Split tunneling VPN: più velocità e privacy, ma crea punti ciechi

VPN: lo split tunneling fa guadagnare prestazioni, ma lascia anche dei punti ciechi

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Lo split tunneling nasce da un’esigenza molto pratica: evitare che tutto il traffico di un dispositivo passi dentro la VPN quando non serve. Alcune app, alcuni siti o certi servizi vengono instradati nel tunnel cifrato; tutto il resto continua a usare la normale connessione Internet.

Per molti utenti è il modo più semplice per tenere insieme privacy e prestazioni. Il compromesso, però, è netto: tutto ciò che lasci fuori dalla VPN perde la protezione del tunnel e può trasformarsi in un punto debole.

Cos’è lo split tunneling e perché viene usato

L’idea è alleggerire i limiti tipici di una VPN attiva su tutto il dispositivo, soprattutto la latenza più alta e i cali di velocità dovuti al reindirizzamento del traffico. Con lo split tunneling, per esempio, puoi lasciare la VPN accesa per il browser o per un’app di lavoro e tenere fuori i servizi che funzionano meglio con una connessione diretta.

Gli scenari in cui viene usato sono molto concreti. Ci sono le app bancarie che controllano la posizione, le stampanti o i dispositivi locali che a un certo punto non risultano più raggiungibili, le piattaforme di streaming che devono vedere la posizione reale. E poi c’è il gaming, insieme ad altre attività che consumano molta banda, dove pochi millisecondi fanno differenza.

Come si configura nelle VPN moderne

Di solito i provider implementano questa funzione in due modi. Il primo passa da una lista di esclusione: scegli app o siti che devono bypassare la VPN. Il secondo usa una lista di inclusione: indichi quali app devono passare per forza nel tunnel, mentre tutto il resto resta fuori.

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Alcuni servizi offrono entrambe le modalità. Altri portano la stessa logica anche sul router, così puoi definire regole per l’intera rete domestica. C’è poi la gestione a livello di router, utile perché non si limita alla singola app ma permette di applicare regole a tutta la rete di casa. Il problema è che la disponibilità cambia parecchio da un servizio all’altro.

Supporto ancora irregolare tra provider e piattaforme

Lo split tunneling non c’è dappertutto allo stesso modo. Il supporto cambia molto tra provider VPN e sistemi operativi, e le piattaforme Apple, quindi macOS e iPhone, restano tra le più complicate da gestire.

Su macOS e iPhone le regole di rete sono più restrittive. Per questo alcuni provider hanno offerto funzioni parziali o, in passato, le hanno persino tolte. Le cose stanno migliorando, ma avere la stessa flessibilità che oggi trovi su Windows e Android non è ancora garantito.

Il compromesso sulla sicurezza da conoscere

Il vantaggio in comodità e prestazioni ha un prezzo preciso: il traffico escluso non beneficia più della cifratura della VPN né degli stessi controlli applicati dentro il tunnel. Da lì nascono i punti ciechi, con un’esposizione maggiore a siti malevoli, malware o persino a possibili fughe di dati.

Il prezzo da pagare può sembrare piccolo, se in cambio ottieni un po’ di velocità in più. Ma vale solo quando sai con precisione che cosa stai lasciando fuori dal tunnel.

Negli ambienti aziendali il rischio sale ancora. Se un dispositivo è collegato nello stesso momento alla rete aziendale protetta e a Internet, in caso di compromissione può diventare un ponte utile per un attaccante. Non sorprende, quindi, che in ambito enterprise questa funzione venga gestita con regole molto più rigide.

Quando ha senso attivarlo

La regola più sensata resta quella del privilegio minimo: lasciare fuori dalla VPN solo traffico poco rischioso e non sensibile. In generale, lo split tunneling è una cattiva idea sulle reti Wi‑Fi pubbliche o per attività che coinvolgono dati personali, bancari o di lavoro.

Il contesto spiega bene perché questa funzione stia diventando più comune. Secondo stime di settore per il 2026, circa il 30% degli utenti Internet nel mondo, cioè circa 1,6 miliardi di persone, userà una VPN. Negli Stati Uniti, sempre secondo rilevazioni di settore, la quota attuale è del 32% degli adulti.

Anche Microsoft, nella documentazione dedicata a Microsoft 365 e Microsoft Teams, ne ha raccomandato l’uso in alcuni scenari. E all’inizio del 2024, secondo quanto comunicato da alcuni provider VPN, sono stati corretti problemi di DNS leak legati proprio a implementazioni imperfette.

Insomma, è una funzione utilissima, ma solo se la configuri con criterio. La domanda vera è questa: vale davvero la pena guadagnare velocità e qualche millisecondo, se per farlo finisci per lasciare scoperto proprio il traffico più sensibile?

Author: Martin Francis Hernandez

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