Influencer virtuali: cresce il rischio di pubblicità ingannevole sui social
Secondo una recente indagine, sui social alcuni brand potrebbero aver usato influenzer virtuali e volti generati con l’intelligenza artificiale per far passare messaggi pubblicitari come se fossero testimonianze spontanee di clienti in carne e ossa.
In più di un caso, stando all’inchiesta citata, i contenuti promozionali venivano confezionati come racconti autentici di persone reali. E questo riporta al centro, senza tanti giri di parole, il tema della trasparenza e quello del possibile inganno.
Per le associazioni dei consumatori e per molti esperti di marketing il punto è abbastanza semplice: se quella persona non esiste davvero, oppure se il contenuto è stato creato artificialmente, chi guarda deve capirlo subito.
La questione diventa ancora più delicata quando il post copia il tono di una recensione vera o di una normale esperienza d’acquisto.
Influencer virtuali, pubblicità e trasparenza obbligatoria
Le richieste di regole più chiare sulla disclosure stanno crescendo.
Chi critica questo tipo di campagne sostiene che un avatar o un volto sintetico non possano essere presentati come un consumatore qualunque, soprattutto quando il contenuto è costruito apposta per sembrare genuino. In ballo non c’è solo la correttezza della comunicazione pubblicitaria, ma anche la fiducia che riponi ogni giorno nei consigli che ti scorrono davanti sui social.
La pressione sta aumentando anche sul fronte delle regole.
Nell’Unione europea, dal prossimo agosto l’AI Act introdurrà obblighi di etichettatura per i contenuti generati o manipolati artificialmente, come previsto dal regolamento UE sull’IA. Negli Stati Uniti, invece, sono già in vigore le regole della Federal Trade Commission (FTC) contro il marketing ingannevole e sulla trasparenza delle sponsorizzazioni. E lo Stato di New York, da giugno 2026, richiederà una disclosure specifica per i cosiddetti performer sintetici nelle pubblicità, in base alle norme statali già annunciate.
Per adesso, però, il settore non si è ancora dato uno standard unico.
Qualcosa si muove anche dal lato delle piattaforme. TikTok, per esempio, ha introdotto strumenti che permettono ai creator di segnalare i contenuti creati artificialmente, seguendo le indicazioni diffuse dalla piattaforma. È un segnale abbastanza chiaro: il mercato sta iniziando a riconoscere il problema per quello che è.
Un mercato che corre
Di marginale qui c’è ben poco.
Il mercato degli influencer virtuali è stato stimato intorno ai 6,06 miliardi di dollari nel 2024 e, secondo le stime di mercato citate nel dibattito, potrebbe arrivare a 45,88 miliardi entro il 2030. Un’altra previsione, riportata nello stesso dibattito, si spinge persino fino a 154,6 miliardi entro il 2032.
Anche l’esposizione del pubblico è già alta: secondo le ricerche citate nel dibattito, il 58% dei consumatori statunitensi segue almeno un influencer virtuale, mentre il 35% della Gen Z ha acquistato un prodotto promosso da una persona artificiale.
Perché i brand li scelgono
Per le aziende i vantaggi sono abbastanza facili da capire: più controllo sul messaggio, meno rischi reputazionali rispetto a un testimonial umano, costi che in potenza possono essere più bassi e una presenza costante, sempre disponibile. Alcuni report citati nel dibattito parlano anche di performance molto forti, con livelli di engagement fino a tre volte superiori rispetto a quelli degli influencer tradizionali.
Ma i numeri del marketing non chiudono affatto la discussione.
Il punto vero resta l’autenticità. Un volto virtuale può essere perfetto, coerente, persino credibile. Però non ha un’esperienza reale del prodotto, non vive una quotidianità vera e non costruisce lo stesso legame emotivo che può creare una persona in carne e ossa.
Viene quasi da pensare che un po’ più di trasparenza sia davvero il minimo.
Ed è qui che si stringe il nodo etico: possiamo davvero accettare che la pubblicità usi volti artificiali per sembrare reale, senza dirlo in modo chiaro agli utenti?
Laura Ceridono su Twitter/X: @LauraCeridono