Mercedes-Benz rischia davvero, oggi, uno stop alle vendite di auto connesse negli Stati Uniti se il Connected Vehicle Security Act of 2026, ora al vaglio del Congresso, venisse approvato così com’è: il disegno di legge prevede infatti che i veicoli connessi venduti negli USA non possano essere commercializzati da società con oltre il 15% di proprietà riconducibile a entità di Paesi come la Cina, una soglia che Mercedes-Benz supera già mettendo insieme le quote di BAIC e di Li Shufu, presidente di Geely.
Qui si incrociano tre piani diversi, e tutti pesanti: geopolitica, sicurezza nazionale e industria dell’auto.
Per la casa tedesca non è una questione astratta. Se si sommano le quote dei suoi due maggiori singoli azionisti cinesi, Mercedes-Benz è già oltre il limite indicato nel Connected Vehicle Security Act of 2026. Se la legge passasse senza correzioni o eccezioni, il gruppo potrebbe trovarsi davanti a una scelta scomoda: tenersi l’attuale struttura del capitale oppure difendere l’accesso a uno dei mercati più importanti per il marchio.
Mercedes-Benz supera la soglia prevista dal disegno di legge USA
Il provvedimento si chiama Connected Vehicle Security Act of 2026 e, stando al testo, introdurrebbe un divieto per i veicoli connessi venduti negli Stati Uniti da società con oltre il 15% di proprietà riconducibile a entità di Paesi come la Cina. Mercedes-Benz, su questo punto, risulterebbe già sopra la soglia: BAIC possiede il 9,98% del capitale, mentre Li Shufu, presidente di Geely, ne detiene il 9,69%. In tutto, i due azionisti arrivano al 19,67%.
Il punto più delicato è questo: la legge non si fermerebbe al controllo operativo della società, ma guarderebbe direttamente alla partecipazione azionaria. Ed è qui che Mercedes-Benz starebbe provando a muoversi, chiedendo di alzare la soglia al 25% oppure di adottare un criterio basato sul “controllo effettivo”. La linea del gruppo è chiara: questi investitori non guidano le operazioni dell’azienda e non hanno accesso a dati sensibili.
Perché il mercato americano è troppo importante per Mercedes
Per Mercedes-Benz gli Stati Uniti non sono solo un mercato dove vendere auto. Sono anche una base industriale strategica. Il gruppo produce a Tuscaloosa, in Alabama, e negli ultimi anni ha annunciato nel Paese investimenti per miliardi. Per questo un eventuale blocco sulle auto connesse peserebbe molto più di quanto suggerirebbe il solo valore simbolico della vicenda.
C’è poi un altro aspetto, molto pratico: oggi quasi tutta l’offerta premium moderna rientra nella categoria dei veicoli connessi. Software di bordo, aggiornamenti over-the-air, funzioni cloud, sistemi avanzati di assistenza, ormai il prodotto è questo. Una restrizione del genere rischierebbe quindi di colpire il centro del business, non un segmento laterale o marginale.
Tra USA e Cina, Mercedes si regge su un equilibrio sempre più fragile
Anche la Cina resta un pilastro per Mercedes-Benz, sia dal lato delle vendite sia da quello industriale, anche grazie a partnership storiche come quella con BAIC. Allo stesso tempo, però, il mercato cinese è diventato più complicato: la concorrenza locale spinge sempre di più e i risultati non hanno più la brillantezza di qualche anno fa.
Ecco perché l’equilibrio si fa ancora più instabile. Da una parte c’è il legame industriale e azionario con la Cina. Dall’altra c’è la necessità di non incrinare la presenza negli Stati Uniti.
Il disegno di legge avanza, ma c’è tempo per adeguarsi
La proposta ha già incassato il via libera della Commissione Commercio del Senato USA, come riportato dalla stessa Commissione, anche se il percorso legislativo non è ancora finito. Quindi, al momento, non esiste ancora un verdetto definitivo. Però il testo del Connected Vehicle Security Act of 2026, insieme ai numeri dell’azionariato Mercedes-Benz, fa capire bene perché il gruppo sia già esposto a questo rischio.
Il provvedimento, in ogni caso, lascia un margine temporale per rientrare nei requisiti: sempre secondo il testo del Connected Vehicle Security Act of 2026, le aziende coinvolte avrebbero tempo fino al 2030 per adeguarsi, con la possibilità di ottenere eventuali deroghe.
Sul piano politico, intanto, le reazioni restano divise. Alcuni parlamentari sostengono la misura in nome della sicurezza nazionale e della politica industriale. Altri, tra cui il senatore Ted Cruz, leggono la norma in modo diverso: a loro giudizio sembra quasi costruita su misura contro Mercedes-Benz e riflette anche la pressione competitiva delle case automobilistiche statunitensi.
Per ora una decisione finale non c’è. Il segnale, però, Mercedes-Benz l’ha già ricevuto: nel nuovo clima politico americano, la struttura dell’azionariato può pesare quanto il prodotto che si vende. E la domanda, a quel punto, diventa politica ed etica insieme: fino a che punto la composizione del capitale può bastare per tenere un costruttore fuori da uno dei mercati più importanti del mondo?
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