Ancora oggi, Game of Thrones, la serie fantasy di HBO nata dai romanzi di George R. R. Martin, viene ricordata come un fenomeno televisivo globale. Ha cambiato il modo di intendere l’“evento” sul piccolo schermo, con una formula narrativa subito riconoscibile e un peso culturale che, a distanza di anni, continua ad alimentare discussioni.
“Winter is coming.” Negli Stati Uniti, stando ai dati diffusi da HBO, la media per episodio è salita dai circa 9,3 milioni di spettatori della prima stagione ai circa 46 milioni complessivi su tutte le piattaforme nell’ultima. Intanto, Game of Thrones è andata in onda in 207 Paesi e territori.
Una parte di quel trionfo stava anche nella ripetizione di alcuni meccanismi. Cambiavano alleanze, fronti di guerra e personaggi centrali, ma ogni stagione di Game of Thrones finiva per tornare su certi rituali narrativi che il pubblico ormai aspettava quasi per riflesso: grandi shock, morti illustri, noni episodi esplosivi e finali pensati per lanciare subito quello che sarebbe venuto dopo.
Game of Thrones: i meccanismi che si ripetevano ogni anno
L’aspetto più evidente era l’imprevedibilità elevata a marchio. Fin dalla prima stagione, con l’esecuzione di Ned Stark, Game of Thrones ha fatto capire agli spettatori che nessuno era davvero al sicuro. Da lì in avanti, la morte di un personaggio decisivo è diventata quasi una costante di stagione, fino all’epilogo dell’ultima con la caduta di Daenerys Targaryen.
Poi c’era un altro schema che, col tempo, è diventato impossibile non notare: l’episodio 9. Nelle prime stagioni, il penultimo capitolo era spesso il vero picco dell’annata, quello destinato a prendersi tutta la conversazione online e a lasciare il pubblico stordito. Proprio lì Game of Thrones ha piazzato alcuni dei suoi momenti più famosi, dal Red Wedding alla Battle of the Bastards, trasformando quella posizione nel calendario in una sorta di appuntamento fisso.
Finali tra “fuoco” e “ghiaccio”
Anche i finali, spesso, seguivano una certa alternanza tematica. Alcuni chiudevano la stagione puntando sul “fuoco”, quindi sulle linee narrative dei Targaryen, sui draghi e sull’ambizione imperiale. Altri si spostavano invece verso il “ghiaccio”, mettendo al centro gli Stark, il Nord e la minaccia oltre la Barriera. È anche grazie a questo equilibrio se Game of Thrones è riuscita a tenere insieme le sue due anime, quella fantasy e quella politica.
Nel frattempo cresceva pure la scala della produzione. La prima stagione aveva un budget stimato tra i 50 e i 60 milioni complessivi; per l’ultima, il costo stimato è arrivato fino a circa 15 milioni per episodio. Le riprese si sono allargate a 10 Paesi, tra cui Irlanda del Nord, Croazia, Islanda e Spagna, e hanno contribuito a costruire un mondo visivamente sempre più ampio e spettacolare.
L’eredità della serie e il dibattito sul finale
Il risultato è stato un impatto culturale enorme. Game of Thrones è diventata la serie HBO con il maggior numero di licenze e uno dei titoli che più di altri hanno definito l’epoca della tv globale e dello streaming. Il franchise va avanti ancora oggi con House of the Dragon e con altri progetti già annunciati da HBO, come A Knight of the Seven Kingdoms.
Il consenso, però, non è rimasto intatto fino alla fine. Se da un lato Game of Thrones continua a essere celebrata per la complessità dei personaggi, l’ambizione narrativa e la spettacolarità, dall’altro la stagione conclusiva divide ancora fan e critica per un ritmo giudicato troppo accelerato e per una chiusura che molti hanno trovato deludente. Eppure anche questa discussione, che non si è mai davvero spenta, riporta sempre allo stesso punto: poche serie sono riuscite a lasciare un segno così profondo e così duraturo.
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