Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) ha annunciato oggi un nuovo investimento da 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti. A sentire l’azienda, l’impegno complessivo del gruppo nel Paese salirà così a circa 265 miliardi di dollari. È una decisione che rafforza in modo molto evidente la presenza produttiva americana di TSMC, proprio mentre la corsa globale ai semiconduttori ha smesso da tempo di essere solo industriale ed è diventata anche una questione politica.
Con questa nuova iniezione di capitali, il polo dell’Arizona arriverà, sempre secondo quanto comunicato da TSMC, a 12 impianti tra fab avanzate e strutture dedicate al packaging. In altre parole, si sta trasformando in uno dei progetti industriali più ambiziosi di tutto il settore.
TSMC investe negli Stati Uniti: l’Arizona diventa un hub strategico
Il baricentro dell’espansione resta l’Arizona. Qui TSMC ha già avviato, stando a quanto riferito dalla società, la produzione su larga scala di chip a 4 nanometri alla fine del 2024.
I siti che arriveranno dopo dovrebbero invece spingersi oltre. Nei piani di TSMC ci sono tecnologie ancora più avanzate, con produzioni a 3 nanometri e 2 nanometri.
Per gli Stati Uniti è un passaggio cruciale. L’idea è riportare sul territorio una quota più ampia della produzione dei semiconduttori più sofisticati, tagliando la dipendenza da catene di fornitura estere e soprattutto da Taiwan, che continua a essere il centro nevralgico della manifattura mondiale di chip.
Washington sta accompagnando questa strategia anche con soldi pubblici. Il piano americano di TSMC rientra infatti nei termini annunciati dall’amministrazione statunitense nell’ambito del CHIPS and Science Act, con un supporto che può arrivare fino a 6,6 miliardi di dollari in finanziamenti diretti e fino a 5 miliardi in prestiti.
Perché la mossa arriva proprio adesso
L’annuncio, ovviamente, non cade dal cielo. Sullo sfondo ci sono la crescita della produzione cinese di semiconduttori e la spinta di Pechino verso una maggiore autosufficienza tecnologica. L’obiettivo dichiarato dalla Cina è arrivare all’80% di autosufficienza nel settore entro il 2030, anche se nel 2024 il livello stimato restava ancora attorno al 33%, secondo le valutazioni di settore.
Se si allarga lo sguardo, il quadro è abbastanza chiaro: gli Stati Uniti stanno cercando di costruire una filiera più resistente dentro i propri confini, e la Cina sta provando a fare la stessa cosa sul proprio territorio.
Il risultato è una competizione sempre più dura per la capacità produttiva, per le tecnologie avanzate e per il controllo delle forniture.
Per TSMC, aumentare la presenza negli Stati Uniti vuol dire anche stare più vicino ai grandi clienti americani e distribuire meglio il rischio geopolitico. Non è un aspetto marginale, soprattutto in un settore in cui ritardi e colli di bottiglia possono propagarsi a catena su mercati interi, dall’elettronica di consumo fino ai PC.
Un progetto enorme per economia e occupazione
TSMC descrive il complesso dell’Arizona come il più grande investimento diretto estero mai realizzato negli Stati Uniti in un progetto greenfield.
Accanto al peso strategico c’è poi quello economico. Secondo le stime legate al progetto, il piano dovrebbe creare migliaia di posti di lavoro, tra la costruzione degli impianti e la manifattura ad alta specializzazione.
A spingere questa accelerazione c’è anche la forza dei conti del gruppo. Nel secondo trimestre 2026 TSMC ha registrato un utile in crescita del 77% su base annua, in base ai risultati trimestrali diffusi dalla società, trainato dalla forte domanda di chip per i data center e per le infrastrutture digitali.
Oggi la capitalizzazione di mercato dell’azienda è ormai vicina al doppio di quella di Samsung Electronics, guardando ai valori attuali di Borsa.
Poi c’è il punto più delicato, quello che riguarda Taiwan. Se da una parte l’espansione americana riduce l’esposizione ai rischi geopolitici, dall’altra sull’isola non manca chi teme un indebolimento del cosiddetto “silicon shield”, cioè del ruolo strategico che la leadership nei chip ha garantito a Taipei negli equilibri globali.