Genesis AI sta trattando per raccogliere 500 milioni di dollari.
Author: Sharilyn Deseo
TikTok davanti al Congresso Usa: il 15 settembre Will Farrell risponderà su privacy e ByteDance
Il 15 settembre Will Farrell, che guida la sicurezza di TikTok negli Stati Uniti, comparirà davanti alla House Select Committee on the Chinese Communist Party del Congresso americano. I legislatori gli chiederanno conto di privacy, cybersicurezza e dei legami che ancora restano tra TikTok e ByteDance.
Per TikTok è un altro passaggio ad altissima tensione a Washington.
L’audizione conta più delle altre per un motivo preciso: Farrell sarà il primo dirigente dell’azienda a testimoniare in pubblico da quando, nel gennaio 2026, si è chiusa la ristrutturazione proprietaria delle attività statunitensi della piattaforma.
Cosa vuole sapere il Congresso su TikTok
Se si vuole capire che cosa il Congresso abbia davvero in testa, il punto è soprattutto uno: quanto TikTok sia diventata davvero autonoma dalla capogruppo cinese ByteDance dopo la cessione forzata degli asset americani.
I deputati chiedono dettagli sui sistemi che proteggono i dati, sulle barriere interne che dovrebbero bloccare accessi impropri e, più di tutto, su quanta influenza ByteDance continui ad avere sulle operazioni negli Stati Uniti.
Farrell, di fatto, presidia proprio l’impianto di sicurezza costruito per tenere i dati degli utenti americani fuori dalla portata di ByteDance.
Sulla carta il riferimento resta Project Texas, il piano che affida a Oracle l’hosting e la protezione dei dati statunitensi. A Capitol Hill, però, continuano a volere una risposta molto più concreta: dove stanno i dati, chi li può vedere e con quali controlli. È sempre lo stesso nodo, quello della privacy, solo che a Washington una rassicurazione generica ormai non basta più.
La nuova proprietà Usa e il nodo del 19,9%
Con la riorganizzazione, il business americano è passato a TikTok USDS Joint Venture LLC, una struttura sostenuta da investitori statunitensi e internazionali.
Tra i soci principali ci sono Oracle, Silver Lake e MGX, fondo con sede ad Abu Dhabi. ByteDance, però, si è tenuta il 19,9%.
Ed è proprio quella cifra a rendere il dossier così incendiario. La legge americana del 2024, il Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act, considera decisiva la soglia del 20% per stabilire il controllo da parte di un avversario straniero. Restare appena sotto può funzionare sul piano formale. Non è bastato, però, a chiudere il contenzioso politico e giuridico su chi abbia davvero il comando.
Perché i dubbi non sono spariti dopo la vendita
Al Congresso, e anche fuori dal Congresso, molti continuano a pensare che la separazione da ByteDance possa essere meno netta di quanto venga raccontato.
I dubbi non riguardano soltanto la quota azionaria rimasta in mano alla società cinese. C’è anche la questione, ancora apertissima, della tecnologia che tiene in piedi la piattaforma.
Sotto osservazione c’è soprattutto la licenza dell’algoritmo di raccomandazione di TikTok concessa alla nuova entità americana. La proprietà è cambiata, sì, ma la dipendenza tecnica da sistemi sviluppati da ByteDance continua ad alimentare il sospetto che l’influenza del gruppo cinese non sia stata cancellata davvero.
Lo sfondo è quello di uno scontro istituzionale che va avanti da tempo. La legge del 2024 imponeva a ByteDance di vendere TikTok oppure affrontare un blocco negli Stati Uniti; la Corte Suprema l’ha confermata nel gennaio 2025, anche se la sua applicazione concreta è stata rinviata più volte mentre si cercava un acquirente.
A rendere l’audizione ancora più politica c’è anche un’assenza. Il CEO di TikTok Usa, Adam Presser, almeno per ora non dovrebbe presentarsi, nonostante il presidente della commissione John Moolenaar avesse detto in passato di voler sentire la leadership della joint venture. Così, ancora una volta, TikTok si ritroverà a dover convincere Washington di aver davvero tagliato i suoi legami più delicati con la Cina.
E qui il punto non è solo giuridico o politico. La domanda, in fondo, è un’altra: si può accettare che una piattaforma usata da milioni di persone continui a stare in una zona grigia, sospesa tra tutela dei dati, dipendenza tecnologica e timori di influenza straniera?
Google Maps su Android Auto: arriva finalmente il tachimetro, ma solo per alcuni
Google Maps Android Auto: arriva finalmente il tachimetro, ma solo per alcuni
Google Maps su Android Auto sta iniziando a mostrare in questi giorni il tachimetro integrato nella schermata di navigazione. È una novità attesa da tempo, perché va a coprire una delle mancanze più discusse dagli utenti: poter vedere la velocità attuale del veicolo e, in certi casi, anche il limite di velocità direttamente sul display dell’auto. Su Google Maps per smartphone questa funzione esisteva già da parecchio. Su Android Auto, invece, sta comparendo soltanto per un numero ristretto di persone. Quindi no, almeno per adesso non si può ancora parlare di rilascio per tutti.
Le prime segnalazioni arrivate online, soprattutto da parte di utenti beta, raccontano proprio questo: la funzione sta spuntando qua e là e porta finalmente nell’interfaccia dell’auto qualcosa che su smartphone era già normale da vedere.
Ma non è ancora un rollout generale.
Anzi, sempre guardando alle testimonianze degli utenti beta, tutto fa pensare a un’attivazione lato server. In pratica la funzione verrebbe accesa da Google senza passare da un aggiornamento distribuito in modo ampio a tutti i dispositivi.
Google Maps Android Auto: arriva il tachimetro, ma solo per alcuni
La novità aggiunge a Google Maps su Android Auto un indicatore della velocità attuale del veicolo, visibile direttamente nella schermata di guida.
Quando è attiva anche la navigazione turn-by-turn, in alcuni casi compare pure il limite di velocità relativo alla strada che si sta percorrendo. Il risultato è un’esperienza molto più vicina a quella che molti già conoscono su altre piattaforme.
Sulla carta sembra una piccola aggiunta.
Nell’uso quotidiano, però, cambia qualcosa. Per molti automobilisti avere sotto gli occhi velocità e limite senza dover cambiare app, o senza abbassare lo sguardo verso il cruscotto digitale dell’auto, può rendere la consultazione delle indicazioni più comoda. Soprattutto in città, oppure quando si guida su strade poco familiari.
Come funziona il nuovo indicatore di velocità
Nelle versioni di Google Maps su Android Auto in cui la funzione è già attiva, la velocità corrente viene mostrata dentro un riquadro dedicato.
Se è in corso una navigazione, può comparire anche il limite di velocità rilevato per quel tratto di strada.
C’è poi un altro dettaglio interessante: l’avviso visivo permette di capire subito se si sta superando il limite individuato.
Quando il conducente oltrepassa la soglia rilevata, l’icona del tachimetro cambia colore e può diventare gialla oppure rossa.
Chi usa Waze conosce già bene questo meccanismo. Serve a segnalare rapidamente un eccesso di velocità, senza ricorrere a notifiche invadenti.
Qualche limite, comunque, resta.
Secondo le segnalazioni di chi ha già ricevuto la funzione, senza navigazione attiva verrebbe mostrata soltanto la velocità corrente, mentre il limite di velocità non apparirebbe. E c’è anche un altro punto ancora poco chiaro: manca un quadro davvero preciso sull’accuratezza del rilevamento in tutti gli scenari possibili, così come sul suo impatto reale in termini di distrazione durante la guida.
Una lacuna storica rispetto a Waze e persino CarPlay
L’arrivo del tachimetro su Android Auto chiude almeno in parte una lacuna piuttosto strana nell’universo Google.
Waze, che è di proprietà di Google, offre da anni sia il tachimetro sia gli avvisi collegati ai limiti di velocità. Anche Google Maps su smartphone supportava già da tempo funzioni dello stesso tipo.
Le somiglianze con Waze sono evidenti, certo. Ma il punto vero è un altro: Android Auto era rimasto indietro su una funzione che Google aveva già in casa.
Il dettaglio più curioso è forse questo: il tachimetro era arrivato prima su Apple CarPlay, nel luglio 2024. Android Auto, nonostante sia la piattaforma automobilistica più direttamente legata ad Android, era rimasto indietro.
Non stupisce quindi che, nelle discussioni online, parecchi utenti abbiano descritto l’assenza del tachimetro su Google Maps per Android Auto come una mancanza difficile da spiegare.
Quando arriva per tutti
Per il momento Google non ha indicato una tempistica precisa per un rollout globale.
Il fatto che la funzione sembri attivarsi via server lascia pensare a un rilascio cauto, probabilmente usato per verificare stabilità, compatibilità e resa dell’interfaccia su veicoli e display diversi.
Detta in modo semplice, il tachimetro su Google Maps per Android Auto adesso esiste davvero, ma non è ancora disponibile per tutti. Se il rilascio continuerà ad allargarsi, una delle differenze più visibili rispetto a Waze potrebbe sparire presto.
Z.ai verso 1 miliardo di ricavi: i modelli migliori restano gratis
Z.ai, la startup cinese dell’intelligenza artificiale che fino a poco tempo fa si chiamava Zhipu, sarebbe vicina alla soglia di 1 miliardo di ricavi annui. A scriverlo oggi è Bloomberg.
Fino a non molto tempo fa quel traguardo sembrava fuori portata. Adesso, per Z.ai, comincia a sembrare qualcosa di concreto.
Sempre secondo Bloomberg, Z.ai potrebbe diventare la prima società cinese indipendente del settore a raggiungere quel livello.
C’è però un punto da leggere bene, se si guarda il numero da vicino: non stiamo ancora parlando solo di ricavi annui già messi a bilancio, ma anche di fatturato ricorrente annualizzato.
Non è la stessa cosa.
La stima del miliardo, infatti, include anche il run-rate, cioè il ritmo annualizzato dell’attività corrente, e non soltanto le vendite effettivamente registrate lungo un intero esercizio.
In una nota di JPMorgan citata da Bloomberg si parla di ricavi per 4,6 miliardi di yuan nel 2026, una cifra molto alta che però, se si guarda al fatturato realmente contabilizzato, resta ancora sotto la soglia simbolica del miliardo.
Detto questo, la crescita resta notevole.
Nel 2025 Z.ai ha registrato ricavi per 724 milioni di yuan, circa 100 milioni di dollari, con un aumento intorno al 132% su base annua, secondo i dati riportati da Bloomberg.
JPMorgan, sempre nelle informazioni riprese da Bloomberg, prevede poi un salto a 4,6 miliardi di yuan nel 2026 e addirittura a 30,9 miliardi di yuan entro il 2028.
La parte più interessante della storia Z.ai, però, è un’altra: il modello commerciale.
L’azienda continua a pubblicare in open source i suoi sistemi più avanzati, incluso GLM-5.2, e di fatto mette in discussione l’idea secondo cui regalare la tecnologia renda impossibile costruire un business solido.
I soldi arrivano da altri canali: accesso cloud, utilizzo tramite la piattaforma aperta, personalizzazioni per grandi clienti, supporto tecnico e installazioni on-premises, cioè direttamente nei data center del cliente, sempre secondo quanto riferisce Bloomberg.
È questa miscela che ha permesso alla società di accelerare in fretta.
Colpisce anche la crescita della piattaforma aperta, che consente a Z.ai di monetizzare l’uso attraverso servizi e infrastruttura, più che con la semplice vendita del modello.
L’ARR è arrivato a 1,7 miliardi di yuan, con una crescita di circa 60 volte in appena un anno, stando ai dati citati da Bloomberg.
E dalle analisi di mercato richiamate da Bloomberg emerge anche un altro elemento: l’utilizzo via API ha continuato a crescere perfino dopo un aumento dei prezzi dell’83% nel primo trimestre del 2026.
Una quota importante del fatturato, oggi, arriva da implementazioni costruite su misura per grandi gruppi statali e istituzioni finanziarie.
Secondo i dati circolati tra gli analisti e riportati da Bloomberg, questa voce avrebbe pesato per il 73,7% dei ricavi del 2025.
Il dettaglio conta, perché fa capire che la crescita di Z.ai non si regge soltanto sulla viralità dell’open source. C’entrano anche contratti enterprise di valore elevato, spesso legati a esigenze di sicurezza, controllo dei dati e installazioni locali.
Il problema è che Z.ai, almeno per ora, non è ancora profittevole.
Al contrario, le perdite si stanno allargando mentre il business si espande.
Nel 2025 la perdita netta sarebbe stata pari a 4,72 miliardi di yuan, mentre JPMorgan, secondo Bloomberg, vede un possibile pareggio soltanto nel 2028.
Detta in modo semplice, Z.ai sta mostrando che in Cina si può crescere molto in fretta anche offrendo i modelli migliori gratis.
Sta mostrando anche l’altra faccia della corsa: quanto costi trasformarla in un’attività davvero sostenibile.
Per adesso, comunque, siamo ancora nel campo delle indiscrezioni non confermate.
Bisognerà aspettare per capire se Z.ai sarà davvero la prima società cinese indipendente del settore a toccare la soglia del miliardo di ricavi.
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OpenAI Codex oscura le deleghe interne tra agenti: il debug si complica
OpenAI Codex: i messaggi tra agenti ora sono cifrati, e il debug si complica
Stando a segnalazioni non confermate comparse nella comunità di sviluppatori di Codex CLI, dall’inizio di giugno OpenAI Codex non mostra più in chiaro i messaggi che l’agente principale invia ai sotto-agenti nelle configurazioni più potenti, ma li rimpiazza con stringhe cifrate. Tradotto: se usi OpenAI Codex in flussi di lavoro con più agenti, non puoi più vedere direttamente come il tool spezza e distribuisce i compiti al proprio interno. La novità riguarda soprattutto chi lavora con Codex CLI e con la funzione sperimentale multi_agent_v2, e può rendere più difficile il debug, i controlli interni e l’adozione nei contesti aziendali più delicati.
OpenAI Codex: cosa cambia con la cifratura dei messaggi tra agenti
Il cambiamento tocca le istruzioni che si scambiano un agente “capo” e i sotto-agenti creati per portare avanti parti specifiche dello stesso compito. Fino a poco fa questi passaggi finivano nei log in testo leggibile. Ora, invece, molti utenti della comunità di sviluppatori di Codex CLI si trovano davanti blocchi cifrati al posto delle normali istruzioni.
Secondo quanto racconta la comunità, la cifratura sembrerebbe essere obbligatoria per le due varianti GPT-5.6 più grandi, Sol e Terra. La versione più leggera, GPT-5.6 Luna, almeno per ora, sembrerebbe non essere coinvolta nello stesso modo.
Per chi usa multi_agent_v2, l’effetto si vede subito: la creazione dei sotto-agenti e i messaggi che si scambiano non sono più tracciabili direttamente da una persona. Il sistema continua a fare il suo lavoro, però la sua organizzazione interna diventa molto meno leggibile.
Debug e audit più difficili per gli sviluppatori
Il nodo, prima di tutto, è operativo. Se un sotto-agente sbaglia, prende una strada inattesa o restituisce un risultato poco chiaro, capire dove si sia rotto qualcosa diventa molto più complicato. Senza accesso ai passaggi di delega in chiaro, gli sviluppatori si ritrovano con un pezzo importante in meno dei loro strumenti di diagnosi.
Ed è qui che nasce il problema.
In ambito professionale il peso della cosa aumenta ancora. In parecchi casi servono log verificabili per audit, conformità o controlli di sicurezza. Se il cuore del coordinamento interno è cifrato, dimostrare in che modo il sistema sia arrivato a certe decisioni può diventare complicato, se non impossibile, nei flussi standard.
Forse è un prezzo piccolo da pagare per proteggere un po’ meglio la tecnologia di OpenAI. Per chi, però, deve controllare davvero che cosa succede dentro Codex, il costo operativo rischia di essere molto più alto.
Nessuna spiegazione ufficiale, solo ipotesi
OpenAI, finora, non ha dato una spiegazione pubblica specifica su questo cambiamento. Nelle comunicazioni generali l’azienda spiega che i contenuti degli utenti sono protetti con cifratura a riposo e in transito, ma non ha chiarito perché i messaggi tra agenti in Codex siano diventati illeggibili anche per chi il tool lo usa.
Nel frattempo, nella comunità di sviluppatori e tra gli osservatori, girano diverse ipotesi. C’è chi pensa a una misura per limitare la distillazione dei modelli da parte di terzi. Altri ci leggono un modo per ridurre pratiche di API pooling o raccolta non autorizzata di dati e prompt. Un’ulteriore teoria è che OpenAI voglia blindare meglio la propria proprietà intellettuale legata all’orchestrazione multi-agente.
Un segnale più ampio sulla trasparenza dei sistemi autonomi
Il caso Codex, in ogni caso, riporta in primo piano una questione più larga. Mano a mano che questi sistemi diventano più autonomi e più capaci di spartirsi il lavoro tra sotto-processi, lo spazio per la supervisione umana rischia di restringersi. Se le comunicazioni interne non sono leggibili, capire davvero come si arrivi a un risultato diventa ogni volta più difficile.
Per le aziende regolamentate questo può voler dire frenare l’adozione. Non si può escludere che, più avanti, funzioni di audit più avanzate arrivino dentro offerte pensate apposta per il mercato enterprise. Per ora, però, il punto resta questo: con le configurazioni più potenti di OpenAI Codex, capire che cosa stia succedendo davvero è diventato molto più complicato.
Al momento si parla di indiscrezioni non confermate, basate sulle segnalazioni della comunità di sviluppatori di Codex CLI e sulle comunicazioni generali di OpenAI. Non resta che aspettare per capire se OpenAI spiegherà ufficialmente perché i messaggi interni di Codex siano diventati illeggibili e se arriveranno strumenti di audit più adatti a chi sviluppa.
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SoftBank rilancia sull’IA: per Son costerà 5.000 miliardi l’anno entro il 2040
SoftBank, per Masayoshi Son l’AI costerà 5.000 miliardi di dollari l’anno entro il 2040
Masayoshi Son guida SoftBank da fondatore e CEO. Secondo lui, costruire e portare su larga scala sistemi avanzati di intelligenza artificiale potrebbe arrivare a costare circa 5.000 miliardi di dollari l’anno entro il 2040, cioè circa 800.000 miliardi di yen. Nella sua lettura, una spesa del genere reggerebbe se i ricavi legati all’intelligenza artificiale arrivassero a valere il 20% del PIL mondiale entro quella data.
Detta così, sembra una cifra fuori scala. Per Son, invece, no.
Il ragionamento è questo: se entro il 2040 i ricavi dell’AI peseranno per il 20% del PIL globale, allora una spesa annuale di questa portata diventerebbe, parole sue, “relativamente piccola”. Un calcolo dettagliato dietro la stima, però, non l’ha mostrato.
SoftBank scommette tutto sull’intelligenza artificiale
Le parole di Son chiariscono bene dove SoftBank sta mettendo il proprio futuro: sempre di più, su questo settore.
L’investimento cumulato del gruppo in OpenAI dovrebbe superare i 60 miliardi di dollari prima della fine del 2026, anche grazie a un prestito ponte da 40 miliardi.
Intanto SoftBank sta spendendo in data center e robotica, con l’idea di trasformarsi in una vera piattaforma industriale, non soltanto in un investitore finanziario.
Sul tema di una possibile bolla, Son non lascia molto spazio alle sfumature: a suo dire, parlarne sarebbe “assurdo”.
È una linea che il numero uno di SoftBank aveva già difeso in passato, spesso con toni molto duri davanti ad azionisti e critici, tornando sempre sullo stesso punto: la trasformazione in corso, per lui, è ancora all’inizio.
Il nodo energia: 3 terawatt di nuovi consumi
Uno dei passaggi che ha fatto discutere di più riguarda l’energia necessaria per sostenere questa espansione.
Son prevede che i data center dedicati all’intelligenza artificiale richiederanno 3 terawatt di capacità di generazione entro il 2040, un livello che lui stesso ha descritto come pari a 1,8 volte l’attuale consumo elettrico globale.
Il numero può sembrare estremo. Il problema, però, è concreto.
Diverse ricerche stimano che i data center possano arrivare a rappresentare quasi il 3% del consumo mondiale di elettricità entro il 2030. E non c’è solo la corrente: crescerà anche il fabbisogno d’acqua per il raffreddamento, con pressioni ambientali sempre più forti.
Per coprire la domanda iniziale, Son considera il gas naturale la risposta più immediata. Più avanti, invece, guarda alla fusione nucleare come alla fonte più economica e più pulita.
Il punto è che, a oggi, la fusione nucleare non è ancora disponibile commercialmente in nessuna parte del mondo.
Una visione “incentrata sugli agenti” e una corsa globale sempre più intensa
Son immagina anche un passaggio da una società “incentrata sull’uomo” a una società “agent-centric”, nella quale entro il 2040 potrebbero esistere 100.000 miliardi di agenti software capaci di prendere decisioni e comunicare in autonomia.
La sua visione si inserisce dentro una corsa globale agli investimenti.
I colossi tecnologici statunitensi stanno già mettendo in conto centinaia di miliardi di dollari di spese in conto capitale, l’India punta a oltre 200 miliardi per l’infrastruttura dedicata e l’Unione europea ha annunciato un piano da 200 miliardi di euro.
Resta però aperto il fronte dei rischi: ritorni economici incerti, timori di sopravvalutazione e conseguenze su lavoro, etica e ambiente continuano a stare accanto all’entusiasmo che circonda il settore.
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Chatbot e HalluSquatting: i domini inventati finiscono nelle mani dei criminali
Nelle ultime ore Unit 42 di Palo Alto Networks ha confermato un punto che finora sembrava quasi teorico: l’HalluSquatting, cioè la registrazione di domini web inventati dai chatbot ma abbastanza credibili da sembrare autentici, potrebbe già essere nelle mani dei criminali. L’idea è semplice, e proprio per questo pericolosa: trasformare le allucinazioni dei modelli linguistici in infrastrutture malevole vere e proprie.
Secondo l’analisi di Unit 42 di Palo Alto Networks, non serve più compromettere un sito legittimo. In molti casi basta lasciare che un modello linguistico si inventi un indirizzo web plausibile, poi registrarlo prima che lo faccia qualcun altro.
I numeri danno già la misura del problema. Analizzando 2,1 milioni di URL generati da due modelli linguistici in relazione a 913 marchi internazionali, i ricercatori di Unit 42 hanno confermato oltre 13.000 link malevoli e trovato circa 250.000 domini inventati ma ancora liberi.
Cos’è l’HalluSquatting e perché funziona
Il meccanismo, in fondo, è molto lineare. Quando questi sistemi non sanno davvero cosa rispondere, spesso non si fermano con un “non lo so”. Producono comunque qualcosa che suona plausibile. Può essere un sito di assistenza, una pagina di login, il link per scaricare un software o persino il nome di un pacchetto destinato agli sviluppatori. Se quell’indirizzo non esiste ancora, un criminale può registrarlo e aspettare che utenti o processi automatici ci finiscano sopra.
E qui sta il punto: la fiducia. Un URL che sembra coerente con un marchio conosciuto o con una libreria software, a un primo sguardo, può sembrarti del tutto legittimo.
C’è poi un dettaglio che pesa parecchio. Secondo i ricercatori di Unit 42, modelli diversi tendono spesso a inventare gli stessi domini. Questo rende i bersagli più prevedibili, e quindi più facili da registrare e preparare in anticipo.
Per ora non ci sono commenti ufficiali da parte delle aziende dietro i modelli analizzati nella ricerca di Unit 42.
phishing, malware e attacchi alla supply chain
Gli usi pratici sono tanti, e tutti piuttosto concreti. Un dominio fantasma può ospitare una pagina di phishing pensata per rubare password, un falso portale di supporto costruito per sottrarre dati personali, oppure un file infetto usato per diffondere malware.
Lo stesso schema può colpire anche il software. Se un assistente generativo ti suggerisce un pacchetto inesistente, un attaccante può pubblicarne uno malevolo con quel nome e colpire la supply chain del software.
Unit 42 di Palo Alto Networks ha comunque pubblicato diversi elementi che vanno in questa direzione. I ricercatori citano anche un caso documentato in cui un aggressore ha usato un assistente per scrivere codice utile a costruire un kit di phishing collegato proprio a un dominio “previsto” dal modello.
Perché le difese tradizionali fanno fatica
Questi domini partono con un vantaggio tattico non da poco: essendo appena registrati, spesso non si portano dietro una reputazione negativa. E questo gli permette di passare più facilmente attraverso filtri e sistemi di difesa basati sulla storia del dominio o su blacklist già consolidate.
Per i controlli automatici, almeno nelle prime fasi della campagna, la minaccia arriva quasi “pulita”.
Il rischio botnet resta plausibile, ma ancora poco documentato
Se il malware distribuito con questa tecnica riesce a infettare abbastanza dispositivi, in teoria può servire anche a costruire reti di macchine compromesse. È uno scenario credibile. Per ora, però, i casi pubblici che mostrano dall’inizio alla fine la creazione di grandi botnet tramite HalluSquatting restano pochi.
La direzione generale, però, si vede bene: secondo la ricerca di Unit 42, gli strumenti generativi stanno facendo crescere sia il volume sia la raffinatezza di phishing, codice malevolo e sfruttamento automatico delle vulnerabilità.
Le stime riportate nella ricerca di Unit 42 parlano di oltre 28 milioni di incidenti informatici nel mondo nel 2025 legati a queste tecnologie. E se gli assistenti continueranno a inventare indirizzi convincenti, i criminali avranno sempre nuove esche da registrare.
A questo punto resta una domanda che non è solo tecnica, ma anche etica: si può davvero accettare che strumenti pensati per aiutarti a trovare informazioni diventino anche un motore così efficace per phishing, malware e attacchi automatici, stando a quanto documentato da Unit 42 di Palo Alto Networks?
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Apple Maps con iOS 27 si rinnova: nuovo Flyover, ricerca naturale e Local Lists
Con iOS 27, Apple Maps mette mano a parecchie cose: arriva un Flyover rifatto, la ricerca diventa più naturale e compaiono nuovi strumenti per trovare posti interessanti nelle vicinanze. C’è però un dettaglio che pesa già da subito: diverse novità partiranno prima negli Stati Uniti, e Apple non ha ancora dato date precise per gli altri mercati.
L’aggiornamento tocca proprio questi punti: un nuovo Flyover, una ricerca che prova a capire meglio richieste formulate in modo spontaneo e nuove funzioni pensate per scoprire locali e luoghi attorno a te. Nelle intenzioni di Apple, tutto questo dovrebbe rendere Maps più utile nell’uso di tutti i giorni.
Le aree coinvolte sono tre, e sono abbastanza chiare: grafica, ricerca e scoperta dei luoghi.
Per ora il limite resta quello. Alcune funzioni debutteranno solo negli Stati Uniti, mentre per gli altri Paesi Apple non ha ancora spiegato bene disponibilità e tempistiche.
Le novità di Apple Maps in iOS 27
La novità che salta più all’occhio è il restyling di Flyover, la modalità di Apple Maps che mostra le città in 3D viste dall’alto.
Con iOS 27, Apple parla di un risultato più realistico grazie a una ricostruzione visiva più evoluta delle aree urbane. In pratica migliorano dettagli come la texture degli alberi e i riflessi della luce sugli edifici.
Se usi Apple Maps per dare un’occhiata a una città prima di andarci davvero, l’effetto dovrebbe sembrare molto più convincente.
C’è però una limitazione abbastanza netta: il nuovo Flyover arriverà solo in alcune località, quindi non tutte le città vedranno subito questo aggiornamento.
Poi c’è tutta la parte legata alla scoperta dei posti, ed è qui che Apple Maps prova a fare qualcosa di più che limitarsi a portarti da A a B.
Negli Stati Uniti arrivano le nuove Local Lists, una sezione pensata per farti vedere luoghi popolari e indirizzi di tendenza nelle vicinanze.
Local Lists allunga un lavoro che Apple aveva già iniziato con Suggested Places in iOS 26.5. Dentro la ricerca comparirà anche una nuova area dedicata ai Trending Restaurants.
Tradotto: Apple vuole che Apple Maps smetta di essere soltanto uno strumento passivo e inizi a suggerire anche dove andare, non solo quale strada prendere.
Flyover, ricerca e scoperta dei posti
C’è un altro punto su cui Apple continua a battere, e non sorprende: la privacy.
L’idea dietro Local Lists è offrire suggerimenti utili senza costruirli sul tuo profilo personale, restando quindi dentro quell’approccio più cauto che Apple segue da tempo anche su Apple Maps.
Le somiglianze con Google Maps si vedono, questo sì, ma Apple Maps sembra voler spingere un po’ più avanti proprio sul fronte della riservatezza.
L’obiettivo è dare indicazioni e consigli che servano davvero, senza trasformarli in qualcosa di troppo invasivo.
Cambia anche il modo in cui cerchi un percorso.
Con iOS 27, a quanto dice Apple, la ricerca per la navigazione diventa più naturale, più vicina a una conversazione vera: invece di limitarti a scrivere un indirizzo o poche parole chiave, puoi formulare la richiesta in modo più spontaneo, quasi come se stessi parlando o scrivendo una frase intera.
Non è una novità vistosa quanto Flyover. Però nell’uso quotidiano potrebbe essere una delle più comode.
Se sei uno di quelli che cercano indicazioni al volo, è facile che questa sia una di quelle funzioni che finiscono per contare più di quanto sembrasse all’inizio.
Migliorie pratiche, offline e nuovo look
Tra le aggiunte minori c’è anche il widget Parked Car per Smart Stack su iOS.
Interessante anche la funzione Parked Car: serve a ritrovare più in fretta l’auto parcheggiata, senza dover aprire ogni volta l’app e cercare a mano il punto esatto.
Apple cita anche miglioramenti per Offline Maps, anche se per ora non è entrata davvero nei dettagli.
Al momento non sappiamo con precisione cosa cambierà nella funzione, ma l’aspettativa è abbastanza semplice: renderla più efficiente e più facile da usare quando la connessione non c’è.
C’è infine un piccolo ritocco sul piano estetico.
L’icona di Apple Maps adotta il nuovo stile visivo Liquid Glass, con un look più stratificato e più in linea con il resto dell’interfaccia di iOS 27.
Il contesto: Apple Maps cresce, ma Google resta avanti
Le novità di iOS 27 non arrivano dal nulla. Si inseriscono in un percorso che Apple porta avanti da tempo.
L’azienda continua ad ampliare la copertura delle sue mappe ricostruite, di Look Around e dei monumenti 3D dettagliati. Il risultato è un servizio più rifinito, ma anche più attivo quando si tratta di proporti luoghi e spostamenti.
Resta comunque aperto il confronto con Google Maps.
Google Maps continua ad avere un vantaggio nella quantità di informazioni disponibili, nelle recensioni e nella gestione di itinerari più complessi, quelli con più tappe da organizzare.
Apple, almeno in questa fase, sembra puntare su un miglioramento dell’esperienza senza cambiarla da cima a fondo.
È una strategia concreta. Ma il limite si vede subito: molte delle funzioni più interessanti restano ancora molto legate al mercato statunitense, e per gli altri Paesi non ci sono ancora indicazioni precise.
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Xbox testa i Gamertag da 15 caratteri: ma solo per i nomi unici
Xbox prova i Gamertag fino a 15 caratteri
Microsoft ha iniziato a testare su Xbox, in una nuova build di anteprima per console, il supporto ai Gamertag fino a 15 caratteri invece degli attuali 12. Per il momento, però, la funzione è riservata a chi fa parte del programma Xbox Insider nel ring Alpha Skip-Ahead, uno dei canali più avanzati usati per provare in anticipo le novità prima dell’arrivo pubblico.
Su Xbox si torna quindi a parlare di Gamertag più lunghi.
Non per tutti, almeno non ancora.
Il test coinvolge solo gli utenti iscritti a Xbox Insider nel ring Alpha Skip-Ahead, che resta uno degli ambienti più avanzati per chi mette mano alle funzioni in arrivo prima che vengano distribuite a tutti.
La modifica è semplice da capire, ma non vale in ogni situazione.
Microsoft sta sperimentando la possibilità di usare Gamertag unici lunghi fino a 15 caratteri, a condizione che siano formati con caratteri basati sull’alfabeto latino.
In pratica, se scegli un nome nuovo e nessuno l’ha ancora preso, hai un po’ più di spazio per personalizzarlo.
Rimane invece fermo a 12 caratteri il limite dei Gamertag non unici, quelli a cui viene aggiunto in automatico il suffisso numerico introdotto negli ultimi anni.
E non è un dettaglio da poco, perché il vantaggio vero lo ottiene soprattutto chi riesce a trovare un nome davvero originale.
C’è anche un piccolo cambio di direzione rispetto a quanto deciso da Microsoft qualche anno fa, quando con il nuovo sistema di identità Xbox il limite dei Gamertag era sceso da 15 a 12 caratteri.
Adesso l’azienda sembra intenzionata a restituire almeno una parte di quella libertà persa lungo la strada.
Il fatto che la funzione sia confinata all’Alpha Skip-Ahead lascia pensare che Microsoft voglia controllare con attenzione eventuali problemi tecnici o questioni di compatibilità prima di allargare la distribuzione.
Siamo ancora in una fase preliminare del rilascio. Non c’è una data per l’arrivo nella versione stabile, e non c’è nemmeno la certezza che questo test diventi poi un cambiamento definitivo per tutti gli utenti.
Microsoft presenta la novità come una risposta diretta ai feedback dei giocatori, che da tempo chiedono più libertà quando si tratta di scegliere la propria identità online.
Per molti utenti, del resto, tre caratteri in più bastano a cambiare parecchio: possono fare la differenza tra un nome che suona naturale e uno accorciato male, o difficile da leggere.
Nella build di anteprima c’è anche una funzione che permette di avviare il cloud gaming dei titoli Xbox Game Pass mentre gli aggiornamenti stanno ancora finendo di scaricarsi, una soluzione comoda per ridurre i tempi morti.
Non solo.
La build include pure miglioramenti nell’integrazione degli achievement Xbox 360 dentro i moderni hub dei giochi, oltre a una procedura più rapida per aggiungere titoli alla wishlist.
Sono interventi meno vistosi rispetto a quello sui Gamertag, ma rientrano alla perfezione in una strategia fatta di ritocchi piccoli e continui all’esperienza utente.
Le prime reazioni della community, soprattutto tra forum e Reddit, sono state in larga parte positive.
Molti giocatori hanno accolto bene il ritorno ai 15 caratteri, anche se la limitazione ai soli nomi unici viene già indicata come il punto più critico della novità.
Gli sviluppatori Microsoft, al momento, non hanno spiegato nel dettaglio perché oggi sia possibile ripristinare un limite più alto, né quale impatto potrà avere questo aggiustamento su un ecosistema sempre più intrecciato tra console, PC e servizi online.
Per adesso il segnale più chiaro è questo: Xbox sta finalmente dando seguito a una richiesta che la community porta avanti da parecchio tempo.
Influencer virtuali: aumenta il rischio di pubblicità ingannevole sui social
Influencer virtuali: cresce il rischio di pubblicità ingannevole sui social
Secondo una recente indagine, sui social alcuni brand potrebbero aver usato influenzer virtuali e volti generati con l’intelligenza artificiale per far passare messaggi pubblicitari come se fossero testimonianze spontanee di clienti in carne e ossa.
In più di un caso, stando all’inchiesta citata, i contenuti promozionali venivano confezionati come racconti autentici di persone reali. E questo riporta al centro, senza tanti giri di parole, il tema della trasparenza e quello del possibile inganno.
Per le associazioni dei consumatori e per molti esperti di marketing il punto è abbastanza semplice: se quella persona non esiste davvero, oppure se il contenuto è stato creato artificialmente, chi guarda deve capirlo subito.
La questione diventa ancora più delicata quando il post copia il tono di una recensione vera o di una normale esperienza d’acquisto.
Influencer virtuali, pubblicità e trasparenza obbligatoria
Le richieste di regole più chiare sulla disclosure stanno crescendo.
Chi critica questo tipo di campagne sostiene che un avatar o un volto sintetico non possano essere presentati come un consumatore qualunque, soprattutto quando il contenuto è costruito apposta per sembrare genuino. In ballo non c’è solo la correttezza della comunicazione pubblicitaria, ma anche la fiducia che riponi ogni giorno nei consigli che ti scorrono davanti sui social.
La pressione sta aumentando anche sul fronte delle regole.
Nell’Unione europea, dal prossimo agosto l’AI Act introdurrà obblighi di etichettatura per i contenuti generati o manipolati artificialmente, come previsto dal regolamento UE sull’IA. Negli Stati Uniti, invece, sono già in vigore le regole della Federal Trade Commission (FTC) contro il marketing ingannevole e sulla trasparenza delle sponsorizzazioni. E lo Stato di New York, da giugno 2026, richiederà una disclosure specifica per i cosiddetti performer sintetici nelle pubblicità, in base alle norme statali già annunciate.
Per adesso, però, il settore non si è ancora dato uno standard unico.
Qualcosa si muove anche dal lato delle piattaforme. TikTok, per esempio, ha introdotto strumenti che permettono ai creator di segnalare i contenuti creati artificialmente, seguendo le indicazioni diffuse dalla piattaforma. È un segnale abbastanza chiaro: il mercato sta iniziando a riconoscere il problema per quello che è.
Un mercato che corre
Di marginale qui c’è ben poco.
Il mercato degli influencer virtuali è stato stimato intorno ai 6,06 miliardi di dollari nel 2024 e, secondo le stime di mercato citate nel dibattito, potrebbe arrivare a 45,88 miliardi entro il 2030. Un’altra previsione, riportata nello stesso dibattito, si spinge persino fino a 154,6 miliardi entro il 2032.
Anche l’esposizione del pubblico è già alta: secondo le ricerche citate nel dibattito, il 58% dei consumatori statunitensi segue almeno un influencer virtuale, mentre il 35% della Gen Z ha acquistato un prodotto promosso da una persona artificiale.
Perché i brand li scelgono
Per le aziende i vantaggi sono abbastanza facili da capire: più controllo sul messaggio, meno rischi reputazionali rispetto a un testimonial umano, costi che in potenza possono essere più bassi e una presenza costante, sempre disponibile. Alcuni report citati nel dibattito parlano anche di performance molto forti, con livelli di engagement fino a tre volte superiori rispetto a quelli degli influencer tradizionali.
Ma i numeri del marketing non chiudono affatto la discussione.
Il punto vero resta l’autenticità. Un volto virtuale può essere perfetto, coerente, persino credibile. Però non ha un’esperienza reale del prodotto, non vive una quotidianità vera e non costruisce lo stesso legame emotivo che può creare una persona in carne e ossa.
Viene quasi da pensare che un po’ più di trasparenza sia davvero il minimo.
Ed è qui che si stringe il nodo etico: possiamo davvero accettare che la pubblicità usi volti artificiali per sembrare reale, senza dirlo in modo chiaro agli utenti?
Laura Ceridono su Twitter/X: @LauraCeridono