Ford sceglie Apple Maps: debutto nativo sulle auto elettriche nel 2027

Ford stringe ancora di più i rapporti con Apple e, stando a quanto riferito dall’azienda, dal 2027 porterà Apple Maps direttamente nel sistema di infotainment delle sue auto. Per Apple, si tratterebbe della prima casa automobilistica ad adottare i nuovi strumenti sviluppati a Cupertino. Non sarà il solito supporto tramite iPhone: Apple Maps entrerà nel veicolo come parte del sistema nativo.

Il punto è questo: la partita del cruscotto digitale si sta facendo sempre più seria, proprio mentre i costruttori cercano di trasformare software, servizi e assistenza alla guida in una parte centrale dell’esperienza a bordo.

Ford e Apple Maps: cosa cambia davvero in auto

Al centro di tutto c’è il MapKit for Automotive SDK, il toolkit con cui Apple permette alle case automobilistiche di integrare mappe e navigazione direttamente nei propri sistemi.

Tradotto: Ford non si fermerà più ad Apple CarPlay come semplice “riflesso” dell’iPhone sul display centrale. Apple Maps potrà lavorare come navigatore nativo dell’auto.

La differenza, qui, è netta.

Con Apple CarPlay molte funzioni passano ancora dal telefono collegato; con un’integrazione nativa, invece, l’auto può gestire molto più a fondo i dati del percorso, lo stato del veicolo e lo scambio di informazioni con gli altri sistemi di bordo.

Il debutto della piattaforma è previsto per il 2027, sulla prossima generazione di veicoli elettrici di medie dimensioni di Ford, un modello che, secondo le indiscrezioni, dovrebbe collocarsi intorno ai 30.000 dollari.

Non è un dettaglio da poco. Ford sta provando a rendere i suoi EV più accessibili, e un’esperienza software fatta meglio può pesare parecchio nella scelta finale.

Le funzioni EV saranno il vero banco di prova

Il terreno su cui questa integrazione si giocherà davvero è l’elettrico.

Apple Maps, lavorando direttamente con i dati dell’auto, dovrebbe mettere sul tavolo funzioni avanzate come il monitoraggio della batteria in tempo reale e la pianificazione automatica delle soste di ricarica lungo il tragitto.

C’è poi un altro aspetto interessante: il precondizionamento della batteria, che consentirebbe di ottimizzare tempi e prestazioni della ricarica prima di arrivare alla colonnina.

Per chi guida elettrico, ormai, sono funzioni decisive.

Se sei al volante di un EV, vedere solo la strada non basta più: serve un sistema che sappia gestire autonomia, soste e tempi con intelligenza, e possibilmente senza complicarti la vita.

Un aiuto anche per BlueCruise e la strategia software di Ford

L’arrivo di Apple Maps in forma nativa potrebbe avere effetti anche su BlueCruise, il sistema Ford di guida assistita a mani libere.

Mappe e navigazione, se collegate più strettamente al veicolo, possono migliorare il dialogo tra percorso, corsie, limiti di velocità e funzioni di assistenza alla guida.

La scelta, del resto, rientra nella strategia più ampia di Ford, che vuole diventare sempre di più un costruttore centrato sul software e su servizi digitali avanzati.

Lavorare con Apple dà a Ford un vantaggio abbastanza chiaro: può appoggiarsi a un ecosistema che milioni di utenti conoscono già, invece di cercare di imporre un’interfaccia del tutto proprietaria.

Una scelta opposta a quella di GM

La decisione di Ford risalta ancora di più se la si mette accanto a quella di General Motors. GM, come annunciato dalla stessa azienda, ha scelto di togliere Apple CarPlay e Android Auto dai nuovi EV, preferendo una piattaforma costruita su Google.

Ford, al contrario, sembra voler spingere ancora di più sulla collaborazione con Apple, proprio per tenere in auto tecnologie di largo consumo che il pubblico conosce già e, soprattutto, usa volentieri.

Le incognite, però, restano.

Ford e Apple non hanno comunicato i termini economici dell’accordo, e non è ancora chiaro quale sarà il modello di licenza né se ci saranno effetti sui ricavi.

Poi c’è il nodo della diffusione internazionale: per ora Ford e Apple hanno dato pochi dettagli sul lancio nei mercati chiave fuori dal Nord America, quindi Europa e Asia.

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Tesla robotaxi: a Houston il primo incidente segnalato alla NHTSA con operatore remoto

Tesla robotaxi: a Houston la prima segnalazione alla NHTSA con operatore remoto indicato

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Per la prima volta, in una segnalazione che Tesla ha inviato alla National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) degli Stati Uniti, un robotaxi Tesla Model Y coinvolto in un piccolo incidente a Houston compare con il tipo di conducente classificato come “Remote (Commercial / Test)”, cioè un operatore remoto attivo in ambito commerciale o di test.

Nel rapporto mandato da Tesla alla NHTSA si legge che il veicolo stava cercando di uscire da una strada residenziale senza uscita quando è finito su una scarpata erbosa e ha colpito un ceppo d’albero nascosto. Non ci sono stati feriti e i danni sono indicati come lievi.

Il punto non sta tanto nella gravità dell’urto, avvenuto a circa 3 km/h secondo la documentazione inviata alla NHTSA. Sta nel fatto che Tesla abbia inserito formalmente, per la prima volta, il tipo di conducente “Remote (Commercial / Test)” nel campo dati strutturato della segnalazione.

È la prima volta, infatti, che Tesla indica in modo esplicito un operatore remoto in uno dei suoi 22 incidenti ADS notificati alla NHTSA.

Tesla robotaxi a Houston: cosa dice il rapporto NHTSA

Nel documento identificato come 13781-15395, Tesla spiega alla NHTSA che il veicolo si trovava in una fase di assistenza remota per uscire da una strada senza sbocco in un quartiere residenziale di Houston.

Durante la manovra, il Tesla Model Y è salito su un pendio erboso e ha urtato un ceppo non visibile. La velocità prima dell’impatto era di 2 mph, cioè circa 3,2 km/h.

Il dato conta perché, fino a questo momento, il ruolo dei teleoperatori nelle flotte robotaxi di Tesla era affiorato solo in modo indiretto o dai racconti dei singoli episodi.

Qui invece compare nero su bianco, dentro il tracciato standardizzato che Tesla ha trasmesso all’autorità.

È il terzo incidente segnalato dopo una presa di controllo remota

L’episodio di Houston non arriva da solo. Si aggiunge ad altri due incidenti nei quali, per quanto emerso dai casi precedenti, un operatore remoto avrebbe preso il controllo del veicolo dopo che il sistema autonomo si era bloccato o non riusciva più ad andare avanti.

Nel luglio 2025, un robotaxi Tesla ha colpito una recinzione metallica a circa 13 km/h. Nel gennaio 2026, un altro robotaxi Tesla ha urtato una barriera temporanea da cantiere a circa 14,5 km/h.

Nei tre casi resi pubblici finora si vede sempre la stessa sequenza: il sistema di guida autonoma si ferma o resta incastrato, interviene un essere umano da remoto, poi il veicolo finisce per colpire un ostacolo a bassa velocità.

Tesla, però, non dice quante volte i teleoperatori intervengano in totale. Di conseguenza, non si può calcolare un tasso di incidenti per intervento remoto.

Teleoperazione a bassa velocità e controlli sempre più stretti

Le informazioni disponibili fanno pensare che Tesla autorizzi la guida remota solo come risorsa di riserva per manovre lente di riposizionamento, in genere sotto i 16 km/h.

Anche la dinamica dei tre incidenti noti va nella stessa direzione: tutti sono avvenuti a velocità ridotta.

Il caso si inserisce dentro un quadro più ampio, con un’attenzione crescente sulla sicurezza dei robotaxi Tesla in Texas. In meno di un anno, secondo le segnalazioni ADS inviate alla NHTSA, la flotta è stata coinvolta in 22 collisioni segnalate.

Analisi esterne richiamate nel dibattito pubblico sostengono che oltre la metà di questi episodi potrebbe coinvolgere errori del software Full Self-Driving (FSD) di Tesla oppure degli operatori remoti.

Nel frattempo cresce anche la pressione regolatoria. La NHTSA sta già portando avanti un’indagine su Autopilot e Full Self-Driving passata alla fase di analisi tecnica, uno stadio avanzato che può precedere un richiamo.

Un approccio diverso da Waymo

Con Waymo il quadro è diverso. Waymo ha dichiarato al senatore Ed Markey, nel febbraio 2026, di non usare normalmente la guida remota in cui un umano guida direttamente il veicolo.

Secondo Waymo, i suoi operatori forniscono soprattutto indicazioni, con una rara eccezione a bassissima velocità che la società dice di non aver mai usato fuori dall’addestramento.

Per Tesla, invece, il rapporto di Houston mostra una cosa molto concreta: la teleoperazione non è solo un’ipotesi teorica. Fa già parte dell’operatività del servizio, e ora anche del suo storico incidenti.

La domanda, a questo punto, è anche etica: quanto può essere considerato autonomo un servizio che, quando si blocca, passa il controllo a un operatore remoto e finisce comunque per urtare un ostacolo?

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Ricerca di Windows 11 si rinnova: meno Bing, più file e app utili

Ricerca di Windows 11: meno Bing, più risultati davvero utili sul PC

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Microsoft ha iniziato a distribuire, in modo graduale, la nuova Ricerca di Windows 11 agli iscritti al programma Windows Insider nel canale Experimental. La novità più grossa è questa: file locali , app installate, cartelle e impostazioni di sistema dovrebbero finalmente salire in cima, mentre suggerimenti web e contenuti promozionali finiscono più in basso.

Per anni la Ricerca di Windows è stata una delle funzioni più contestate del sistema operativo. Troppo rumore, troppi rimandi al web, troppi contenuti di contorno e, alla fine, poca utilità proprio quando volevi fare la cosa più semplice: aprire un’app o trovare un file.

Adesso Microsoft dà l’impressione di aver capito il problema e promette un’esperienza più pulita, più veloce e molto più concentrata su quello che c’è già nel PC.

Nuova Ricerca di Windows 11: meno Bing, più risultati utili sul PC

Il restyling parte prima di tutto da una diversa gerarchia dei risultati. Se cerchi un programma, un documento o una voce delle Impostazioni, la nuova Ricerca di Windows 11 dovrebbe mettere davanti ciò che conta davvero sul dispositivo, lasciando sullo sfondo risultati web e suggerimenti che finora si prendevano troppo spazio.

L’obiettivo, in pratica, è far diventare la casella di ricerca qualcosa di più vicino a un launcher e meno a una vetrina per il web. Microsoft parla anche di tempi di caricamento più rapidi, con un’attenzione molto più netta ai contenuti locali.

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Interfaccia più pulita e meno contenuti invadenti

Cambia anche l’aspetto. Stando a quanto dice Microsoft, la nuova casella di ricerca toglie di mezzo il feed “Consigliati”, i contenuti di tendenza e altri elementi accessori che rendevano l’esperienza affollata e dispersiva.

Al loro posto c’è un layout più sobrio, che mostra di default le ricerche recenti e lascia più spazio ai risultati davvero pertinenti. Non è il cambiamento più appariscente del pacchetto, ma potrebbe essere uno di quelli che gli utenti apprezzeranno di più, soprattutto chi usa Windows tutti i giorni per lavorare o studiare.

Risultati più intelligenti, anche con errori o ricerche brevi

Microsoft sostiene di aver messo mano anche alla qualità della ricerca vera e propria. A suo dire, il sistema dovrebbe cavarsela meglio con errori di battitura, parole incomplete e persino ricerche di appena due caratteri.

È un dettaglio che pesa, perché uno dei limiti storici della Ricerca di Windows è sempre stato proprio questo: tollera poco gli errori e spesso non mostra subito l’app o il file che ti aspettavi di vedere.

Anche la pagina dei risultati, sempre a detta di Microsoft, diventa più ricca di informazioni contestuali, come tipo di file e data di modifica, oltre ad anteprime e pulsanti più chiari per azioni come “Apri”. Sul lato web c’è un altro aggiustamento: i risultati diretti ora dovrebbero comparire sopra i contenuti promossi, invece di sparire sotto suggerimenti poco utili.

Più controllo per gli utenti e meno dipendenza dal web

Per chi vuole una ricerca solo locale, qui c’è probabilmente la parte migliore: Microsoft dice che Windows 11 aggiunge opzioni separate nelle Impostazioni per disattivare del tutto sia i risultati web sia i suggerimenti del Microsoft Store.

Così la Ricerca di Windows 11 può tornare a fare quello che molti utenti chiedevano da tempo: aprire app in fretta, trovare documenti e muoversi nelle impostazioni senza continue interferenze esterne. Un piccolo prezzo da pagare per avere un po’ più di privacy, specie per chi non ha mai sopportato questa dipendenza dal web in una funzione pensata, prima di tutto, per il PC.

Microsoft parla anche di meno crash , meno glitch e meno problemi di caricamento. Segno che il lavoro non riguarda soltanto l’aspetto grafico, ma anche la tenuta generale della funzione.

Per ora il rilascio resta graduale ed è riservato agli iscritti al programma Windows Insider nel canale Experimental. Una data per l’arrivo pubblico ancora non c’è. Le prime reazioni, però, sembrano positive: dopo anni di lamentele, Microsoft pare aver finalmente capito una cosa piuttosto semplice. La ricerca di Windows dovrebbe aiutarti a trovare quello che hai sul PC, non distrarti con contenuti che nessuno aveva chiesto.

Sony DAT: il nastro che salvò i server degli anni 90

DAT: da flop musicale a colonna dei backup aziendali

Nel 1987 Sony mise sul mercato il DAT, sigla di Digital Audio Tape, pensando al passo successivo rispetto alla musicassetta: un formato audio più piccolo, digitale, con una resa sonora vicina a quella del CD. Alla fine, però, il DAT è rimasto nella memoria soprattutto per un’altra ragione: per anni, nella versione DDS (Digital Data Storage), ha custodito i dati di uffici, server e sale CED.

Presentato nel 1987 come nuovo formato audio, il DAT non è mai riuscito a imporsi davvero nel mercato consumer.

Eppure, proprio mentre zoppicava come prodotto di massa, stava trovando una seconda strada nel mondo IT, dove la sua variante DDS sarebbe diventata uno dei supporti di backup più diffusi degli anni 90.

DAT e DDS: come un formato musicale è diventato essenziale per i backup

Il DAT era nato come erede digitale della musicassetta. L’idea, in fondo, era chiara e anche piuttosto ambiziosa: portare registrazione e riproduzione audio in un formato compatto, ma con qualità da CD, in un periodo in cui “digitale” voleva quasi dire “domani”.

Sulla carta, funzionava.

Poi c’era la realtà. I primi lettori DAT costavano parecchio e l’industria discografica guardava con diffidenza alla possibilità di fare copie digitali perfette. Da lì arrivarono sistemi di controllo come lo SCMS, il Serial Copy Management System, un meccanismo anti-copia inserito nei dispositivi consumer che finì per rendere il formato meno invitante proprio per il pubblico a cui avrebbe dovuto parlare.

Se oggi il DAT lo guardi solo come un esperimento audio andato storto, ti manca quindi metà del racconto.

In casa non decollò. Tra i professionisti, invece, la storia andò in tutt’altra direzione.

Perché il DAT non conquistò le case ma piacque ai professionisti

Se il pubblico comune rimase piuttosto freddo, gli studi di registrazione e chi lavorava con l’audio lo accolsero molto meglio. Il DAT offriva qualità digitale, portabilità e una praticità concreta nel mastering e nelle registrazioni sul campo, doti che tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 valevano parecchio.

Il vero cambio di scena, però, arrivò altrove. Fuori dalla musica.

La tecnologia del DAT venne adattata in DDS, Digital Data Storage, e trasformata in un supporto pensato per il backup dei dati. In quel mondo, le stesse caratteristiche che nel consumer non bastavano diventarono improvvisamente centrali: cartucce compatte, trasporto semplice, capacità che aumentava di generazione in generazione.

Ben lontano dal futuro che Sony si era immaginata per la musica, il successo di quel nastro sarebbe passato dai server.

Ed è proprio lì che il DAT si è costruito l’eredità più solida.

Negli anni 90 il DAT divenne il backup di intere aziende

Per l’IT di quegli anni, il DDS era una scelta molto pratica. La prima generazione arrivava a contenere fino a 2 GB di dati non compressi, un valore tutt’altro che trascurabile per l’epoca.

Verso la fine degli anni 90, con DDS-4, si era già passati a 20 GB, abbastanza per restare in gioco mentre i bisogni di backup crescevano in fretta.

Il formato piaceva anche per una questione molto concreta di logistica. I nastri erano piccoli, facili da etichettare e da archiviare, perfetti per i backup notturni dei server.

C’era poi un altro vantaggio, meno spettacolare ma decisivo: portarli fuori sede era semplice. E questo contava moltissimo nelle strategie di disaster recovery, parecchio prima che il cloud diventasse la normalità.

Poi i volumi di dati sono esplosi, e anche il regno del DDS è arrivato alla fine.

Formati con più capacità e maggiore velocità, come DLT (Digital Linear Tape) e in seguito LTO (Linear Tape-Open), hanno preso il sopravvento nel mercato enterprise. Sony ritirò le ultime macchine DAT nel 2005, chiudendo lì il capitolo.

Eppure l’idea alla base di quei nastri non è sparita affatto.

Ancora oggi il nastro ha un posto preciso: archiviazione a lungo termine, copie offline, protezione isolata dalla rete contro attacchi ransomware. Non è il futuro scintillante che Sony si immaginava per la musica, ma quando si parla di dati il nastro continua, sorprendentemente, ad avere senso.

Google cambia i backup Android: dal 7 luglio 2026 peseranno sullo spazio disponibile

Google: i backup Android saranno conteggiati ai fini del limite di archiviazione dal 7 luglio 2026

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Dal 7 luglio 2026 Google cambierà una regola che riguarda chi usa Android e salva i dati nel cloud. I backup dei dispositivi, ha spiegato l’azienda, inizieranno a rientrare nel limite di archiviazione dell’account Google, mentre finora una parte di quei dati restava fuori dal conteggio. Per molti utenti non cambierà molto, almeno non subito. Se però sei già vicino alla soglia gratuita dei 15 GB dell’account Google, questa novità potresti notarla. La stima indicata da Google parla di un aumento medio di circa 40 MB per account.

backup Android e spazio Google: cosa cambia dal 7 luglio 2026

Il punto è tutto nel modo in cui Google calcola lo spazio occupato dai backup Android. Fino a oggi alcune categorie erano già conteggiate, per esempio i contenuti salvati in Google Foto e gli MMS. Dal 7 luglio, invece, nel totale finiranno anche altri dati che prima non incidevano sullo spazio disponibile.

Tra questi ci sono SMS, cronologia chiamate e impostazioni del dispositivo. Il sistema diventa più coerente, sì, ma per gli account con pochissimo spazio libero la differenza può farsi sentire.

Google precisa comunque che, nella maggior parte dei casi, l’impatto sarà minimo. Quaranta megabyte in più di media sono davvero poca cosa rispetto ai 15 GB inclusi gratis con un account Google. Il discorso cambia se tieni enormi archivi di messaggi, registri chiamate molto lunghi, oppure se hai già quasi riempito tutto tra Gmail, Google Drive e Google Foto.

Chi vedrà il cambiamento subito e chi più avanti

Il rollout non seguirà la stessa tabella per tutti. Google dice che i nuovi utenti Android rientreranno da subito nelle nuove regole, mentre per gli account già esistenti l’aggiornamento arriverà poco alla volta nei mesi successivi.

È una scelta che evita di spostare tutto in blocco per l’intera base utenti e lascia anche un po’ di tempo per controllare quanto spazio ti resta. Se sei vicino al limite, questo può essere il momento giusto per fare pulizia o per capire se ha senso passare a un piano Google One.

Più controlli sui backup per gli utenti

In parallelo, Google introdurrà anche impostazioni più dettagliate per gestire i backup. Gli utenti potranno scegliere con più precisione cosa salvare nel cloud, con opzioni dedicate per SMS, cronologia chiamate e impostazioni del dispositivo, oltre ai controlli per le singole app.

C’è anche un altro aspetto interessante: questi controlli dedicati danno più libertà nel decidere cosa tenere nel backup e cosa lasciare fuori. Ed è qui che la novità pesa meno, perché se da una parte più dati verranno conteggiati nello spazio totale, dall’altra avrai anche più margine per tagliare quello che non consideri davvero essenziale.

La decisione arriva mentre Google sta ritoccando in generale la propria offerta storage, tra test su quote gratuite più basse per alcuni account non verificati e il nuovo posizionamento di Google One. Per la maggior parte delle persone passerà quasi inosservata. Se però sei già appeso ai 15 GB, vale la pena tenerla d’occhio.

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Discord arriva su Meta Quest: l’app nativa è ora disponibile

Discord arriva da oggi, 30 giugno 2026, in versione nativa sui visori Meta Quest attraverso il Meta Horizon Store.

Dopo mesi, anzi anni, passati tra browser web e versioni Android installate a mano, Discord sbarca finalmente in modo ufficiale su Meta Quest: dal 30 giugno 2026 l’app si scarica direttamente dal Meta Horizon Store. Per chi usa la VR con una certa frequenza, non è una novità da poco.

Nel visore ci sono quasi tutte le funzioni che hanno reso Discord quello che è: chiamate vocali , chat testuale, accesso ai server e ai messaggi diretti, più una serie di opzioni pensate per stare lì mentre giochi o mentre sei immerso in un ambiente virtuale.

Discord su Meta Quest: disponibile l’app nativa nel Meta Horizon Store

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La nuova app di Discord funziona su Meta Quest 2, Meta Quest 3 e Meta Quest Pro, almeno stando a quanto riportato nella scheda del Meta Horizon Store.

L’uscita arriva dopo l’annuncio fatto da Meta durante il Connect 2025, quando l’azienda aveva già lasciato intendere una integrazione più stretta tra l’ecosistema VR di Meta e Discord, la piattaforma di comunicazione che ormai usano tutti per community, gioco e gruppi di amici.

Per Meta, avere Discord in forma nativa serve anche a tappare una delle mancanze più evidenti dell’esperienza social su Quest.

Fino a oggi, usare Discord dal visore voleva spesso dire arrangiarsi con il browser integrato oppure installare manualmente l’app Android. E il risultato, nella maggior parte dei casi, era mediocre: interfaccia poco pratica , problemi con il microfono, condivisione del gameplay complicata.

Cosa si può fare con Discord in VR

L’app di Discord su Quest include le funzioni principali che ti aspetteresti di trovare.

Puoi entrare in una chiamata vocale , leggere e inviare messaggi di testo, passare da un server all’altro e aprire i messaggi diretti senza dover uscire davvero dall’esperienza VR.

C’è anche una funzione overlay, forse una delle aggiunte più utili: l’interfaccia di Discord può restare sovrapposta al gioco. Quindi, mentre stai giocando, puoi tenere d’occhio conversazioni e canali senza chiudere la sessione.

Il feeling ricorda quello di Discord su PC, questo sì, ma la versione per Quest sembra fare un passo in più perché nasce per stare dentro il visore, non per essere adattata in qualche modo dopo.

Meta e Discord hanno inserito anche qualche funzione più specifica per la realtà virtuale. Tra queste c’è lo streaming del gameplay direttamente dal visore agli amici su Discord, insieme al supporto per l’uso di un Meta Avatar nelle videochiamate, così da rendere più naturale la tua presenza negli ambienti social e multiplayer.

Un’integrazione preparata da mesi

Il lancio dell’app, in realtà, non spunta fuori all’improvviso.

Già a dicembre 2025 Meta aveva introdotto la possibilità di collegare l’account Meta Horizon a quello Discord, dandoti modo di condividere il tuo stato di attività in VR. Era già un indizio piuttosto chiaro di quello che sarebbe arrivato dopo: quella mossa ha preparato il terreno per un’app completa.

Per spingere le prime installazioni, Meta e Discord hanno messo in piedi anche una promozione. Se apri l’app Discord da un visore Quest entro il 30 settembre 2026 , ottieni un mese gratis di Discord Nitro.

L’arrivo dell’app nativa, da solo, non riscriverà il futuro della VR sociale. Però toglie di mezzo uno dei limiti più citati dalla community Quest. E se Discord lo usi tutti i giorni, averlo davvero integrato nel visore è il tipo di novità che noti subito.

Google Play apre ai pagamenti alternativi dal 30 giugno: cosa cambia

Google Play apre ai pagamenti alternativi dal 30 giugno

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Dal 30 giugno Google Play, lo store di app di Google per Android, permetterà agli sviluppatori di proporre sistemi di pagamento alternativi negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nello Spazio economico europeo, come ha comunicato la stessa Google. Fino a oggi, in base alle regole di Google Play, gli acquisti in-app dovevano passare obbligatoriamente dal sistema di fatturazione della piattaforma. Con il nuovo schema annunciato dall’azienda, chi pubblica un’app avrà più libertà nel gestire gli acquisti e un rapporto più diretto con i clienti.

Google Play: cosa cambia dal 30 giugno

Il cambiamento più visibile è questo: per gli acquisti digitali dentro le app non sarà più obbligatorio appoggiarsi soltanto al billing di Google Play, in base al nuovo modello presentato da Google. Gli sviluppatori potranno integrare un proprio sistema di pagamento oppure indirizzare gli utenti al loro sito per completare l’acquisto.

Per chi vende abbonamenti, contenuti premium o beni digitali, la differenza si sentirà. Vuol dire avere più controllo sul checkout, sui dati dei clienti e sulle promozioni. Vuol dire anche dipendere un po’ meno da un solo intermediario.

C’è poi la possibilità di mandare l’utente sul sito dello sviluppatore: così l’acquisto si conclude fuori dall’app e la relazione commerciale può essere gestita in modo più diretto.

Nuove commissioni: il servizio viene separato dal billing

Google ha messo mano anche alla struttura delle commissioni. Al posto di una fee unica legata al sistema di pagamento, adesso distingue il costo del servizio offerto da Google Play da quello del billing in senso stretto.

La nuova commissione di servizio sarà del 10% sul primo milione di ricavi annuali, stando a quanto indicato da Google. Superata quella soglia, i livelli successivi saranno in generale del 20% per le nuove installazioni dell’app e del 25% per le installazioni già esistenti, sempre secondo Google.

A questa quota potrà aggiungersi un’eventuale commissione del 5% per il billing, ma solo nel caso in cui lo sviluppatore scelga di continuare a usare il sistema di pagamento di Google Play, ancora una volta secondo Google. Chi passerà a una soluzione proprietaria potrà quindi evitare questo costo extra.

Per molti sviluppatori il punto vero sarà proprio questo: poter scegliere. Per gli operatori più grandi, invece, il risparmio reale potrebbe essere meno marcato se continueranno a usare gli strumenti di pagamento di Google Play.

Dietro la svolta ci sono pressioni legali e regolatorie

Questa mossa non nasce dal nulla. Google da anni è sotto pressione per le regole che disciplinano i marketplace digitali, sia da parte degli sviluppatori sia da parte delle autorità.

A spingere verso questa apertura ci sono la lunga battaglia legale avviata da Epic Games e il controllo sempre più stretto dell’Europa, soprattutto con il Digital Markets Act, che impone ai gatekeeper obblighi più severi sul fronte della concorrenza e dell’interoperabilità.

Il rollout internazionale sarà graduale

La partenza del 30 giugno riguarderà, almeno all’inizio, Stati Uniti, Regno Unito e SEE. Google ha già indicato anche i passaggi successivi: Australia dal 30 settembre 2026, Giappone e Corea del Sud entro la fine del 2026, poi un’espansione più ampia prevista entro settembre 2027.

Per il mercato delle app è un passaggio che pesa. Non ridimensiona il ruolo di Google Play, però apre finalmente a un modello meno chiuso, in cui chi sviluppa un’app può decidere con più autonomia come incassare e come gestire il rapporto commerciale con i propri utenti.