Microsoft, negli Stati Uniti parte una class action dopo il crollo in Borsa
Microsoft deve ora affrontare una class action negli Stati Uniti. Il ricorso è stato depositato il 12 giugno presso il tribunale federale del Distretto Occidentale di Washington dal City of St. Clair Shores Police and Fire Retirement System, fondo pensione del Michigan, dopo il pesante scivolone del titolo registrato a fine gennaio.
Tutto nasce dalla seduta del 29 gennaio, quando le azioni Microsoft hanno lasciato sul terreno circa il 10%, cancellando in un solo giorno all’incirca 357 miliardi di dollari di capitalizzazione.
A muovere formalmente la causa è proprio il City of St. Clair Shores Police and Fire Retirement System, che agisce a nome degli investitori rimasti in possesso di azioni Microsoft tra il 1° maggio 2025 e il 28 gennaio 2026.
Tra i convenuti ci sono Microsoft, l’amministratore delegato Satya Nadella e la direttrice finanziaria Amy Hood.
Perché gli azionisti hanno portato Microsoft in tribunale
Per i ricorrenti, il gruppo avrebbe diffuso dichiarazioni false o comunque ingannevoli, contribuendo così a tenere artificialmente alto il prezzo del titolo.
La contestazione ruota attorno a due punti. Il primo riguarda il rallentamento della crescita di Azure, la piattaforma cloud di Microsoft. Il secondo è la quantità enorme di investimenti necessari per espandere i data center e sostenere i nuovi servizi software della società.
Nel ricorso si sostiene che questi due aspetti fossero strettamente intrecciati e che Microsoft non li abbia spiegati al mercato in modo abbastanza chiaro.
Più nello specifico, per gli azionisti gli investitori avrebbero dovuto sapere prima che una parte rilevante della capacità di calcolo veniva destinata ad altri progetti interni, con effetti diretti sulle risorse rimaste disponibili per Azure.
I numeri riportati nella denuncia
La causa si appoggia soprattutto ai dati trimestrali diffusi dalla società.
Stando ai risultati comunicati da Microsoft e ai numeri citati nella denuncia, nel trimestre il gruppo ha registrato spese in conto capitale per 37,5 miliardi di dollari. Si tratta di un aumento di quasi il 66% rispetto all’anno precedente, oltre le attese degli analisti, ferme a 34,3 miliardi.
Nello stesso periodo, sempre in base ai dati diffusi da Microsoft, la crescita dei ricavi di Azure è scesa al 39%, dal 40% del trimestre precedente. Inoltre il management ha previsto un’ulteriore frenata, con un ritmo atteso tra il 37% e il 38% nei primi mesi del 2026.
Per i ricorrenti, questi numeri mostrerebbero che il rallentamento non era un episodio temporaneo, ma un problema più strutturale, che il mercato non aveva ancora metabolizzato del tutto.
Microsoft, dal canto suo, ha spiegato il raffreddamento di Azure con limiti di capacità. In sostanza, CPU e GPU disponibili non sarebbero state sufficienti a coprire tutta la domanda, anche perché una parte della potenza di calcolo era stata destinata ad altri prodotti, Copilot incluso.
La difesa di Microsoft e cosa può succedere adesso
L’azienda ha bollato le accuse come “prive di fondamento” e ha fatto sapere che si difenderà con fermezza.
Sul piano legale, comunque, cause di questo tipo non sono affatto rare dopo un tonfo in Borsa. Il passaggio più delicato per i ricorrenti sarà provare che i vertici sapessero di star omettendo informazioni rilevanti e che proprio quelle omissioni abbiano causato le perdite subite dagli investitori.
Intanto il business non si ferma.
Microsoft continua a spingere sul cloud, con investimenti infrastrutturali importanti in più mercati, nuovi servizi Azure e strumenti software autonomi mostrati anche durante Build 2026, la conferenza per sviluppatori della società.
Per adesso, quindi, la partita si sposta in tribunale, mentre Wall Street prova a capire se il rallentamento di Azure sia soltanto una fase di passaggio oppure il segnale di uno scenario più complicato.