Star Wars Zero Company svela il cast: Matt Lanter torna Anakin

Bit Reactor e Lucasfilm Games hanno confermato, in vista del San Diego Comic-Con, che Matt Lanter e Dee Bradley Baker faranno parte del cast vocale di Star Wars Zero Company, il nuovo strategico a turni in arrivo su PC, PlayStation 5 e Xbox Series X/S il 27 agosto 2026. E il messaggio, già da questo annuncio, è piuttosto chiaro: Zero Company vuole giocarsi fino in fondo la carta nostalgia, senza per questo rinunciare a volti nuovi.

Matt Lanter tornerà a dare voce ad Anakin Skywalker. Dee Bradley Baker, che per anni è stato la voce dei Clone Trooper in The Clone Wars e poi in The Bad Batch, interpreterà invece un clone inedito chiamato Trick.

Basta questo per capire a quale immaginario Star Wars Zero Company stia guardando più da vicino: quello dell’era delle Guerre dei Cloni, con tutta la sua estetica e il suo tono.

Star Wars Zero Company: cast, personaggi e data di uscita

Accanto ai ritorni che i fan aspettavano di sentire, Star Wars Zero Company introduce anche Hawks, il protagonista che controllerai nel corso della campagna.

Hawks è un ex ufficiale della Repubblica Galattica che finisce per guidare la squadra.

Sarà un personaggio personalizzabile e potrà contare su due voci diverse: Jonathan Freeman per la versione maschile, Erica Luttrell per quella femminile.

La squadra di Star Wars Zero Company metterà insieme specialisti provenienti da varie zone della galassia. Nel gruppo ci saranno almeno un Clone Trooper, una Mandaloriana e una Jedi Padawan.

Il compito del team sarà fermare Kundri Fathom, leader spietata dell’Infinite Coil, un culto schierato con i Separatisti. A darle voce sarà Rekha Sharma.

Nel cast ci sono anche JB Blanc nel ruolo di Kabb Uppercut, Judy Alice Lee come Jae Mordant, Jim Pirri nei panni di Neesh Renark, D.C. Douglas come M-3VO, detto “Meevo”, e Vic Michaelis nel ruolo di Runa Blask.

Come sarà il gioco: tattica a turni, campagna narrativa e Bond System

Sul piano del gameplay, Star Wars Zero Company si presenta come un single player a turni con una forte componente narrativa, combattimenti di squadra e una messa in scena dal taglio cinematografico.

La struttura sarà in gran parte lineare, anche se Bit Reactor ha spiegato che alcune differenze dipenderanno dalla composizione del team scelto da te.

E questo cambia parecchio il quadro, perché lascia intuire una campagna capace di modificarsi almeno in parte in base ai personaggi che porterai in missione.

C’è poi il Bond System, una funzione che permette di rafforzare i rapporti tra i membri della squadra attraverso le interazioni in battaglia, sbloccando nuove abilità e sinergie.

Da quello che si è visto finora, il Bond System sembra puntare non solo sull’aspetto tattico, ma anche su quello più umano del gruppo, premiando chi costruisce una squadra affiatata invece di limitarsi a schierare le unità più forti.

Durata della campagna e assenza del New Game Plus

Bit Reactor ha già dato un’idea piuttosto precisa delle dimensioni dell’avventura: secondo lo studio, la campagna dovrebbe durare tra le 30 e le 40 ore, con differenze legate sia alla difficoltà selezionata sia alla tua familiarità con il genere strategico.

Chi sperava in una seconda run potenziata, però, dovrà rivedere un po’ le aspettative: al lancio, sempre secondo Bit Reactor, non sarà disponibile una modalità New Game Plus.

Resta comunque un progetto da seguire con attenzione, soprattutto se cerchi uno Star Wars più ragionato, più narrativo e vicino al fascino di The Clone Wars.

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Siemens, Schneider e Rockwell nell’allerta CISA-FBI: nuovo avviso sugli hacker legati all’Iran

ICS: CISA e FBI aggiornano l’allerta sui dispositivi Siemens, Schneider e Rockwell

A luglio 2026 CISA, FBI e altre agenzie federali degli Stati Uniti hanno diffuso un nuovo avviso su una campagna di cyberattacchi attribuita ad attori legati all’Iran. La campagna potrebbe essere stata usata per colpire sistemi di controllo industriale presenti nelle infrastrutture critiche statunitensi, compresi dispositivi di Siemens, Schneider Electric e Rockwell Automation.

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Nel nuovo avviso, che riprende e aggiorna una prima versione pubblicata ad aprile, compaiono ora in modo esplicito apparecchiature di Siemens , Schneider Electric e Rockwell Automation.

Le agenzie parlano di attività che starebbero prendendo di mira settori sensibili negli Stati Uniti: energia, acqua, acque reflue e anche strutture governative.

Il dato che pesa di più è un altro. Per CISA, FBI e le altre agenzie coinvolte, questi attacchi avrebbero già provocato interruzioni operative e perdite economiche, anche se per ora non sono stati diffusi numeri né casi dettagliati.

Allerta CISA e FBI sui dispositivi ICS di Siemens, Schneider e Rockwell

Nel testo aggiornato, il perimetro si allarga rispetto alle prime segnalazioni, che erano concentrate soprattutto su dispositivi Rockwell.

Adesso l’avviso nomina con chiarezza sistemi industriali di tutti e tre i grandi fornitori. Per le agenzie Usa è il segnale di una campagna più estesa e più organizzata di quanto fosse emerso all’inizio.

Nel mirino ci sono soprattutto i PLC, i controllori logici programmabili, quando risultano esposti direttamente su Internet.

Per chi lavora nelle infrastrutture critiche, il rischio è alto. Questi dispositivi stanno spesso al centro dei processi industriali, quindi un accesso non autorizzato può tradursi in effetti fisici, blocchi del servizio o modifiche che incidono sulla sicurezza operativa.

Come avvengono gli attacchi ai PLC esposti online

Le agenzie statunitensi spiegano che gli aggressori non si stanno più limitando a cercare password banali o configurazioni lasciate con i valori di default.

In questa campagna, stando all’aggiornamento pubblicato, gli attaccanti stanno usando software di ingegneria del tutto legittimi, gli stessi che negli ambienti industriali vengono usati ogni giorno.

Nel documento aggiornato ci sono diversi elementi che vanno proprio in questa direzione.

Fra gli strumenti citati compaiono Rockwell Studio 5000 Logix Designer, Schneider EcoStruxure Control Expert e Siemens TIA Portal. L’avviso spiega che, usando questi programmi, gli attaccanti riescono ad accedere ai sistemi, caricare file di progetto malevoli e modificare la logica di funzionamento degli impianti in modi che, almeno all’inizio, possono sembrare normali attività tecniche.

In base a quanto osservato dalle agenzie, le operazioni includono la manipolazione delle interfacce HMI, l’alterazione dei dati SCADA e, nei casi più gravi, la disattivazione delle logiche di allarme e di arresto di sicurezza.

Ed è qui che la questione diventa particolarmente delicata: non si parla soltanto di furto di dati, ma di possibili conseguenze dirette sul funzionamento degli impianti.

Perché la campagna preoccupa di più gli esperti

Per diversi analisti, il salto vero si vede soprattutto nel livello di complessità.

Usare strumenti ufficiali dei vendor e inserirsi in flussi di lavoro industriali reali rende questi attacchi più difficili da individuare e molto più credibili all’interno delle reti OT.

Nell’avviso aggiornato, CISA, FBI e le altre agenzie federali Usa hanno inserito anche nuovi indicatori di compromissione e misure di mitigazione.

Il messaggio che arriva sia dai vendor sia dalle agenzie governative è chiaro: i dispositivi ICS non dovrebbero essere raggiungibili da Internet, e le organizzazioni dovrebbero applicare misure di hardening, segmentazione di rete e controlli rigorosi sugli accessi ai software di ingegneria.

Se gestisci un impianto industriale, questo avviso suona come un richiamo molto concreto: la sicurezza OT non può più reggersi soltanto su configurazioni di base o su un isolamento di fatto dei sistemi.

Gli attaccanti, oggi, conoscono sempre meglio gli strumenti del settore e sanno usarli contro chi quei sistemi li adopera ogni giorno. E allora la domanda diventa anche etica: quanto è accettabile continuare a esporre a Internet sistemi così delicati, sapendo che un abuso può trasformarsi in interruzioni, danni economici e rischi reali per la sicurezza operativa?

HD-DVD da favorito a sconfitto: perché Blu-ray ha vinto

HD-DVD contro Blu-ray: perché ha vinto il formato di Sony

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Tra 2006 e i primi mesi del 2008, HD-DVD di Toshiba e Blu-ray di Sony si sono giocati il posto del DVD come nuovo standard per i film in alta definizione. Per molti appassionati di home video, quella è stata l’ultima vera grande guerra dei formati fisici. La partita si è chiusa quando Warner Bros., nel gennaio 2008, annunciò il suo supporto esclusivo al Blu-ray. Un mese dopo, nel febbraio 2008, Toshiba comunicò la fine della produzione di lettori e dischi HD-DVD.

Riguardandola oggi, la parte più curiosa è un’altra: HD-DVD aveva davvero, almeno sulla carta, parecchi vantaggi molto concreti per il mercato di massa. Eppure non sono bastati.

HD-DVD contro Blu-ray: perché la sfida sembrava aperta

HD-DVD, spinto soprattutto da Toshiba, partiva con caratteristiche che lo rendevano più facile da proporre al grande pubblico. I lettori costavano di solito meno dei primi modelli Blu-ray, e anche produrre i dischi era meno oneroso, perché si poteva riutilizzare buona parte dell’infrastruttura industriale già impiegata per i DVD.

Per chi produceva e per chi comprava, insomma, il passaggio sembrava meno brusco.

C’era anche un altro aspetto che contava parecchio: HD-DVD arrivò nei negozi prima del Blu-ray. In una sfida tecnologica partire in anticipo può pesare molto, soprattutto quando il pubblico non ha ancora scelto da che parte stare e i rivenditori cercano uno standard chiaro da spingere sugli scaffali.

Non sorprende quindi che ancora oggi molti osservatori dicano che HD-DVD avrebbe potuto essere il formato più adatto a conquistare il grande pubblico. Costava meno, richiedeva un’adozione più semplice e restava più vicino all’ecosistema DVD che milioni di famiglie avevano già in salotto.

La mossa decisiva di Sony con PlayStation 3

Quel vantaggio teorico, però, si è scontrato con un fattore che alla fine ha pesato più di tutto: la base installata. Sony mise un lettore Blu-ray dentro ogni PlayStation 3 e trasformò la console in un cavallo di Troia perfetto per far entrare il formato nei salotti.

Da un momento all’altro, Blu-ray non era più soltanto un nuovo supporto video. Era anche una funzione inclusa in una delle console più desiderate di quegli anni.

Microsoft fece una scelta diversa. Su Xbox 360, HD-DVD arrivò solo attraverso un lettore esterno opzionale. Una soluzione meno pulita, meno diffusa e, sul mercato, molto meno efficace.

Qui si è spostato davvero l’equilibrio. Ogni PlayStation 3 venduta era, di fatto, un nuovo lettore Blu-ray già presente in casa di un possibile acquirente di film.

Da lì in poi, il vantaggio di prezzo di HD-DVD ha cominciato a contare meno.

I film hanno deciso il vincitore

Come capita spesso nell’elettronica di consumo, però, l’hardware da solo non basta. A decidere davvero sono stati i contenuti.

Il supporto esclusivo degli studios era decisivo, perché nessuno voleva investire in un formato senza la garanzia di trovare i film che contavano davvero.

Il passaggio chiave arrivò nel gennaio 2008, quando Warner Bros. annunciò il proprio sostegno esclusivo al Blu-ray. Ancora oggi, molti osservatori indicano quella scelta come il colpo che ha spezzato in modo definitivo le speranze di HD-DVD.

Senza l’appoggio forte delle major, il formato di Toshiba perse credibilità nel giro di poche settimane.

Poi, nel febbraio 2008, arrivò la resa ufficiale. Toshiba annunciò la fine della produzione di lettori e dischi HD-DVD, chiudendo di fatto la guerra dei formati e consegnando la vittoria al Blu-ray.

Una vittoria arrivata troppo tardi?

Il paradosso è che, poco dopo la fine dello scontro, il mercato ha cominciato a girare da un’altra parte. L’ascesa dello streaming ha ridotto via via il peso dei supporti fisici, e quella battaglia è diventata meno decisiva di quanto sembrasse allora.

Blu-ray ha vinto, sì, ma non è mai arrivato a dominare la cultura popolare come aveva fatto il DVD. Oggi i supporti fisici tengono soprattutto tra collezionisti e appassionati di home theater, mentre il 4K Ultra HD Blu-ray conserva una sua nicchia grazie a una qualità video e audio superiore rispetto alle piattaforme online.

Ed è anche per questo che questa vicenda resta così interessante. HD-DVD forse non era il formato più forte, ma poteva essere quello più accessibile. E in uno scenario diverso avrebbe potuto cambiare in tutt’altro modo il futuro dell’intrattenimento domestico.

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Mac Pro: Apple avrebbe cancellato i chip Extreme, niente successore

Apple avrebbe tolto ufficialmente il Mac Pro dal listino nel marzo 2026 e, stando agli ultimi report di settore, avrebbe anche archiviato i chip “Extreme” senza avere già pronto un vero sostituto.

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E questo cambia parecchio le prospettive.

Da anni si parla di un Mac Pro con Apple Silicon capace di spingersi davvero oltre l’attuale modello. Ora, però, quello scenario potrebbe anche non concretizzarsi mai.

Gli ultimi report raccontano che Apple stesse lavorando a configurazioni molto più spinte rispetto al Mac Pro attuale, con chip “Extreme” pensati per andare ben oltre le versioni Ultra. Il progetto, però, non sarebbe mai arrivato fino al mercato.

A fermarlo, sempre secondo queste ricostruzioni, sarebbero stati soprattutto due fattori: costi di sviluppo e produzione altissimi, da una parte, e una domanda troppo piccola per giustificare un Mac Pro ancora più costoso, dall’altra.

Perché Apple avrebbe cancellato il Mac Pro

Il punto, prima di tutto, sarebbe economico. In base a quanto emerso, i chip M2 Extreme e M3 Extreme, mai lanciati, erano stati pensati per offrire circa il doppio delle prestazioni rispetto agli Ultra, mettendo insieme quattro die Max.

Sulla carta, per chi lavora con rendering, simulazioni, produzione video avanzata o pipeline particolarmente complesse, sarebbe stato un salto importante. Nella pratica, però, una macchina del genere avrebbe richiesto investimenti enormi e costi produttivi fuori scala.

Per Apple non sarebbe stato solo un problema tecnico. Gli stessi report sostengono che i clienti davvero disposti a comprare un Mac Pro a un prezzo ancora più alto sarebbero stati troppo pochi per rendere il progetto sostenibile.

I chip Extreme non sono mai diventati prodotti reali

Le indiscrezioni parlano di almeno due progetti poi cancellati: M2 Extreme e M3 Extreme. L’idea era semplice da descrivere, molto meno da trasformare in un prodotto industriale: spingere oltre il concetto di Ultra, che già oggi unisce due die Max, fino ad arrivare a una configurazione basata su quattro die.

Nei report compaiono anche altri progetti legati al Mac Pro che, a quanto pare, sarebbero stati interrotti strada facendo. Tra questi ci sarebbero un modello Intel mai uscito, identificato internamente come J170, e una variante con M3 Ultra, nome in codice J190, che secondo queste stesse ricostruzioni sarebbe stata prevista per l’inizio del 2025.

Il vero nodo del Mac Pro con Apple Silicon

Il Mac Pro del 2023 con M2 Ultra non aveva convinto tutti. Molte recensioni e buona parte delle reazioni arrivate dagli utenti professionali al lancio facevano notare la stessa cosa: il desktop Apple più espandibile offriva prestazioni molto vicine a quelle del Mac Studio, pur costando sensibilmente di più. Per molti professionisti, la differenza vera restava soprattutto la presenza degli slot PCIe.

Ed è qui che il discorso si complica.

Con Apple Silicon, infatti, il valore storico del Mac Pro si sarebbe ridotto parecchio. L’architettura integrata dei chip Apple limita uno dei vantaggi che per anni hanno definito questa macchina: la possibilità di espanderla con GPU di terze parti.

Per molti utenti pro, soprattutto in ambiti come effetti visivi e produzione audio di fascia alta, era una caratteristica centrale. Proprio lì il Mac Pro avrebbe finito per perdere una parte importante della sua identità.

Adesso il Mac Studio sembra il vero riferimento per i professionisti

Con il Mac Pro fuori catalogo, Apple darebbe l’impressione di voler concentrare tutta la sua offerta desktop professionale sul Mac Studio. Per la maggior parte degli utenti pro, già oggi è la macchina che ha più senso se guardi insieme prestazioni, ingombro e prezzo.

I prossimi aggiornamenti potrebbero spingere ancora di più in questa direzione. Le indiscrezioni parlano infatti di modelli Mac Studio con chip M5 Ultra già dall’autunno 2026.

Se questo scenario descritto dai report fosse corretto, il futuro del desktop professionale Apple non passerebbe più dal Mac Pro. Passerebbe da una linea più compatta, meno estrema, e anche molto meno di nicchia.

Per ora, comunque, restano indiscrezioni non confermate. Bisognerà aspettare per capire se Apple lascerà davvero il Mac Pro senza eredi oppure se deciderà, ancora una volta, di tornare sulla sua workstation più ambiziosa.

Starlink V5 debutta negli USA: antenna più piccola, meno consumi ma stessa velocità

Starlink V5: consuma meno, non va più veloce

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Il 14 luglio 2026 Starlink ha presentato negli Stati Uniti la nuova parabola residenziale Starlink V5. È una revisione dell’hardware domestico che, stando alle specifiche pubblicate dall’azienda, cambia soprattutto su due fronti: efficienza energetica e ingombro. Quello che non cambia, almeno sulla carta, è la velocità rispetto alla generazione precedente, la Starlink V4.

Chi si aspettava un salto nelle prestazioni rischia quindi di restarci male. La nuova antenna, almeno per come la descrive Starlink, non promette velocità superiori rispetto al modello precedente.

Il debutto c’è stato il 14 luglio 2026 e, per ora, guardando alla disponibilità mostrata da Starlink, la parabola risulta riservata solo ad alcuni clienti residenziali negli Stati Uniti.

Sembra il classico lancio a piccoli passi, con una distribuzione più ampia che probabilmente arriverà solo quando la produzione avrà preso ritmo.

Starlink V5: consuma meno, non va più veloce

Se si guarda alle prestazioni pure, la Starlink V5 non è un upgrade.

Speedtest by Ookla Scarica

Per il nuovo modello Starlink indica una velocità massima superiore a 375 Mbps, mentre per la Starlink V4 il picco teorico dichiarato supera i 400 Mbps.

Poi, nell’uso di tutti i giorni, le differenze concrete potrebbero anche essere ridotte. Il punto però resta: questa non è una parabola pensata per spingere di più sul download.

Il vero stacco si vede altrove, nei consumi.

Secondo Starlink, la V5 assorbe in media fra 35 e 50 watt. La V4 si colloca invece fra 75 e 100 watt, quindi il taglio è tutt’altro che secondario.

Per un dispositivo che può restare acceso per tutta la giornata, cambia parecchio, sia sulla bolletta sia quando si ragiona sulla possibilità di usarlo in installazioni alimentate con sistemi alternativi.

Più leggera, più compatta, più adatta alle case

Anche il design è stato ritoccato in modo evidente.

Sempre in base alle specifiche diffuse da Starlink, la nuova parabola pesa circa 1,1 kg contro i circa 2,9 kg della V4, e misura 30,6 x 38,4 centimetri.

Tradotto: la Starlink V5 è più semplice da trasportare, da montare e da inserire in contesti domestici dove spazio disponibile, praticità e carico sulla struttura contano davvero.

È un aspetto che la rende interessante soprattutto se usi Starlink in ambienti dove i consumi pesano più del solito: case isolate, seconde abitazioni, impianti alimentati con generatori solari o sistemi di accumulo come i Powerwall di Tesla.

Per questo tipo di utenti, abbassare l’assorbimento può segnare il confine fra un setup sostenibile e uno che finisce per consumare troppo.

Kit incluso e posizione nella gamma Starlink

Nel kit V5, sempre secondo Starlink, sono inclusi la parabola, un supporto da appoggio, il nuovo Router Mini di Starlink in formato ridotto, un adattatore per tubo pensato per le installazioni sul tetto e i cavi necessari.

Resta però un dubbio concreto sul Router Mini di Starlink: al momento i test indipendenti sono ancora pochi, quindi non è chiaro fino in fondo come si comporti in scenari reali.

C’è anche un altro dettaglio da tenere d’occhio sul posizionamento commerciale. In base all’attuale offerta di Starlink, la V5 viene abbinata al piano residenziale più economico da 100 Mbps, mentre le offerte di fascia più alta continuano a usare la parabola V4.

In più, sempre secondo Starlink, non è un modello pensato per l’utilizzo in movimento.

Per ora le incognite non mancano.

A metà luglio 2026 non ci sono ancora indicazioni precise su prezzi e tempi per i mercati internazionali. Mancano anche dati più solidi sulle prestazioni con il maltempo, sull’affidabilità nel lungo periodo e sulle performance reali del nuovo router.

La direzione, però, si capisce già: con la V5 Starlink ha lavorato sull’efficienza, non sulla velocità.

WhatsApp testa i promemoria di compleanno: spuntano nella beta Android

WhatsApp, i compleanni potrebbero arrivare nell’app

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Nel codice di una recente versione beta di WhatsApp per Android è spuntata una funzione che potrebbe ricordare i compleanni dei contatti. Sarebbe un altro passo verso un’esperienza che molti utenti conoscono già su Facebook. Per adesso, però, siamo ancora all’inizio: novità non disponibile per tutti e nessuna data ufficiale per il lancio.

È una funzione richiesta da anni, e ora l’idea di avere i promemoria dei compleanni su WhatsApp sembra un po’ meno lontana.

Va detto subito che il lavoro sembra ancora in una fase molto iniziale. Non c’è un rilascio pubblico, non tutti possono provarla e Meta non ha ancora detto quando, o se, arriverà davvero.

Il fatto che la funzione compaia nel codice della beta Android, però, fa pensare che Meta stia valutando sul serio di portare su WhatsApp un altro elemento del suo universo social.

Da quello che si è visto finora nel codice della beta di WhatsApp per Android, l’app potrebbe aggiungere una sezione chiamata “Birthdays”, oppure un nome equivalente nelle varie lingue, dove consultare i compleanni in arrivo in ordine cronologico.

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L’idea, in sostanza, è semplice: darti un colpo d’occhio immediato sulle prossime ricorrenze, con notifiche direttamente nell’app il giorno esatto del compleanno di un contatto. A quel punto WhatsApp non sarebbe più soltanto il posto dove mandi messaggi, ma anche quello che ti ricorda quando fare gli auguri.

Sulla carta sembra una piccola aggiunta. Nella vita di tutti i giorni, soprattutto se usi già WhatsApp come rubrica di riferimento, potrebbe tornare parecchio comoda.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda da dove arriverebbero i dati. Le date di compleanno potrebbero essere prese dai contatti salvati sullo smartphone, sempre che quell’informazione sia già presente nella rubrica.

C’è poi un’altra possibilità: WhatsApp potrebbe usare dati che alcuni utenti hanno già fornito in passato per verifiche legate all’età o ad obblighi normativi. Al momento, però, non è chiaro quale fonte verrebbe usata per prima. Non si sa nemmeno se sarà possibile correggere, confermare o inserire a mano le informazioni prima che vengano mostrate o usate per i promemoria.

Il richiamo a Facebook è abbastanza evidente, ma su WhatsApp questa funzione sembra pensata in modo più diretto, molto più legato alla messaggistica quotidiana.

Resta poi il punto più delicato di tutti: la privacy. Nella beta di WhatsApp per Android individuata finora non sembrano esserci controlli espliciti per gestire la visibilità del compleanno o la condivisione di queste informazioni con altri contatti.

Ed è qui che nascono i dubbi più comprensibili, perché il rischio di esporre dati personali in modo indesiderato c’è. Prima di un rilascio ufficiale è probabile che Meta aggiunga impostazioni dedicate, così da permettere a ciascuno di decidere chi può vedere la data di nascita: tutti, solo alcuni contatti oppure nessuno.

Sarebbe un compromesso minimo, in cambio di un po’ più di riservatezza. Senza strumenti del genere, è facile immaginare che la funzione verrebbe accolta con parecchia diffidenza.

Secondo Meta, WhatsApp ha più di 3 miliardi di utenti nel mondo. Numeri del genere bastano a trasformare anche un semplice promemoria di compleanno in una funzione di comunicazione di massa.

L’effetto si sentirebbe soprattutto nei mercati in cui WhatsApp domina davvero la messaggistica di tutti i giorni, come India, Brasile e Indonesia. E la novità non arriverebbe da sola. Fa parte di un’espansione più ampia: WhatsApp non è più soltanto un’app per chattare, ma un servizio che continua ad allargarsi tra strumenti per le aziende, aggiornamenti sulla privacy, canali, community e il supporto ai nomi utente, ancora in fase di test.

Dentro questo percorso, i promemoria di compleanno sembrano quasi un’aggiunta naturale. Il loro successo, però, dipenderà soprattutto da tre cose molto concrete: quanto saranno utili, quanto sapranno restare discreti e quanto rispetteranno davvero la privacy degli utenti.

Per ora restano indiscrezioni non confermate, emerse dalla beta di WhatsApp per Android. Tocca aspettare per capire se i compleanni entreranno davvero nell’app.

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Android Halo: Google svela il nuovo indicatore nella barra di stato

Google oggi ha aggiunto qualche dettaglio in più su Android Halo, la funzione in arrivo su Android che, nelle intenzioni dell’azienda, darà agli agenti digitali come Gemini uno spazio dedicato nella barra di stato da cui mostrare avanzamento, richieste di chiarimento e risultati finali.

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Non c’entra con una finestra flottante, né con il solito continuo passaggio da un’app all’altra: per Google, Halo serve a farti vedere in modo chiaro e costante che cosa sta facendo un assistente come Gemini.

In concreto, si presenta come un indicatore persistente ma discreto, pensato per rendere più trasparenti le attività automatizzate sul telefono.

Per Google questo è un pezzo di una strategia più ampia: spostare Android da piattaforma centrata solo sulle app a sistema capace di coordinare attività tra servizi diversi.

Halo, sempre nelle intenzioni di Google, sarà il punto di contatto principale fra te e l’agente digitale quando le operazioni diventano più complesse.

Anziché chiudere tutto dentro una chat o un’app dedicata, Android userà la barra di stato per mostrarti avanzamento, richieste di chiarimento e risultati finali in tempo reale, ha spiegato Google. C’è anche la funzione di aggiornamenti rapidi mostrata dall’azienda, che ti permette di seguire un’attività in più passaggi senza interrompere quello che stai facendo.

L’esempio scelto da Google chiarisce bene l’idea: durante un’operazione articolata, Gemini potrà segnalare che sta cercando informazioni, chiederti conferma su un dettaglio e poi restituire l’esito direttamente da lì.

L’obiettivo, a sentire Google, è offrirti un’esperienza più leggibile e meno invasiva rispetto alle interazioni attuali con gli assistenti.

Non sarà però una funzione riservata solo a Gemini.

Google ha spiegato che Android Halo è pensato anche per agenti di terze parti. È un segnale non da poco, perché lascia intuire che potrebbe diventare una funzione nativa di Android e non restare un’esclusiva dell’ecosistema Google. La scelta segue la direzione presa dalla piattaforma: permettere a diversi assistenti di automatizzare flussi di lavoro fra più app, riducendo una parte dei passaggi manuali che oggi sei ancora costretto a fare.

Sul fronte della sicurezza, il presidente di Android Sameer Samat ha spiegato che Android Halo funzionerà dentro un ambiente containerizzato.

In pratica, ha detto Samat, l’agente opererà insieme a un’app specifica dentro una sorta di finestra virtuale, senza poter accedere liberamente ad altre parti del sistema che non sono coinvolte nell’azione richiesta. È una limitazione accettabile, se in cambio porta un po’ più di privacy, soprattutto se Google vuole convincerti ad affidare a un software attività sempre più delicate.

Per rendere possibile questo modello, Google ha spiegato che sta preparando anche nuovi strumenti per gli sviluppatori.

Fra questi c’è AppFunctions API, che secondo Google permetterà alle app di esporre funzioni specifiche agli agenti digitali. Per le applicazioni che non offriranno un’integrazione diretta, inoltre, Google ha spiegato che sta mettendo a punto anche un framework per l’automazione dell’interfaccia.

Google non ha ancora annunciato una data precisa, ma Halo è atteso entro la fine dell’anno e potrebbe debuttare con Android 17.

Per molti osservatori è una mossa strategica: definire a livello di sistema uno standard visibile per le attività automatizzate potrebbe trasformarsi in un vantaggio competitivo importante. Resta però il nodo della fiducia. Anche con protezioni dedicate e un ambiente isolato, convincerti a delegare compiti sensibili a un agente software richiederà chiarezza, controlli semplici e limiti facili da capire. È su questo equilibrio che Halo si giocherà gran parte del suo successo.

Google Messages testa una chat ufficiale: potrebbe arrivare presto nell’app

Google Messages potrebbe aggiungere presto una chat ufficiale di supporto direttamente dentro l’app. L’indizio arriva dal codice di una recente open beta. Sempre da quelle stringhe emerge anche un altro aspetto interessante: questa funzione non servirebbe solo a ricevere comunicazioni dall’alto, come gli avvisi unidirezionali visti finora, ma a fare domande sulle novità di Google Messages e su come funzionano.

Google Messages testa una chat di supporto dentro l’app

Finora Google Messages ha usato le comunicazioni interne soprattutto per annunci e aggiornamenti. Se questa novità dovesse arrivare davvero, il cambio sarebbe netto: il rapporto con gli utenti diventerebbe molto più diretto, e soprattutto più interattivo.

Nel codice della recente open beta compaiono riferimenti a un invito dedicato. L’utente, a quanto pare, potrebbe decidere se accettarlo oppure rifiutarlo.

Se scegliessi di accettare, si aprirebbe una nuova conversazione RCS con quello che, almeno sulla base delle tracce trovate nella beta, avrebbe tutta l’aria di essere un chatbot ufficiale di Google Messages. Il meccanismo sarebbe piuttosto lineare: spiegare le nuove funzioni, chiarire i dubbi più comuni e accompagnarti nei cambiamenti dell’app, così da non costringerti a cercare ogni volta informazioni altrove.

Per adesso, però, i punti scoperti davvero sono ancora pochi. Non si sa quando partirebbe il rollout, quali Paesi verrebbero coinvolti per primi e nemmeno quali lingue sarebbero supportate. Anche la direzione che Google vuole prendere con un supporto integrato nell’app, guardando un po’ più avanti, resta ancora da capire.

Come dovrebbe funzionare il nuovo supporto

Da quello che si vede nella beta di Google Messages, l’accesso a questa chat non scatterebbe automaticamente per tutti. Google mostrerebbe una schermata di invito e lascerebbe la scelta finale all’utente. Ha senso, anche solo per non ritrovarsi l’elenco delle conversazioni pieno di thread mai richiesti.

Non avrebbe nulla a che fare con Gemini, l’assistente AI di Google. Questo nuovo canale sembrerebbe separato dall’assistente che l’azienda sta già distribuendo ad alcuni utenti beta. Gemini, infatti, entra in gioco per attività diverse: suggerire testi, aiutare nella scrittura dei messaggi, offrire consigli in base al contesto.

Qui il punto sarebbe un altro, molto più preciso: spiegarti come funziona Google Messages.

Un’altra novità per un’app che continua a cambiare

Questo test arriva in un momento in cui Google Messages si sta muovendo parecchio. Negli ultimi mesi l’app ha introdotto, o quantomeno preparato, diverse novità, come mostrano gli aggiornamenti e le beta più recenti. Tra quelle che si sono fatte notare di più c’è Tap to draft, una funzione pensata per Smart Reply e utile per ridurre gli invii accidentali. In più, è comparsa anche la possibilità di inoltrare più messaggi in una sola volta.

Poi c’è tutta la partita legata a RCS, cioè Rich Communication Services, su cui Google continua a spingere senza troppo mistero. A maggio 2026 è iniziato anche, almeno secondo quanto comunicato da Google, il rilascio della crittografia end-to-end per i messaggi RCS tra Android e iPhone con iOS 26.5. È un passaggio importante, perché punta a rendere più sicure le conversazioni tra piattaforme diverse.

Non tutte queste novità, però, sono state accolte allo stesso modo. C’è chi ha apprezzato miglioramenti come Tap to draft, e chi invece ha storto il naso davanti ad بعضune modifiche dell’interfaccia o ha segnalato problemi di affidabilità con RCS.

Ed è proprio qui che una chat di supporto integrata potrebbe tornare utile. Google Messages sta cambiando in fretta. Spiegare bene cosa sta arrivando, e in che modo si usa, potrebbe contare quasi quanto il lancio delle nuove funzioni stesse.

Per ora, in ogni caso, restiamo nel campo delle indiscrezioni: tutto nasce da elementi scovati nel codice di una recente open beta di Google Messages e non ci sono conferme ufficiali. Bisognerà aspettare per capire se questa chat di supporto vedrà davvero la luce, quando partirà il rollout e in quali mercati sarà resa disponibile.