LG disattiva il pop-up di McAfee su Windows: resta il nodo di Windows Update

LG spegne il pop-up di McAfee sui PC Windows, ma il nodo di Windows Update resta aperto

Nelle ultime ore LG ha accettato di spegnere il pop-up promozionale di McAfee apparso su alcuni PC Windows dopo il collegamento di un monitor LG. A confermarlo su X è stato Pavan Davuluri, che in Microsoft guida Windows. Il fix elimina il messaggio più evidente, quello che ha fatto esplodere il caso, ma lascia intatto il punto di fondo: il canale di Windows Update e dei device metadata che, secondo la ricostruzione di Gamers Nexus e le segnalazioni comparse su Reddit, può far arrivare sui sistemi software dei produttori hardware quasi senza che chi usa il PC se ne renda conto.

A quel punto la storia non riguarda più soltanto un singolo avviso. Il problema non è solo il pop-up finito sotto gli occhi di tutti, ma il modo in cui Windows, sempre seguendo quanto ricostruito da Gamers Nexus e raccontato dagli utenti su Reddit, può installare software dei produttori hardware con pochissima visibilità per l’utente.

LG si è mossa dopo giorni di pressione pubblica crescente e dopo un intervento diretto da parte di Microsoft. Davuluri lo ha scritto su X: l’azienda ha accettato di disattivare quel messaggio.

La correzione è rapida, e si nota subito. Il meccanismo che ha portato l’app sul sistema, invece, non cambia.

LG, Windows Update e il pop-up di McAfee: cosa è successo

Windows Update Scarica
Windows Scarica
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Da quanto ricostruito da Gamers Nexus e dalle segnalazioni emerse su Reddit nelle ultime ore, al centro del caso c’è LG Monitor App Installer, un software di supporto che Windows poteva installare in automatico quando veniva collegato un monitor LG.

Secondo il racconto di Gamers Nexus, l’installazione passava dal sistema dei device metadata e da Windows Update, senza una richiesta di consenso esplicito all’utente.

Con un aggiornamento recente, sempre sulla base delle segnalazioni raccolte da Gamers Nexus, l’app LG ha cominciato a mostrare McAfee come applicazione aggiuntiva, facendo comparire un messaggio che pubblicizzava una prova gratuita di 30 giorni.

Su Reddit diversi utenti hanno scritto di essersi ritrovati il pop-up davanti da solo e, in certi casi, quasi a ogni avvio del PC.

LG ha sostenuto, per quanto riportato da Gamers Nexus, che McAfee non veniva installato senza un consenso esplicito.

Il punto contestato, però, è proprio lì. Secondo più segnalazioni su Reddit, riprese anche da Gamers Nexus, il messaggio pubblicitario compariva comunque, senza che prima fosse stata chiesta l’autorizzazione a riceverlo.

Per molti utenti che ne hanno discusso su Reddit, insomma, distinguere tra installazione del software e comparsa della pubblicità è sembrato del tutto secondario.

L’intervento di Microsoft dopo il caso esploso online

La vicenda ha preso quota davvero dopo la copertura di Gamers Nexus, di altre testate e di diversi creator, insieme alle molte discussioni nate su Reddit.

A spingere ancora di più il tema nel dibattito pubblico è stato Tim Sweeney, CEO di Epic Games, che su X ha chiamato direttamente in causa Microsoft.

La risposta è arrivata sempre su X. Pavan Davuluri ha scritto che LG ha accettato di disattivare il pop-up di McAfee.

Resta un fatto: togliere il messaggio non risolve la questione più ampia, perché il canale che ha permesso all’app di installarsi è ancora lì.

Il problema più grande è il canale di installazione automatica

È questo il punto che preoccupa di più chi critica la vicenda.

L’infrastruttura di Windows pensata per driver e strumenti companion può diventare, secondo i critici citati da Gamers Nexus, anche una strada attraverso cui i produttori spingono software indesiderato o contenuti promozionali.

E non sarebbe neppure la prima volta. In passato sono stati segnalati comportamenti simili anche con altri marchi, per esempio con il software Razer Synapse, sulla base di casi precedenti ricordati da Gamers Nexus.

Le segnalazioni raccolte da Gamers Nexus e i racconti pubblicati dagli utenti su Reddit, in ogni caso, puntano tutti nella stessa direzione.

Gamers Nexus e altri commentatori hanno descritto l’app LG come un caso di bloatware, se non addirittura di adware, richiamando anche possibili implicazioni sul piano della privacy e della sicurezza.

Nelle critiche ritorna anche un altro elemento: LG Monitor App Installer richiederebbe accessi estesi alle risorse di sistema e ai dati dell’utente, pur essendo arrivato sul PC senza un consenso davvero chiaro.

Restano domande senza risposta

Per ora non si sa quanti utenti siano stati coinvolti, quali modelli di monitor LG siano interessati, se il problema riguardasse tutti i mercati oppure solo alcuni, né quale fosse l’accordo commerciale tra LG e McAfee.

Soprattutto, Microsoft non ha ancora chiarito se intenda cambiare le regole del canale di Windows Update usato dai produttori hardware.

Detta nel modo più semplice possibile, il pop-up di McAfee può anche sparire. La porta che lo ha reso possibile, però, resta aperta.

E a questo punto il nodo diventa anche etico: è accettabile che un canale pensato per driver e strumenti utili venga usato pure per far comparire promozioni su un PC senza un consenso davvero chiaro?

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GeoXO tagliato dalla NOAA: meno dati sul fumo degli incendi, più rischi per la salute

L’amministrazione Trump ha rimesso mano, stando alla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), al programma satellitare geostazionario GeoXO della stessa agenzia. Il piano ora prevede una costellazione più piccola, da sei satelliti a quattro, e l’eliminazione di diversi sensori avanzati. Tra le conseguenze più pesanti ce n’è una che riguarda da vicino il monitoraggio degli incendi boschivi: uno degli strumenti più promettenti per seguire dall’alto il fumo rischia di sparire.

Tra i tagli più pesanti c’è, sempre in base alla documentazione NOAA, quello dell’Atmospheric Composition instrument (ACX), progettato per misurare con grande dettaglio la qualità dell’aria e l’evoluzione delle nubi di fumo. Per molti esperti, rinunciare a questo sensore significa indebolire in modo netto la capacità di proteggere la popolazione durante gli episodi di inquinamento estremo.

GeoXO ridotto: cosa cambia per il monitoraggio del fumo

GeoXO è il prossimo grande programma geostazionario della NOAA e dovrebbe raccogliere l’eredità degli attuali satelliti meteorologici. Nella versione iniziale includeva più piattaforme e una serie di strumenti pensati non soltanto per le previsioni del tempo, ma anche per osservare la composizione dell’atmosfera, gli oceani e vari rischi ambientali.

Con la revisione, il progetto si è ristretto parecchio. Il punto più discusso è la cancellazione di ACX, lo strumento che avrebbe fornito, secondo la NOAA, misure ad alta risoluzione e quasi in tempo reale di inquinanti come ozono, biossido di azoto e particolato. Tradotto: avrebbe permesso di seguire il fumo degli incendi con molta più precisione, con dati utili anche su scala locale.

Ed è proprio questo il punto. Il fumo cambia in fretta direzione, intensità, composizione. Se devi capire quali quartieri, quali città o quali regioni verranno colpiti nelle ore successive, un sistema del genere può pesare davvero nelle decisioni di scuole, ospedali, lavoratori all’aperto e persone con problemi respiratori.

L’impatto sanitario potrebbe valere miliardi

Secondo gli specialisti del settore, la capacità che si perderebbe avrebbe potuto aiutare milioni di persone a ridurre l’esposizione durante gli episodi di fumo più gravi. Una stima richiamata dagli esperti parla di benefici sanitari annuali attorno ai 13 miliardi, grazie ad allerte migliori e informazioni più tempestive.

Qui non si parla soltanto di vedere dove sta bruciando un incendio. Il punto è capire dove andrà il fumo e quanto sarà rischioso respirarlo. Negli ultimi anni gli incendi in Nord America hanno mostrato una cosa molto concreta: gli effetti possono superare i confini e colpire zone lontanissime dalle fiamme, compresi grandi centri urbani densamente popolati e comunità vulnerabili. Per te questo si traduce in qualcosa di semplice: l’aria può peggiorare anche se il fuoco è a grande distanza.

Perché i tagli e perché sono contestati

La motivazione ufficiale, per la NOAA, è il contenimento dei costi e un ritorno alla missione meteorologica di base, cioè al meteo nel senso più stretto del termine. Molti scienziati, però, non accettano questa distinzione. I dati climatici e chimici dell’atmosfera, sostengono, contano sempre di più anche per migliorare i modelli meteorologici e per gestire meglio i rischi.

I tagli a GeoXO, poi, non arrivano nel vuoto. Si inseriscono in un quadro più ampio di ridimensionamento della capacità di ricerca della NOAA, tra proposte di bilancio più severe, timori legati a pensionamenti anticipati, licenziamenti e perdita di competenze interne.

Il Congresso frena, ma le alternative non bastano ancora

Da Capitol Hill è arrivata una resistenza bipartisan. La House Appropriations Committee, la commissione stanziamenti della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, ha respinto diverse modifiche proposte e ha chiesto alla NOAA di preservare nel programma GeoXO capacità avanzate di acquisizione di immagini e rilevamento atmosferico, come si legge nel testo della commissione.

Nel frattempo restano disponibili altre fonti di dati. Ma un sostituto completo non lo sono. Satelliti commerciali focalizzati sugli incendi, come FireSat, i sistemi europei Copernicus e piattaforme operative come il Fire Information for Resource Management System (FIRMS) di NASA e U.S. Department of Agriculture (USDA) rimangono strumenti utili, però non è affatto chiaro che possano rimpiazzare del tutto ciò che ACX avrebbe offerto sul Nord America.

Il valore di quel sensore stava proprio lì: nel monitoraggio continuo, geostazionario, pensato anche per seguire in modo capillare l’impatto del fumo sulla qualità dell’aria.

E allora il nodo diventa anche etico. Ha senso tagliare proprio i sensori che potrebbero dirti dove e quando l’aria diventerà pericolosa da respirare?

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Casa Bianca: nuovo impegno per evitare che i costi dei data center finiscano in bolletta

Casa Bianca, nuovo impegno per evitare che i costi dei data center finiscano in bolletta

A Washington sta prendendo corpo un’ipotesi precisa: entro poche settimane la Casa Bianca potrebbe mettere in piedi un evento per allargare un impegno che, finora, ha riguardato soprattutto le Big Tech. L’idea sarebbe coinvolgere anche utility elettriche, operatori infrastrutturali e governatori degli stati in cui si sta concentrando la nuova capacità dei data center, chiedendo a tutti di sottoscrivere lo stesso principio: evitare che i costi energetici dei nuovi impianti si riversino sulle bollette di famiglie e piccoli utenti.

Regolatori e associazioni dei consumatori lo chiedono da tempo. Adesso quella promessa, almeno sulla carta, potrebbe davvero prendere forma.

L’obiettivo sarebbe far firmare a questi soggetti un impegno volontario: niente trasferimento su famiglie e piccoli utenti dei costi dell’energia e dei potenziamenti di rete richiesti dai nuovi data center. Se la domanda è che cosa voglia ottenere davvero la Casa Bianca, la risposta è qui: prendere una promessa già fatta dalle aziende tecnologiche e trasformarla in una pressione più ampia su chi decide in concreto come quei costi vengono recuperati.

L’amministrazione, infatti, vuole replicare e allargare il Ratepayer Protection Pledge firmato a marzo 2026 da Amazon, Google, Meta, Microsoft, OpenAI, Oracle e xAI. In quell’occasione, stando ai contenuti del Ratepayer Protection Pledge, i gruppi tecnologici si erano impegnati a finanziare la nuova capacità di generazione elettrica e i potenziamenti di rete necessari ai propri campus, a pagare anche la capacità prenotata ma non usata, a chiedere strutture tariffarie separate e a rivendere alla rete l’energia in eccesso.

Solo che le aziende tecnologiche non decidono le tariffe elettriche al dettaglio.

A dire come si recuperano quei costi sono le utility e le commissioni statali di regolazione. E qui entrano i governatori. In molti casi sono loro a nominare, influenzare o supervisionare i regolatori che poi approvano gli aumenti in bolletta.

Per capire perché la questione energia stia diventando così urgente, basta guardare ai numeri richiamati nelle informazioni circolate a Washington. I consumi elettrici globali dei data center potrebbero più che raddoppiare entro il 2030, spinti soprattutto dai nuovi carichi di calcolo. Negli Stati Uniti, secondo le stesse stime citate nelle indiscrezioni, i data center potrebbero arrivare a pesare per il 12% di tutta l’elettricità consumata entro il 2028, contro il 4,4% del 2023.

Per reggere questa domanda, sempre secondo le stime richiamate a Washington, le utility americane stanno pianificando circa 1.400 miliardi di dollari di investimenti entro il 2030. Il timore, condiviso da regolatori e gruppi dei consumatori, è che una fetta importante di questa spesa venga poi distribuita tra famiglie e piccole imprese. Anche alcuni grandi clienti industriali, compresi produttori del Midwest, stanno già vedendo salire i costi legati alla capacità disponibile sulla rete.

C’è poi il limite più evidente di tutta l’operazione. La Casa Bianca non ha un potere diretto sui mercati elettrici statali e, anche nel caso in cui utility e stati aderissero, resterebbe comunque una dichiarazione di intenti, non una regola vincolante. Le decisioni vere, quelle su chi paga cosa, continuerebbero a passare dai procedimenti davanti ai regolatori locali.

Non stupisce quindi che lo scetticismo resti alto. Chi conosce il settore ricorda da tempo che il prezzo dell’elettricità dipende da meccanismi complessi e spesso opachi, difficili da comprimere dentro una promessa politica.

Anche i gruppi dei consumatori dubitano che le aziende assorbano davvero tutti i costi. Secondo un sondaggio di Consumer Reports, il 75% degli americani non crede che manterranno fino in fondo questo impegno.

Intanto le risposte legislative si stanno moltiplicando. Al Congresso degli Stati Uniti e in diversi stati si stanno studiando misure per impedire che i costi dei nuovi data center vengano trasferiti agli altri utenti: tariffe speciali per le grandi utenze, proposte che puntano a far pagare quei costi direttamente alle società che li generano, nuove richieste di trasparenza.

È qui che la prossima promessa della Casa Bianca può pesare davvero, almeno sul piano politico.

Se però il test decisivo, per te, è capire chi finirà per pagare, la risposta non arriverà dalla firma davanti alle telecamere. Arriverà dalle commissioni statali che approvano le tariffe.

Per ora restano indiscrezioni non confermate. Bisogna aspettare per capire se la Casa Bianca riuscirà davvero a strappare un nuovo impegno a utility, operatori infrastrutturali e governatori, con l’obiettivo di proteggere le bollette dall’impatto dei data center.

Microsoft Teams lancia Workspace Check-in: la sede si aggiorna via Wi‑Fi

Da giugno 2026 Microsoft ha iniziato a distribuire in Teams Workspace Check-in, una nuova funzione che, nelle intenzioni dell’azienda, dovrebbe aiutare i team ibridi a capire chi è in ufficio e in quale sede, aggiornando in automatico la posizione di lavoro quando il dispositivo si collega al Wi‑Fi aziendale. Ed è proprio questo il punto che ha fatto scattare subito le critiche: per molti assomiglia fin troppo all’ennesimo strumento di controllo sul lavoro.

Microsoft Teams Scarica

Microsoft, dal canto suo, sostiene che non c’entri nulla con una geolocalizzazione continua in stile GPS: Workspace Check-in usa il collegamento alla rete interna per segnare la presenza in un determinato edificio o ufficio.

Per l’azienda è un sistema di coordinamento. Per chi la guarda con sospetto, il rischio è che diventi un altro pezzo del monitoraggio dei dipendenti.

La funzione, sempre stando a Microsoft, amplia le opzioni di check-in che in Teams esistevano già e che finora potevi usare a mano per far sapere ai colleghi da dove stavi lavorando.

Adesso, invece, l’aggiornamento può avvenire da solo: se ti connetti al Wi‑Fi dell’azienda, Teams può impostare una sede precisa come tua posizione.

L’obiettivo dichiarato è rendere più semplice la vita ai gruppi di lavoro ibridi.

Slack Scarica

Sapere se un collega è in sede, e anche in quale edificio, può tornare utile per organizzare incontri dal vivo, giornate in ufficio e collaborazioni tra reparti.

Il debutto arriva in un momento in cui il lavoro ibrido non è più un’eccezione ma una struttura stabile: il 52% dei lavoratori statunitensi con mansioni compatibili con il lavoro da remoto lavorava in modalità ibrida.

Microsoft fa presente che Workspace Check-in non si attiva automaticamente per tutti.

La funzione, dice l’azienda, è disattivata per impostazione predefinita e deve essere abilitata dagli amministratori IT.

E anche dopo l’attivazione a livello aziendale, aggiunge Microsoft, resti tu a scegliere se condividere oppure no i dati sulla tua sede, con la possibilità di dare il consenso o di togliere la condivisione.

Secondo quanto spiegato dall’azienda, c’è anche una cancellazione automatica dei dati, che permette di eliminare le informazioni sulla sede alla fine del tuo orario di lavoro.

Microsoft aggiunge inoltre che questi dati non vengono conservati come storico.

Sulla carta sono tutele rilevanti. Non bastano però a far sparire i dubbi, soprattutto nelle organizzazioni dove il confine tra adesione volontaria e pressione implicita dell’azienda può essere davvero sottile.

Le critiche, poi, non nascono nel vuoto. Si inseriscono in un quadro più ampio di sorveglianza sul lavoro.

Negli Stati Uniti, oltre il 73% dei datori di lavoro monitorava già i dipendenti che lavorano da remoto o in modalità ibrida.

In un contesto del genere, perfino una funzione presentata come innocua può essere letta come uno strumento di controllo, o persino come una specie di meccanismo di delazione tra colleghi.

Chi la contesta avverte che i sistemi formalmente volontari possono diventare obbligatori nei fatti, se l’azienda si aspetta che tutti aderiscano.

Da qui nascono anche le domande su un possibile uso di Workspace Check-in per irrigidire le politiche di rientro in ufficio, controllare le presenze e verificare il rispetto dei giorni richiesti in sede.

Un piccolo prezzo da pagare per avere un po’ più di privacy, forse, ma solo in teoria.

Intanto il rilascio sembra essere stato gestito con una certa cautela.

Diverse segnalazioni indicano che la funzione sarebbe stata rinviata più volte dalla fine del 2025, e Microsoft non l’ha nemmeno messa in primo piano nel suo riepilogo di giugno 2026 dedicato alle novità di Teams.

Anche questo dice qualcosa: il tema privacy, con ogni probabilità, era considerato delicato già prima del debutto.

Poi c’è il nodo delle regole.

In mercati con norme più rigide, come l’Europa, strumenti di questo tipo potrebbero attirare un’attenzione ancora maggiore sul fronte della protezione dei dati e del GDPR.

Workspace Check-in serve davvero a far collaborare meglio le persone o rischia di rendere normale un altro livello di sorveglianza in ufficio?

iPhone: come fare belle foto ai fuochi d’artificio senza scatti bruciati

Buone notizie: con gli iPhone più recenti si possono tirare fuori belle foto dei fuochi d’artificio anche quando la luce è poca, a patto di mettere mano alle impostazioni giuste ed evitare gli errori che capitano più spesso.

I fuochi d’artificio, però, restano tra i soggetti più complicati da fotografare con un iPhone. Oggi una parte enorme delle foto passa dallo smartphone, e l’iPhone è uno dei dispositivi più usati per concerti, feste e spettacoli dal vivo.

Il problema è semplice: i fuochi sono fortissimi come luminosità, cambiano forma in un attimo e quasi sempre li riprendi al buio.

Ecco perché, anche se il sensore è buono, un po’ di attenzione in più serve.

Come fare belle foto ai fuochi d’artificio con iPhone

La cosa più importante da tenere sotto controllo è l’esposizione. Quando il cielo si illumina di colpo, l’iPhone prova a compensare da solo, ma così rischi di ritrovarti con esplosioni bruciate e senza dettaglio.

Prima che inizi lo spettacolo, conviene toccare il punto più luminoso dell’inquadratura e abbassare leggermente l’esposizione trascinando verso il basso l’icona del sole. Così tieni meglio colori e contorni dei lampi.

Ci sono poi altre due funzioni da gestire con un minimo di attenzione: flash e HDR. Il flash va spento, perché non serve a illuminare un soggetto così lontano e può rovinare la scena in primo piano.

Quanto all’HDR, in una situazione del genere non sempre dà una mano. A volte rende l’immagine meno naturale o finisce per impastare il movimento.

Le funzioni native dell’iPhone da sfruttare subito

Ci sono due strumenti già presenti sull’iPhone che possono cambiarti il risultato. Il primo è la modalità Burst, utile quando vuoi prendere proprio l’attimo in cui il fuoco si apre al massimo.

Scattare più fotogrammi in rapida sequenza aumenta le possibilità di portarti a casa quello giusto.

Vale la pena usare anche Live Photos, che registra qualche istante prima e dopo lo scatto e ti permette di scegliere in seguito il frame riuscito meglio.

In molti casi puoi perfino applicare l’effetto lunga esposizione durante la modifica, così ottieni scie luminose più scenografiche senza dover passare subito a software esterni.

Treppiede, inquadratura e contesto: perché contano più del sensore

La stabilità conta ancora tantissimo. Di notte basta un movimento minimo della mano per perdere nitidezza e dettaglio, quindi il treppiede resta la scelta migliore.

Se non ce l’hai, va benissimo anche appoggiare l’iPhone a una ringhiera, a un muretto o a qualsiasi supporto stabile.

C’è poi la composizione, che pesa almeno quanto il resto. Fotografare solo il cielo, nella maggior parte dei casi, porta a immagini tutte simili tra loro.

Se dentro l’inquadratura fai entrare uno skyline, un monumento, un gruppo di persone in silhouette oppure il profilo di un edificio, la foto acquista più facilmente scala, atmosfera e anche un vero senso del luogo.

Le app utili e l’alternativa dei drone show

Se vuoi fare un passo in più, puoi provare app come Slow Shutter Cam o Spectre Camera, che permettono effetti di lunga esposizione più evidenti.

Qui gli strumenti base di iOS non bastano allo stesso modo: per la post-produzione, Adobe Lightroom Mobile, VSCO e Snapseed ti danno più controllo su colore, contrasto e nitidezza.

Le stesse accortezze funzionano anche con i drone show, che si vedono sempre più spesso come alternativa più silenziosa e meno impattante rispetto ai fuochi tradizionali.

Anche lì ti tornano utili un treppiede, un’esposizione manuale leggermente più bassa e, spesso, qualche clip video oltre alle foto, così valorizzi meglio il movimento delle figure luminose nel cielo.

Android: Google testa i backup selettivi delle app nella beta

Secondo le segnalazioni arrivate dagli utenti della beta di Android, Google ha cominciato a mostrare nel 2026, per ora solo a un gruppo ristretto, una nuova impostazione che permette di scegliere quali app salvare nel cloud e quali lasciare fuori. È una funzione che molti chiedono da anni, e la possibilità di decidere davvero cosa far entrare nei backup di Android potrebbe quindi arrivare a breve.

Google Drive Scarica

Sembra un ritocco minimo. Non lo è.

Per anni il backup delle app su Android ha seguito una logica quasi interamente automatica, e anche piuttosto rigida: o ti tenevi il pacchetto completo, oppure rinunciavi in blocco.

Backup delle app su Android: cosa cambia nella beta

La novità che Google sta testando, almeno stando alle segnalazioni circolate tra gli utenti della beta di Android, aggiunge controlli per singola app. In altre parole, gli utenti possono escludere dai backup software specifici, caso per caso.

Tradotto: non c’è più soltanto un interruttore generale, ma una lista che puoi gestire con molta più precisione.

Se usi app che contengono dati particolarmente delicati, il vantaggio si capisce subito. Puoi evitare che certe informazioni finiscano nel cloud, ridurre la tua traccia digitale e avere un po’ più di voce in capitolo su quello che resta conservato online.

Non è male, come compromesso, se in cambio ti porti a casa un po’ di privacy in più.

Per adesso, però, la funzione non è disponibile su larga scala.

Era già stata avvistata in sviluppo verso la fine del 2025 e, sempre secondo le segnalazioni emerse tra gli utenti della beta di Android, ha iniziato a comparire nel 2026 soltanto su un numero limitato di dispositivi in test.

Google, almeno finora, non ha spiegato quanti device siano coinvolti né quando questo rollout potrebbe allargarsi a tutti.

Come funzionano oggi i backup delle app su Android

L’attuale sistema di Auto Backup, disponibile da Android 6.0 in avanti secondo la documentazione di Google, salva automaticamente i dati delle app in una cartella privata del tuo account Google Drive.

Ogni app può usare fino a 25 MB di spazio per il backup, sempre in base alla documentazione di Google, e quei dati non vengono conteggiati nella quota complessiva di Google Drive.

Sulla carta è comodo. Nella pratica, però, ha spesso lasciato la sensazione di essere poco trasparente.

Quando cambi telefono non è sempre chiaro che cosa venga davvero ripristinato, e la parte di gestione lasciata all’utente è rimasta fin qui piuttosto ridotta.

Privacy, sicurezza e confronto con iPhone

Sul piano della sicurezza, Google protegge i dati di backup con crittografia end-to-end sui dispositivi con Android 9 o versioni successive, usando il blocco schermo del device, secondo quanto riportato nelle informazioni ufficiali di Google.

Sui telefoni più datati, oppure quando la crittografia end-to-end non è attiva, le chiavi possono invece restare nelle mani di Google. Anche questo, sempre secondo Google.

Ed è anche per questo che la nuova opzione viene letta come una risposta a critiche che vanno avanti da tempo.

Il paragone con iCloud su iPhone viene abbastanza naturale. Le somiglianze ci sono, ma il sistema di backup e ripristino di Android è stato spesso percepito come meno affidabile, meno completo e anche meno intuitivo.

Nel frattempo Google starebbe lavorando pure ad altri miglioramenti, sempre secondo le segnalazioni emerse nella beta di Android, compresa la possibilità di includere nei backup i file presenti nella cartella Download.

Alcune segnalazioni raccontano inoltre che, sui Google Pixel più recenti, il ripristino stia diventando più scorrevole.

Restano comunque parecchie domande aperte: non sappiamo quanto spazio possa far risparmiare un backup selettivo, quale impatto potrebbe avere se usi connessioni dati costose, né in che modo gli sviluppatori dovranno gestire i ripristini quando un utente decide di disattivare il backup per una determinata app.

Per ora restano indiscrezioni, e per di più non confermate.

Bisogna aspettare per capire se il backup selettivo delle app Android arriverà davvero a tutti.

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