non li possiede già rischia di sparire del tutto.

Cosa significa per il futuro del formato digitale

Questa decisione si inserisce dentro un cambiamento più ampio, che riguarda sia la strategia PlayStation sia il mercato nel suo complesso.

Sony ha anche fatto sapere di voler interrompere la produzione di dischi fisici per le nuove uscite a partire da gennaio 2028. Il segnale è abbastanza chiaro: la spinta verso la distribuzione digitale si fa sempre più netta.

Per i giocatori, però, il caso di PS3 e PS Vita mostra anche il lato meno tranquillo di questo passaggio. Quando uno store chiude, l’accesso ai contenuti resta legato in tutto e per tutto alle scelte del produttore.

E se non arriva un piano di preservazione più chiaro e più visibile, una parte della storia del medium rischia semplicemente di diventare molto più difficile da recuperare.

Segui su Twitter @LauraCeridono.

Hide My Email di Apple: emerge un bug che può rivelare l’indirizzo reale

Hide My Email di Apple: una falla potrebbe far emergere l’indirizzo email reale

Nelle ultime ore ha iniziato a circolare un’ipotesi piuttosto delicata: una vulnerabilità in Hide My Email, la funzione di Apple inclusa in iCloud+ che serve a nascondere l’indirizzo email vero dietro alias casuali, potrebbe essere stata sfruttata per risalire proprio all’email reale associata a quegli alias.

Le ricostruzioni apparse online, riprese anche dal ricercatore di sicurezza Tyler Murphy, sostengono che questa falla permetta a un attaccante di individuare l’indirizzo effettivo collegato a un alias generato da Apple.

Apple, per ora, non ha rilasciato commenti pubblici sulla vicenda.

Murphy afferma però di aver segnalato il problema ad Apple già nel giugno 2025. E dice anche che, a più di un anno di distanza, il bug non sarebbe ancora stato corretto, pur essendo stato apparentemente riconosciuto dall’azienda e poi indicato come risolto.

Bug di Hide My Email su iCloud+: cosa sappiamo

Mail Scarica
iCloud+ Scarica
Hide My Email Scarica

Hide My Email è una funzione inclusa in iCloud+ che genera indirizzi casuali da usare al posto della tua casella principale. Il meccanismo è semplice: ridurre spam, tracciamento e raccolta di dati da parte di siti, app e newsletter, lasciando comunque all’utente il controllo, visto che i messaggi vengono inoltrati alla sua email reale.

In teoria, è un compromesso minimo per ottenere un po’ più di privacy. Il problema segnalato da Tyler Murphy mette però in dubbio proprio questo punto. Se un sito, o anche un malintenzionato, riuscisse a risalire all’indirizzo vero nascosto dietro un alias, salterebbe il vantaggio più importante del servizio: tenere separata la tua identità digitale dagli account creati online.

Per il momento i dettagli tecnici dell’exploit non sono stati diffusi. Murphy ha spiegato che la scelta è voluta, per evitare abusi su larga scala finché la falla resterà senza patch.

Perché il rischio è serio per gli utenti

L’impatto potenziale non è affatto secondario. Secondo dati del 2023 citati da Tyler Murphy, circa il 55% degli utenti di Mail su iOS aveva attivato Hide My Email. Questo basta a far capire quanto la funzione sia già presente nell’ecosistema Apple.

Per chi la usa, il rischio non si ferma a qualche messaggio indesiderato in più. Se viene esposto un indirizzo che credevi nascosto, diventano più facili lo spam mirato, la profilazione e i collegamenti tra servizi diversi. Tyler Murphy ha aggiunto che i siti pubblici usati per cercare informazioni sulle persone possono collegare un’email ad altri dati personali, aumentando i rischi per categorie più esposte, come giornalisti, attivisti o persone che cercano di tenere separati lavoro e vita privata.

Quindi no, non è solo una seccatura.

In certi casi può trasformarsi in un problema concreto di sicurezza personale.

Nuovi alias, domini dedicati e limiti dell’anonimato

Nel frattempo, sempre secondo quanto riportato da Tyler Murphy, Apple starebbe spostando i nuovi alias di Hide My Email dal dominio standard “@icloud.com” a quello dedicato “@private.icloud.com”. Sulla carta, il cambiamento rende più esplicita la funzione di questi indirizzi. I critici, però, fanno notare anche l’altro lato della questione: alias più riconoscibili per i siti potrebbero diventare anche alias più facili da bloccare o da trattare in modo diverso.

C’è poi un limite che spesso viene capito male: Hide My Email protegge la privacy nei confronti di siti e mittenti, ma non garantisce anonimato assoluto. In altri casi, riportati pubblicamente e richiamati da Tyler Murphy, Apple ha fornito informazioni relative agli utenti in risposta a richieste legali arrivate dalle autorità.

Finché questa vulnerabilità non verrà corretta, Hide My Email resta comunque uno strumento utile per ridurre l’esposizione. Non è, però, una barriera infallibile. E per una funzione che si regge tutta sulla fiducia, aspettare più di un anno per una patch resta un segnale difficile da far finta di non vedere: quanto è accettabile che una promessa di privacy così centrale rimanga esposta così a lungo?

Segui Laura su Twitter @LauraCeridono.

PlayStation: dal 2028 addio ai dischi fisici per i nuovi giochi Sony

PlayStation: Sony dirà addio ai dischi fisici dal 2028

Da gennaio 2028 Sony fermerà la produzione dei dischi fisici per tutti i nuovi giochi PlayStation e porterà la piattaforma verso una distribuzione interamente digitale. Le prossime uscite per PlayStation 5 passeranno quindi dal download, chiudendo di fatto un capitolo storico per PlayStation.

PlayStation App Scarica

La mossa segue un mercato che, nei fatti, si è già spostato in massa sul digitale.

Per Sony il download è più pratico e rende di più. Però lascia sul tavolo una questione che pesa sempre di più: cosa vuol dire davvero possedere un gioco comprato online?

PlayStation solo digitale dal 2028: cosa cambia davvero

Il dato centrale è questo: da gennaio 2028 Sony smetterà di produrre dischi fisici per tutti i nuovi titoli PlayStation.

Non vuol dire che le confezioni spariranno da un giorno all’altro dai negozi, ma è molto probabile che le versioni in vendita sugli scaffali diventino semplici copie fisiche con codice digitale, cioè scatole con dentro un download code al posto del disco.

Per chi gioca su console, sarebbe un cambio netto.

Per anni il formato fisico ha voluto dire collezione, rivendita, installazione offline. Con il nuovo modello, tutto passerebbe dall’account, dal PlayStation Store, dalla tenuta dei server.

Perché Sony sta spingendo sul digitale

I numeri, qui, spiegano parecchio.

Nel quarto trimestre dell’anno fiscale 2025, stando ai dati finanziari diffusi da Sony, l’85% delle vendite di giochi completi su PlayStation 4 e PlayStation 5 è arrivato dal digitale. Il mercato, di fatto, si è già mosso. Sony sta solo mettendo nero su bianco una tendenza che ormai domina.

Poi c’è il lato economico, che conta eccome.

Tagliare stampa dei dischi, packaging, logistica e distribuzione fisica può alzare i margini su ogni copia venduta. Per un gruppo come Sony, il passaggio al digitale non riguarda solo le abitudini dei giocatori. Riguarda anche i costi, la filiera, l’efficienza.

GTA 6 e i primi segnali dell’industria

Un altro segnale arriva dalle terze parti.

Secondo diverse fonti, Grand Theft Auto 6 di Rockstar Games potrebbe diventare uno dei primi casi davvero simbolici di questa transizione: la sua edizione “fisica”, infatti, potrebbe contenere soltanto un codice di download, senza alcun disco all’interno.

Se la cosa venisse confermata al lancio, il messaggio sarebbe difficile da ignorare: anche i blockbuster più attesi stanno preparando il passaggio a un mercato senza supporti ottici.

Per ora restano indiscrezioni, niente di ufficiale. Bisogna aspettare per capire se Grand Theft Auto 6 uscirà davvero in una confezione senza disco.

I timori dei consumatori: proprietà, usato e preservazione

Il problema, in fondo, è già noto.

Negli ultimi anni Sony è finita nel mirino dopo la rimozione di film e serie TV acquistati in digitale dagli utenti, in seguito alla scadenza di accordi di licenza. L’episodio ha rafforzato un dubbio che molti avevano già: spesso il digitale non coincide con una proprietà piena, ma con un accesso concesso finché certe condizioni restano in piedi.

Nel mercato dei videogiochi, la questione è ancora più delicata.

Senza copie fisiche, conservare i giochi nel lungo periodo può diventare più complicato, soprattutto se uno store chiude o se un titolo viene ritirato. C’è poi il mercato dell’usato, che per molti resta ancora un modo fondamentale per spendere meno.

Restano anche dubbi molto pratici su diverse aree del mondo dove le infrastrutture internet sono meno solide, come in alcune zone dell’America Latina, del Sud-est asiatico e dell’Africa. E poi ci sono gli utenti che hanno bisogno di installazioni offline o di soluzioni di accessibilità specifiche.

Il futuro di PlayStation ormai va in una direzione chiara, quella del digitale. La vera domanda, adesso, è quanto questo futuro saprà essere davvero inclusivo.

Segui su Twitter @LauraCeridono.

The Odyssey arriva su Roblox con un gioco ufficiale 18+: è già polemica

Universal Pictures ha appena portato su Roblox The Odyssey: Defy the Gods, una nuova esperienza free-to-play nata come tie-in ufficiale di The Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan che arriverà nelle sale nel 2026. È già disponibile.

Roblox Scarica

C’è però un dettaglio che salta subito agli occhi: il gioco è accessibile solo agli utenti dai 18 anni in su.

Si tratta di un tie-in pensato per accompagnare con larghissimo anticipo l’uscita di The Odyssey, uno dei film più attesi del 2026, e per iniziare a costruirgli attorno un immaginario ben prima del debutto al cinema.

Anche qui il punto che fa discutere è lo stesso: l’accesso è riservato ai maggiorenni.

La scelta è coerente con un film dal taglio più adulto, ma ha già acceso il dibattito perché Roblox, storicamente, continua a essere percepita come una piattaforma legata soprattutto a un pubblico molto giovane.

The Odyssey: Defy the Gods su Roblox, cosa offre il tie-in ufficiale

A detta di Universal Pictures, The Odyssey: Defy the Gods porta i giocatori dentro un’avventura marina ispirata all’epica di Omero.

L’idea è chiara: usare un’impostazione survival fatta di traversate, pericoli in mare e prove legate agli dèi per accompagnare la promozione del film.

C’è anche una componente di navigazione interessante, che mette al centro non solo l’ambientazione mitologica ma pure il tema della sopravvivenza durante il viaggio.

Non sembra il classico contenuto promozionale usa e getta. Qui Universal Pictures prova a far diventare il marketing del film una vera esperienza giocabile.

Il lancio, da questo punto di vista, conferma quanto lo studio voglia muoversi con largo anticipo e investire parecchio sulla promozione del film ben prima dell’uscita in sala.

The Odyssey è il primo lungometraggio di Christopher Nolan dopo Oppenheimer e porta al cinema uno dei testi più celebri della letteratura occidentale. Secondo Universal Pictures, l’uscita è fissata per il 17 luglio 2026.

A dare ulteriore peso al progetto c’è anche il cast annunciato da Universal Pictures, con nomi come Matt Damon, Tom Holland e Zendaya.

Anche questo dice molto sulle dimensioni dell’operazione e su quanto Universal Pictures consideri già adesso questo film una priorità.

Perché Roblox è diventato un canale chiave per il marketing dei film

La scelta di Roblox si capisce soprattutto guardando i numeri.

Secondo Roblox, nel 2025 la piattaforma ha superato i 100 milioni di utenti attivi al giorno, e la fascia che cresce più in fretta è quella tra i 17 e i 24 anni.

Sempre secondo Roblox, gli utenti passano in media circa 2,4 ore al giorno al suo interno.

Per Hollywood, un livello di attenzione del genere è sempre più difficile da lasciare sul tavolo, soprattutto in una fase in cui raggiungere il pubblico fuori dai social tradizionali, e prima ancora che arrivi in sala, conta parecchio.

Negli ultimi anni gli studios hanno intensificato le collaborazioni con piattaforme come Roblox e Fortnite per promuovere film e serie TV.

Le somiglianze con alcune campagne viste su Fortnite ci sono, ed è facile notarle, ma Roblox sembra spingersi un po’ oltre per frequenza d’uso e tempo passato dagli utenti sulla piattaforma.

Universal Pictures, poi, non parte certo da zero: aveva già sperimentato esperienze dedicate a titoli come How to Train Your Dragon e Beetlejuice Beetlejuice.

Vista così, The Odyssey è semplicemente un altro passo dentro una strategia ormai ben definita: andare a cercare il pubblico dove passa davvero il suo tempo, non soltanto al cinema o sui social.

Le critiche: un’esperienza 18+ su una piattaforma popolare tra i minori

Il punto più delicato del lancio sta qui.

Anche se The Odyssey: Defy the Gods è protetto da un limite d’età, Roblox resta una piattaforma frequentata in massa da minori.

Per questo l’arrivo di un tie-in collegato a un film pensato per un pubblico adulto ha riaperto discussioni su moderazione, verifica dell’età, efficacia dei controlli parentali e, più in generale, sulla reale capacità della piattaforma di tenere separati gli spazi per adulti da quelli destinati ai più giovani.

La reazione online, almeno per adesso, è mista.

Da una parte c’è curiosità per l’idea di vedere il cinema “serio” di Christopher Nolan entrare nell’universo Roblox. Dall’altra non mancano ironie e critiche, soprattutto sulla compatibilità tra il marchio del regista e una piattaforma che molti continuano ad associare prima di tutto a un pubblico adolescente.

Una cosa, comunque, emerge con chiarezza dal messaggio di Universal Pictures: Roblox non viene più trattato come un semplice extra promozionale.

Sta diventando un pezzo sempre più importante delle campagne blockbuster.

ARC Raiders: Denuvo Anti-Cheat ora è attivo per tutti

ARC Raiders: Denuvo Anti-Cheat ora è attivo per tutti

Steam Scarica

Embark Studios ha finito di attivare Denuvo Anti-Cheat per tutti i giocatori di ARC Raiders. Il rollout era partito in modo graduale, inizialmente su un gruppo limitato di utenti, ma adesso il software è stato esteso all’intera community. Per lo studio, è una risposta diretta ai problemi di cheating ed exploit che hanno continuato a colpire il gioco, compresi i glitch di duplicazione che hanno creato problemi sia al bilanciamento del gameplay sia all’economia interna. Embark Studios ha anche detto che più avanti arriverà un aggiornamento più ampio sulle misure pensate per tutelare il fair play.

ARC Raiders, Denuvo Anti-Cheat ora è attivo per tutti

Stando a quanto comunicato da Embark Studios, il rollout è terminato e va visto come un pezzo di una strategia più larga con cui il team vuole limitare il cheating. Se giochi ad ARC Raiders, in pratica, l’anti-cheat ora è attivo per tutti, non soltanto per quella prima fascia ristretta di utenti coinvolta nella distribuzione iniziale.

Lo studio ha aggiunto che condividerà altri dettagli sul lavoro legato al fair play “quando sarà pronto”. Una formula abbastanza vaga, sì, ma che fa pensare all’arrivo di altre misure oltre a quelle già messe in campo con l’anti-cheat.

C’è anche un chiarimento che Embark ha voluto fare subito: qui non si parla di Denuvo DRM. ARC Raiders installa Denuvo Anti-Cheat, quindi non la tecnologia antipirateria che negli anni ha attirato molte critiche da parte degli utenti PC.

Embark Studios ha detto anche di tenere sotto osservazione l’eventuale impatto sulle prestazioni, tema sempre delicato quando entra in gioco un software anti-cheat a livello kernel.

Perché Embark è intervenuta contro cheater ed exploit

L’arrivo dell’anti-cheat non è certo casuale. ARC Raiders si è trovato più volte a fare i conti con episodi di cheating e con vari exploit, inclusi i bug di duplicazione già citati, che hanno inciso in modo diretto sia sull’esperienza online sia sul valore degli oggetti in-game.

E non c’è stato solo questo.

Oltre al software anti-cheat, Embark Studios era già intervenuta con patch, verifiche sugli abusi e provvedimenti disciplinari.

In passato lo studio aveva parlato anche di avvisi e sospensioni rivolti agli utenti coinvolti negli exploit più pesanti.

Per questo il rollout di Denuvo Anti-Cheat va letto come un’aggiunta, non come una risposta unica e definitiva. Embark Studios sta cercando di mettere insieme interventi tecnici, controlli e sanzioni per arginare un problema che negli ultimi mesi si è fatto sentire parecchio sulla qualità delle partite.

Denuvo Anti-Cheat divide la community di ARC Raiders

Come succede spesso con gli anti-cheat a livello kernel, la community si è spaccata.

Secondo Denuvo, il software resta attivo solo mentre il gioco è in esecuzione e non dovrebbe provocare cali di prestazioni. Una parte dei giocatori, però, continua a sollevare dubbi su sicurezza, privacy e possibili effetti su fluidità e stuttering.

Dall’altra parte ci sono utenti che dicono di aver visto meno giocatori sospetti e sperano che il nuovo sistema riesca davvero a rendere le partite più pulite. Altri, invece, restano diffidenti già solo per il nome Denuvo: c’è chi sostiene che i cheater non siano affatto spariti e chi, più semplicemente, non si fida comunque del software.

Per ora manca soprattutto una cosa, dati pubblici concreti. Al di là delle dichiarazioni di Embark Studios e delle impressioni raccolte nella community, non ci sono ancora numeri o prove misurabili che mostrino quanto Denuvo Anti-Cheat abbia davvero ridotto il cheating in ARC Raiders. È probabile che il prossimo aggiornamento promesso sul fair play serva proprio a fare un po’ più di chiarezza.