The Legend of Zelda: arrivano le action figure di Link, Zelda e Ganondorf da Tears of the Kingdom

Al San Diego Comic-Con 2026, Hasbro e Nintendo hanno svelato The Legend of Zelda: Heroes of Hyrule, una nuova linea di action figure ispirata a The Legend of Zelda: Tears of the Kingdom e pensata per attirare sia i fan sia chi colleziona.

Il merchandising di Zelda rivolto ai collezionisti, finalmente, torna a fare sul serio.

Rispetto a buona parte dei prodotti usciti in passato, qui il discorso cambia: Hasbro alza il livello con figure più curate e più ricche sotto il profilo costruttivo, segnando un ritorno deciso del franchise sugli scaffali dedicati al collezionismo.

La prima wave, però, non ha nulla a che fare con il prossimo film live-action di Zelda, come in molti avevano immaginato nei mesi scorsi. I personaggi mostrati da Hasbro e Nintendo arrivano invece direttamente da Tears of the Kingdom, una scelta che definisce subito il tono della linea e la lega all’immaginario più recente della serie.

Hasbro e Nintendo lanciano le figure di Zelda ispirate a Tears of the Kingdom

Le prime tre figure annunciate, stando a quanto mostrato da Hasbro e Nintendo, sono Link e la Principessa Zelda nel formato da 6 pollici, con accanto un Ganondorf più massiccio da 7,5 pollici.

È il primo segnale concreto di una linea che si chiama proprio Heroes of Hyrule, un nome che fa pensare a un progetto destinato a crescere e non a un’uscita una tantum.

Sul fronte tecnico, Hasbro parla di oltre 20 punti di articolazione per ogni personaggio. Il messaggio è chiaro: queste figure vogliono piacere a chi le tiene in vetrina, ma anche a chi ama metterle in posa.

Link include la Master Sword e l’Hylian Shield, Zelda arriva con la Master Sword deteriorata, mentre Ganondorf è accompagnato dalla sua gloom sword, in base ai dettagli condivisi da Hasbro.

Per chi ha giocato a The Legend of Zelda: Tears of the Kingdom, sono accessori che si riconoscono al volo, e danno alla linea un’impronta più premium e più fedele al materiale di partenza.

C’è poi il sistema di articolazione avanzato che, secondo Hasbro, dovrebbe permettere pose da esposizione con una libertà maggiore rispetto a molte delle figure viste finora nel merchandising di Zelda.

Annuncio al Comic-Con e partnership pronta a proseguire

La presentazione è arrivata durante il San Diego Comic-Con 2026, che per una novità del genere era probabilmente il palcoscenico migliore possibile.

Il progetto fa parte anche di una partnership pluriennale tra Hasbro e Nintendo, citata nelle comunicazioni ufficiali. Ed è un dettaglio che fa salire subito le aspettative per le prossime uscite, non solo in ambito Zelda ma, potenzialmente, anche per altri mondi Nintendo.

Per adesso Hasbro non ha confermato una seconda wave, quindi la linea è ancora all’inizio.

Detto questo, partire dai tre personaggi centrali di The Legend of Zelda: Tears of the Kingdom sembra una base piuttosto evidente da cui espandersi più avanti verso altri volti amatissimi della saga.

Prezzo, uscita e preordini già aperti

Heroes of Hyrule arriverà nella primavera del 2027, secondo quanto comunicato da Hasbro, ma i preordini sono già disponibili presso i principali rivenditori statunitensi.

Link e Zelda costano 27,99 dollari ciascuno, mentre Ganondorf sale a 42,99 dollari. Sono i prezzi di lancio indicati per i preordini, in linea con dimensioni più generose e una presenza scenica superiore.

L’accoglienza iniziale, intanto, è stata molto buona.

Tra fan di lunga data e collezionisti, parecchi vedono questa linea come quel salto di qualità che il merchandising di Zelda aspettava da anni, soprattutto nel segmento delle figure articolate di fascia media.

Restano comunque alcune incognite non da poco.

Hasbro non ha ancora dato dettagli sulla distribuzione internazionale, compresi mercati centrali come l’Europa e il Giappone, e non ha ufficializzato i personaggi che comporranno le prossime wave.

Nel frattempo sono già partite le speculazioni: c’è chi sogna versioni tratte da Ocarina of Time, chi guarda a Breath of the Wild e chi spera in un’intera collezione dedicata ai campioni e agli antagonisti storici della saga.

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Sharp debutta su iPhone: analizza la pelle e crea una routine skincare su misura

Sharp, l’app per iPhone che analizza la pelle e ti costruisce una routine skincare su misura

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Sharp è una nuova app per iPhone creata da Esat, studente e sviluppatore indipendente che lavora in Germania. L’idea è semplice: rendere meno complicata la skincare di tutti i giorni. Per farlo, l’app ti guida in una scansione del viso e da lì ricava uno Skin Score complessivo, insieme a una routine personalizzata per il mattino e per la sera.

E di app dedicate alla skincare, ormai, ce ne sono già molte.

Qui il punto è abbastanza chiaro. Se non sai bene da dove partire, oppure vuoi capire come cambia la tua pelle nel tempo, Sharp prova a darti qualcosa di veloce e concreto: suggerimenti pratici e prodotti specifici, non le solite indicazioni vaghe che restano troppo generiche per essere davvero utili.

Come funziona Sharp, l’app iPhone per la skincare

Per ora Sharp è disponibile solo su iPhone e, stando a quanto indica l’app, la procedura iniziale richiede circa 30 secondi. Durante la scansione controlla che ci sia abbastanza luce e che la testa sia nella posizione corretta, poi acquisisce il volto da più angolazioni.

Alla fine restituisce uno Skin Score su 100, che l’app presenta come una fotografia rapida e sintetica dello stato della pelle in quel preciso momento.

Ma non c’è solo il punteggio. Sharp divide l’analisi in sei categorie: uniformità della pelle, untuosità, rossore, pori e texture, contorno occhi e idratazione. Così il risultato resta più leggibile anche per chi non ha grande dimestichezza con sieri, detergenti e attivi.

Routine personalizzata e prodotti consigliati

Sempre secondo quanto dichiara Sharp, l’app genera automaticamente una routine breve, separata tra mattino e sera. E non si ferma alle categorie generiche, tipo detergente o crema idratante: prova anche a proporti prodotti precisi, tenendo conto del budget che inserisci nell’app.

C’è poi la parte dedicata ai consigli sui prodotti, che può farti perdere meno tempo quando devi capire cosa comprare e in quale ordine usare i vari step della routine. Per un pubblico generalista, probabilmente, è questo il lato più immediato: meno teoria e più indicazioni pratiche.

Resta una cosa diversa da una visita dermatologica. La stessa app specifica che i consigli hanno uno scopo cosmetico e non valgono come parere medico.

Monitoraggio dei progressi settimana dopo settimana

Sharp dice di includere anche una funzione di monitoraggio. Puoi fare una nuova scansione ogni settimana, confrontare i punteggi con quelli precedenti e aggiornare la routine sulla base dei risultati più recenti.

Il richiamo alle app fitness si vede subito. Sharp, però, sembra spingersi un po’ oltre quando si parla di monitoraggio visivo.

Stando a quanto riportato nell’app, ci sono un grafico dei progressi su otto settimane, il confronto prima/dopo con le foto, un sistema di streak e i promemoria sulla schermata di blocco e nella Dynamic Island. Sono dettagli che la fanno passare da semplice test iniziale a strumento di monitoraggio vero e proprio.

Privacy, prezzo e limiti da tenere a mente

Sul fronte della privacy, Sharp spiega nella sua informativa che le immagini del volto vengono caricate in modo temporaneo e analizzate attraverso i sistemi di Google Gemini o OpenAI. Dopo l’elaborazione, sempre secondo l’app, vengono rimosse dai server di Sharp.

Per quanto riguarda il prezzo, l’app si può scaricare gratis e la scansione iniziale con Skin Score è inclusa senza costi.

Le funzioni premium, invece, partono da 4,99 euro a settimana. In alternativa ci sono 39,99 euro l’anno con tre giorni di prova gratuita, oppure 79,99 euro per l’accesso a vita.

Sharp entra in un mercato già molto affollato, dove si muovono anche marchi come L’Oréal, Neutrogena e Sephora.

I dermatologi, intanto, restano cauti: strumenti di questo tipo non sostituiscono una visita specialistica, soprattutto se hai problemi cutanei che continuano nel tempo.

C’è anche un altro dato da tenere presente. Uno studio del 2023 pubblicato su JAMA Dermatology ha rilevato che nessuna delle 41 app dermatologiche analizzate era approvata dalla FDA, mentre il tema della privacy e quello delle possibili distorsioni nei sistemi automatici restano ancora aperti.

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The Backrooms, A24 ritira i takedown: marcia indietro dopo le proteste

The Backrooms: A24 ritira i takedown dopo le proteste della community

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Brutto pasticcio legale per A24, la casa di produzione dietro l’adattamento cinematografico di The Backrooms, l’universo horror collaborativo nato online. La società ha inviato takedown per copyright contro alcuni creatori indipendenti legati a The Backrooms e li ha ritirati poco dopo, inclusi autori che, stando alle segnalazioni pubbliche dei creator coinvolti, pubblicavano contenuti già prima dell’adattamento per il cinema. Online, intanto, fan e creator hanno reagito subito.

Ed è proprio questo il punto: qui non si parla di un franchise tradizionale. The Backrooms è un universo costruito collettivamente su internet. Per molti utenti, quindi, la questione non era soltanto legale. Era anche culturale.

Se si torna all’origine del fenomeno, si capisce in fretta perché questi takedown abbiano acceso così tante discussioni. The Backrooms nasce infatti, secondo la ricostruzione condivisa dalla community, da un post anonimo pubblicato su 4chan nel 2019, accompagnato dalla celebre immagine degli uffici gialli e fluorescenti. Da quel momento, il concetto si è allargato fino a diventare una mitologia collaborativa fatta di video, wiki, racconti e reinterpretazioni firmate da centinaia di utenti.

Vista dalla community, la mossa di A24 è sembrata il tentativo di mettere le mani su qualcosa che non appartiene a un singolo autore né a un’unica azienda. Il rischio era sotto gli occhi di tutti: incrinare il rapporto con il sistema creativo che ha trasformato The Backrooms in un fenomeno globale molto prima che arrivasse Hollywood.

A riportare un po’ di calma ci ha pensato soprattutto Kane Parsons, il giovane regista che con la sua serie YouTube ha dato a The Backrooms un linguaggio visivo fortissimo e che poi l’ha portato al cinema con A24. Parsons è intervenuto pubblicamente dicendo che quei takedown “non dovrebbero succedere” e ha promesso di controllare subito da dove fossero partite quelle segnalazioni.

La sua presa di posizione ha contato parecchio. Da una parte ha preso le distanze dalle rimozioni, dall’altra ha fatto capire alla community di non voler spezzare il legame con i creatori che hanno contribuito a far crescere il fenomeno. E in un momento in cui molti adattamenti di opere nate online vengono accusati di trasformare culture partecipative in prodotti industriali, la velocità della sua risposta ha pesato.

Poi A24 ha annullato i claim e ha attribuito tutto a un errore di un sistema anti-pirateria gestito da un fornitore esterno, secondo quanto dichiarato dalla stessa società. A24 ha anche chiarito, sempre nella propria dichiarazione, di non rivendicare la proprietà dell’immagine delle pareti gialle, del post originale su 4chan o, più in generale, delle opere create dalla community.

Il chiarimento conta anche sul piano legale. L’idea generale di The Backrooms, fatta di spazi liminali, uffici infiniti e inquietudine analogica, non è qualcosa che si possa blindare in blocco con il copyright. Diverso il discorso per l’espressione specifica: la versione narrativa e audiovisiva sviluppata da Kane Parsons su YouTube, così come il film di A24, sono opere distinte e protette.

Questa vicenda fa vedere quanto sia complicato prendere una cultura nata su internet, per di più collaborativa, e trasformarla in un progetto commerciale senza allontanare proprio chi l’ha resa popolare. Ed è un tema che per l’industria pesa sempre di più: quando un meme, un creepypasta o una lore collettiva finiscono al cinema, i confini tra ispirazione, adattamento e appropriazione diventano sottilissimi.

Nel caso di The Backrooms, la posta in gioco è ancora più alta perché il film è stato un trionfo commerciale. Diretto da Kane Parsons, realizzato secondo le indiscrezioni con meno di 10 milioni di dollari, ha incassato oltre 382 milioni di dollari nel mondo, secondo i dati di box office, diventando il più grande successo di A24 al botteghino.

Per Kane Parsons, il modo in cui ha gestito l’incidente ha rafforzato ancora di più il suo profilo. Oltre agli incassi, si è portato a casa credibilità presso la community e, secondo diverse ricostruzioni, anche un’attenzione sempre più forte da parte di grandi studi come Warner Bros., Universal e Sony.

Google rilascia il System Update di luglio 2026: novità per Play Store, Wear OS e sicurezza

Google System Update di luglio 2026: novità per Play Store, Wear OS e sicurezza

Google ha avviato la distribuzione del Google System Update di luglio 2026. Stando alle note di rilascio, l’aggiornamento porta ritocchi concreti al Play Store, a Wear OS e alla sicurezza attraverso Google Play services v26.26 e Google Play Store v52.3, senza però stravolgere l’esperienza Android.

Il rollout passa proprio da Google Play services v26.26 e da Google Play Store v52.3 e, come spesso succede con questi pacchetti, non arriva a tutti nello stesso momento. La distribuzione è graduale, nell’arco di diverse settimane, e coinvolge smartphone, tablet, smartwatch Wear OS e altri dispositivi compatibili, come indicato nel changangelog pubblicato da Google.

Google System Update di luglio 2026: cosa cambia davvero

Da tempo Google si muove in questa direzione: spostare sempre più correzioni e funzioni sui componenti di sistema che aggiorna separatamente.

Così molte novità non restano legate a una nuova versione completa di Android, ma arrivano direttamente tramite Google Play Store e Google Play services. È il modo con cui Google continua a rifinire il sistema senza passare ogni volta da un aggiornamento pesante del sistema operativo.

Per l’utente la conseguenza è semplice: patch di sicurezza, correzioni di stabilità e piccole funzioni nuove possono arrivare prima, senza restare appese ai tempi del produttore che deve rilasciare un update completo.

La parte più visibile, questa volta, riguarda il Google Play Store sui dispositivi con schermi grandi.

Secondo le note di rilascio, Google sta introducendo un layout più denso di informazioni, pensato per sfruttare meglio tablet e smartphone pieghevoli. Tradotto: nella stessa schermata possono comparire più contenuti e più dettagli, con una navigazione che sui display ampi dovrebbe risultare più comoda e meno dispersiva.

Play Store, etichette per immagini generate dall’IA e acquisti Google One più fluidi

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Per gli utenti europei c’è anche una novità sul fronte della trasparenza dei contenuti nello store. Alcune immagini generate automaticamente mostreranno un’etichetta dedicata, almeno secondo quanto riportato da Google.

La stessa Google chiarisce però che questa indicazione non comparirà per forza in tutti i formati e potrebbe non essere applicata ai contenuti caricati in passato. Quindi sì, il cambiamento c’è, ma non va letto come un sistema già uniforme in ogni angolo del Play Store.

Poi c’è un intervento molto più pratico per chi usa Google One.

Le sottoscrizioni a Google One possono adesso passare da una procedura di acquisto integrata direttamente nell’app, al posto della vecchia esperienza via web che, sempre secondo Google, era spesso più lenta e meno lineare. Sulla carta sembra un dettaglio. Nell’uso quotidiano, molto meno, perché rende più immediata sia l’attivazione sia la gestione dell’abbonamento.

Wear OS e sicurezza: perché l’update conta anche per chi usa Samsung

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Sul lato Wear OS, una delle aggiunte più interessanti è la possibilità di trasferire un account del profilo di lavoro da uno smartphone Android a uno smartwatch Wear OS, come riportano le note di rilascio di Google.

È una funzione che pesa soprattutto negli ambienti aziendali, dove la separazione tra dati personali e dati di lavoro continua a essere un punto centrale. Portare questo passaggio anche sull’orologio rende la gestione un po’ più ordinata per chi usa dispositivi collegati al lavoro tutti i giorni.

L’aggiornamento include anche patch di sicurezza e ottimizzazioni generali del sistema, sempre stando a Google.

Ed è un punto che riguarda anche chi ha un dispositivo Samsung, o comunque uno smartphone Android di altri marchi, perché una parte di queste correzioni può arrivare direttamente da Google tramite i componenti del Play system. In questo modo si dipende un po’ meno dai tempi di operatori e produttori, che restano spesso il collo di bottiglia quando si parla di aggiornamenti.

Quello di luglio, insomma, non è l’update più vistoso degli ultimi mesi, ma resta utile: migliora l’esperienza sugli schermi grandi, semplifica la gestione degli abbonamenti, aggiunge uno strumento in più per l’uso professionale su Wear OS e rinforza la sicurezza.

Nelle discussioni online, infatti, l’attenzione si è spostata soprattutto sul numero di vulnerabilità corrette, più che sulle nuove funzioni vere e proprie.

Split tunneling VPN: più velocità e privacy, ma crea punti ciechi

VPN: lo split tunneling fa guadagnare prestazioni, ma lascia anche dei punti ciechi

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Lo split tunneling nasce da un’esigenza molto pratica: evitare che tutto il traffico di un dispositivo passi dentro la VPN quando non serve. Alcune app, alcuni siti o certi servizi vengono instradati nel tunnel cifrato; tutto il resto continua a usare la normale connessione Internet.

Per molti utenti è il modo più semplice per tenere insieme privacy e prestazioni. Il compromesso, però, è netto: tutto ciò che lasci fuori dalla VPN perde la protezione del tunnel e può trasformarsi in un punto debole.

Cos’è lo split tunneling e perché viene usato

L’idea è alleggerire i limiti tipici di una VPN attiva su tutto il dispositivo, soprattutto la latenza più alta e i cali di velocità dovuti al reindirizzamento del traffico. Con lo split tunneling, per esempio, puoi lasciare la VPN accesa per il browser o per un’app di lavoro e tenere fuori i servizi che funzionano meglio con una connessione diretta.

Gli scenari in cui viene usato sono molto concreti. Ci sono le app bancarie che controllano la posizione, le stampanti o i dispositivi locali che a un certo punto non risultano più raggiungibili, le piattaforme di streaming che devono vedere la posizione reale. E poi c’è il gaming, insieme ad altre attività che consumano molta banda, dove pochi millisecondi fanno differenza.

Come si configura nelle VPN moderne

Di solito i provider implementano questa funzione in due modi. Il primo passa da una lista di esclusione: scegli app o siti che devono bypassare la VPN. Il secondo usa una lista di inclusione: indichi quali app devono passare per forza nel tunnel, mentre tutto il resto resta fuori.

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Alcuni servizi offrono entrambe le modalità. Altri portano la stessa logica anche sul router, così puoi definire regole per l’intera rete domestica. C’è poi la gestione a livello di router, utile perché non si limita alla singola app ma permette di applicare regole a tutta la rete di casa. Il problema è che la disponibilità cambia parecchio da un servizio all’altro.

Supporto ancora irregolare tra provider e piattaforme

Lo split tunneling non c’è dappertutto allo stesso modo. Il supporto cambia molto tra provider VPN e sistemi operativi, e le piattaforme Apple, quindi macOS e iPhone, restano tra le più complicate da gestire.

Su macOS e iPhone le regole di rete sono più restrittive. Per questo alcuni provider hanno offerto funzioni parziali o, in passato, le hanno persino tolte. Le cose stanno migliorando, ma avere la stessa flessibilità che oggi trovi su Windows e Android non è ancora garantito.

Il compromesso sulla sicurezza da conoscere

Il vantaggio in comodità e prestazioni ha un prezzo preciso: il traffico escluso non beneficia più della cifratura della VPN né degli stessi controlli applicati dentro il tunnel. Da lì nascono i punti ciechi, con un’esposizione maggiore a siti malevoli, malware o persino a possibili fughe di dati.

Il prezzo da pagare può sembrare piccolo, se in cambio ottieni un po’ di velocità in più. Ma vale solo quando sai con precisione che cosa stai lasciando fuori dal tunnel.

Negli ambienti aziendali il rischio sale ancora. Se un dispositivo è collegato nello stesso momento alla rete aziendale protetta e a Internet, in caso di compromissione può diventare un ponte utile per un attaccante. Non sorprende, quindi, che in ambito enterprise questa funzione venga gestita con regole molto più rigide.

Quando ha senso attivarlo

La regola più sensata resta quella del privilegio minimo: lasciare fuori dalla VPN solo traffico poco rischioso e non sensibile. In generale, lo split tunneling è una cattiva idea sulle reti Wi‑Fi pubbliche o per attività che coinvolgono dati personali, bancari o di lavoro.

Il contesto spiega bene perché questa funzione stia diventando più comune. Secondo stime di settore per il 2026, circa il 30% degli utenti Internet nel mondo, cioè circa 1,6 miliardi di persone, userà una VPN. Negli Stati Uniti, sempre secondo rilevazioni di settore, la quota attuale è del 32% degli adulti.

Anche Microsoft, nella documentazione dedicata a Microsoft 365 e Microsoft Teams, ne ha raccomandato l’uso in alcuni scenari. E all’inizio del 2024, secondo quanto comunicato da alcuni provider VPN, sono stati corretti problemi di DNS leak legati proprio a implementazioni imperfette.

Insomma, è una funzione utilissima, ma solo se la configuri con criterio. La domanda vera è questa: vale davvero la pena guadagnare velocità e qualche millisecondo, se per farlo finisci per lasciare scoperto proprio il traffico più sensibile?