Xbox torna sulle esclusive: dubbi su The Elder Scrolls 6 e Fallout 5

Nelle ultime ore si è fatto largo un rumor piuttosto chiaro: Microsoft starebbe pensando di tornare a puntare soprattutto sui grandi single player per ridare peso all’hardware Xbox. Se questa direzione venisse confermata, l’idea di una nuova stagione di esclusive Xbox smetterebbe presto di sembrare solo una speculazione.

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Dopo un periodo in cui Microsoft ha portato alcune produzioni first party anche su altre piattaforme, la linea potrebbe quindi cambiare ancora, almeno per una parte ben precisa del catalogo. Il punto più delicato, oggi, resta Bethesda.

The Elder Scrolls 6 e Fallout 5 sono i due nomi che più di tutti stanno alimentando la discussione, ma al momento non c’è alcuna decisione pubblica definitiva sul loro futuro. La sensazione, però, è abbastanza netta: Xbox sembra voler affrontare questi casi uno alla volta, pesando valore commerciale, tempi di sviluppo e impatto che ogni gioco può avere sulla piattaforma.

Xbox torna a spingere sulle esclusive console

I segnali, intanto, non mancano. Gli annunci recenti di Gears of War: E-Day e Clockwork Revolution fanno pensare che questa rinnovata attenzione verso le esclusive non sia un caso isolato. Il ragionamento di base è piuttosto diretto: se vuoi spingere qualcuno a comprare una console, devi mettergli davanti esperienze che altrove, al day one, non trova.

È un cambio di tono non da poco rispetto al messaggio più aperto e “platform-agnostic” che Xbox ha portato avanti negli ultimi anni. Quella linea non sparirebbe del tutto, ma oggi sembra molto meno estesa e molto più selettiva. I titoli premium, soprattutto quelli con una forte anima narrativa, potrebbero restare ancorati all’ecosistema Xbox. Altri progetti, invece, continuerebbero a uscire su più piattaforme.

The Elder Scrolls 6 e Fallout 5 restano il vero banco di prova

Se c’è una scelta che può definire davvero questa strategia, è quella che riguarda i grandi RPG di Bethesda. The Elder Scrolls 6, in particolare, ha un peso simbolico enorme. Parliamo di una delle serie più popolari dell’intera industria, con un pubblico consolidato che va ben oltre i confini dell’utenza Xbox.

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Anche Fallout 5 rientra nello stesso discorso, pur essendo con ogni probabilità più lontano nel tempo. Rendere questi giochi esclusive console Xbox darebbe al brand una spinta evidente, ma vorrebbe dire anche rinunciare subito a una fetta di vendite sulle piattaforme rivali. Ed è qui che la questione si complica. Per questo il tema resta così sensibile e, almeno per ora, immerso nell’incertezza.

Il calo dell’hardware spinge Microsoft a rivedere la rotta

Dietro questa possibile inversione di marcia ci sono soprattutto i numeri. Stando ai risultati finanziari di Microsoft, i ricavi hardware di Xbox sono scesi del 33% su base annua nel terzo trimestre dell’anno fiscale 2026 e del 32% nel secondo trimestre. È un calo pesante, che racconta di console ancora in difficoltà sul piano delle vendite e rende più urgente trovare motivi concreti per scegliere una Xbox.

E il quadro generale del business gaming di Microsoft non alleggerisce la situazione. Sempre secondo i dati finanziari diffusi dall’azienda, nel terzo trimestre dell’anno fiscale 2026 i ricavi complessivi del segmento gaming sono scesi del 7%, mentre contenuti e servizi Xbox hanno fatto segnare un -5%.

Poi ci sono altri due elementi che aumentano la pressione sulla redditività: margini operativi intorno a 3% e circa 3.200 posti di lavoro tagliati nella divisione Xbox, almeno secondo le indiscrezioni circolate online.

Strategia mista: multiplayer ovunque, single player più protetti

Questo non vuol dire che Xbox abbandonerà il modello multipiattaforma. Anzi, è molto probabile che i giochi live service e i grandi titoli multiplayer continuino ad arrivare anche altrove, dove possono allargare al massimo la base utenti e gli incassi.

Il punto è che questa strategia ibrida ha finito per creare parecchia confusione, sia tra i giocatori sia tra gli analisti. Capire quali giochi resteranno esclusivi e quali invece no oggi è molto meno immediato rispetto a qualche anno fa.

E poi c’è un’altra variabile, meno discussa ma tutt’altro che secondaria: l’effetto nei mercati internazionali come Giappone e Corea del Sud, dove Xbox continua storicamente a faticare. Se davvero The Elder Scrolls 6 o Fallout 5 dovessero diventare esclusive console, il loro impatto andrebbe misurato su scala globale, non solo tra Stati Uniti ed Europa.

Per ora restano rumor, senza conferme ufficiali da parte di Microsoft o Bethesda. Tocca aspettare. Solo allora si capirà se The Elder Scrolls 6 e Fallout 5 diventeranno davvero esclusive console Xbox e che cosa cambierà, in concreto, per chi sta pensando di comprare una console Microsoft.

Apple è di nuovo l’azienda di maggior valore al mondo: supera Nvidia

Apple si è ripresa la vetta di Wall Street alla chiusura di venerdì. Guardando ai prezzi finali, il gruppo di Cupertino è tornato a essere la società quotata con il valore di mercato più alto al mondo, davanti a Nvidia per la prima volta da aprile 2025. La seduta si è chiusa con una capitalizzazione di circa 4.900 miliardi per Apple, contro i circa 4.800 miliardi di Nvidia. Si chiude così un primato che durava da quasi un anno.

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Non è stato un distacco ampio. Però è bastato a rimescolare la classifica.

Apple torna prima per valore di Borsa: quanto ha pesato il ribaltone

Il ritorno in testa nasce dall’incrocio di due movimenti opposti. Da una parte c’è Apple, che ha continuato a recuperare terreno in Borsa e da inizio anno ha messo insieme un rialzo intorno al 23%.

Dall’altra c’è Nvidia, che nella giornata ha arretrato, lasciando sul terreno circa il 3,5%, dentro un clima negativo che ha colpito tutto il settore dei semiconduttori.

Il ritorno di Apple al primo posto ha un valore soprattutto simbolico. Ma non solo.

Nvidia resta uno dei nomi più solidi e potenti del mercato e nel 2025 era stata la prima azienda a spingersi oltre i 4.000 miliardi e poi oltre i 5.000 miliardi di capitalizzazione. Nell’immediato, però, la pressione scesa sui titoli dei produttori di chip ha riaperto lo spazio per il ritorno di Apple in vetta.

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Nvidia paga la debolezza del settore chip

Sul titolo Nvidia ha pesato prima di tutto il cambio di tono sull’intero comparto.

Il Philadelphia Semiconductor Index ha lasciato quasi il 19% dai massimi più recenti, un segnale di raffreddamento che va ben oltre il caso della sola Nvidia.

Tra gli elementi richiamati dagli osservatori ci sono i dubbi sulla tenuta della spesa nei grandi progetti infrastrutturali digitali, stime più caute da parte di alcune aziende del settore, la debolezza del mercato delle memorie e un quadro macroeconomico e geopolitico che continua a restare incerto.

In un contesto così, anche un titolo abituato a correre come Nvidia può finire nel mirino di prese di profitto pesanti.

Perché Apple sta convincendo di nuovo gli investitori

Per Apple, il recupero poggia su fattori più concreti del semplice effetto mercato.

Secondo alcune rilevazioni, l’iPhone 17 è stato lo smartphone più venduto al mondo nel primo trimestre del 2026. E sempre in base a stime di settore, Apple avrebbe messo a segno il miglior secondo trimestre di sempre per spedizioni di iPhone.

Poi c’è un altro aspetto, meno immediato ma centrale per chi guarda il titolo: la strategia software di Cupertino viene letta oggi con più favore.

Gli investitori stanno seguendo con crescente attenzione il modo in cui Apple sta impostando le nuove funzioni intelligenti, costruite attorno a privacy, elaborazione sul dispositivo e integrazione dentro un ecosistema che, stando ai dati comunicati dall’azienda, supera i 2,5 miliardi di dispositivi attivi.

Le somiglianze con le strategie AI degli altri big tech si vedono. Apple però sembra spingersi un po’ oltre sul controllo dei dati. Un piccolo prezzo da pagare per avere un po’ più di privacy, almeno nella lettura più ottimista che oggi circola sul mercato.

Un altro segnale accolto bene è arrivato dalla Cina: le autorità hanno dato il via libera all’introduzione di queste funzioni anche lì, e si parla di un mercato che resta decisivo per la crescita futura.

Per alcuni analisti il mercato sta premiando di più le aziende che riescono a trasformare le novità tecnologiche in ricavi tramite servizi, hardware e aggiornamenti dell’ecosistema, rispetto a quelle più esposte ai grandi investimenti infrastrutturali.

Dentro questa rotazione, Apple sembra avere un vantaggio anche perché presenta una struttura meno pesante sul fronte degli investimenti.

Il sorpasso su Nvidia, in ogni caso, non ridimensiona la forza del gruppo guidato da Jensen Huang.

Segnala però che, almeno per il momento, Wall Street sta tornando a puntare sulla combinazione di hardware, servizi e base utenti che da anni resta il vero vantaggio competitivo di Apple.

Cina: NEO, il primo chip cerebrale commerciale, è già prescrivibile

NEO, dalla Cina il primo intervento con una interfaccia cervello-computer commerciale

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Neuracle Medical Technology ha impiantato all’ospedale Huashan di Shanghai NEO, un’interfaccia cervello-computer già autorizzata per l’uso commerciale in Cina, in un paziente che aveva perso la funzionalità della mano dopo una lesione del midollo spinale provocata da un incidente d’auto di circa 10 anni fa. La notizia sta soprattutto qui: NEO non è più soltanto un prototipo o un dispositivo confinato ai trial clinici. In Cina è già prescrivibile.

Finora le interfacce cervello-computer sono rimaste, nella maggior parte dei casi, dentro il perimetro delle sperimentazioni cliniche e dei prototipi.

Ed è questo che rende il caso interessante.

La parte più significativa della notizia non riguarda solo la tecnologia in sé.

Il dispositivo impiantato è già un prodotto che può essere prescritto in Cina, non qualcosa di ancora puramente sperimentale. Il segnale che arriva da Shanghai è proprio questo.

Il primo BCI commerciale passa dalla Cina

L’approvazione di NEO è arrivata a marzo 2026 dalla National Medical Products Administration, la NMPA cinese.

Nel giro di circa quattro mesi il sistema è passato dal via libera regolatorio alla produzione, poi all’ingresso in ospedale, alla selezione dei pazienti e perfino all’inclusione in programmi locali di assicurazione sanitaria commerciale.

Per un settore che in altri Paesi avanza ancora soprattutto tra studi clinici e prototipi, una velocità del genere si nota subito.

NEO, infatti, non viene raccontato come un esperimento da laboratorio. Viene presentato come un dispositivo destinato a entrare nella pratica clinica ordinaria.

Come funziona NEO e perché è diverso da Neuralink

NEO è un impianto grande più o meno quanto una moneta e utilizza 8 elettrodi posizionati sulla dura madre, la membrana protettiva che riveste il cervello.

Se ti stai chiedendo perché il punto in cui si trovano gli elettrodi faccia tanta differenza, la risposta è abbastanza diretta: invece di penetrare nel tessuto cerebrale come accade con i sistemi intracorticali, questo dispositivo sceglie un approccio epidurale, quindi meno invasivo.

Il vantaggio principale riguarda la sicurezza.

Ridurre la penetrazione nel cervello può abbassare rischi come emorragie e degrado del segnale nel lungo periodo. Di contro, i segnali raccolti sono meno dettagliati di quelli ottenuti con elettrodi inseriti direttamente nella corteccia.

Il paragone con Neuralink, l’azienda di Elon Musk, viene quasi automatico, e qualche somiglianza c’è. Però NEO sembra già più avanti sul piano regolatorio e su quello commerciale.

L’impianto di Neuralink punta su segnali ad alta risoluzione e quindi, almeno sulla carta, su controlli più complessi. NEO prende un’altra strada: meno invasiva e, soprattutto, già arrivata all’uso clinico in Cina. Neuralink invece è ancora nella fase di sperimentazione clinica e non ha una piena approvazione commerciale da parte della FDA.

A cosa serve oggi: recuperare il movimento della mano

L’obiettivo clinico, almeno per ora, è molto concreto: leggere l’intenzione di movimento del paziente e trasformarla in comandi per dispositivi assistivi esterni, come guanti robotici o pneumatici che aiutano ad aprire e chiudere la mano, afferrare oggetti e sostenere i gesti di tutti i giorni.

C’è poi la funzione di decodifica dell’intenzione di movimento, che consente di convertire l’attività cerebrale in segnali utili per questi sistemi di assistenza esterna.

Secondo i resoconti diffusi dopo l’intervento, l’impianto ha registrato segnali cerebrali stabili e il paziente è in recupero, con parametri vitali regolari.

Non è, ovviamente, una soluzione immediata. È un primo passo. Il beneficio reale passerà anche da un percorso di riabilitazione.

Il vero vantaggio competitivo: regolazione, ospedali e mercato

Chi osserva questo debutto ci legge dentro qualcosa di più ampio: un segnale della strategia cinese sulle neurotecnologie.

Le interfacce cervello-computer sono state inserite tra i settori prioritari, con obiettivi nazionali di avanzamento fissati entro il 2027.

Poi c’è il mercato interno, che pesa parecchio.

In Cina si stima che circa 3,7 milioni di persone vivano con lesioni del midollo spinale. Per dispositivi pensati per recuperare funzioni della mano o del movimento, il numero potenziale di pazienti non è affatto marginale.

Restano comunque molte domande aperte.

Servono dati più ampi sull’efficacia nel lungo periodo, sulla durata dell’impianto, sui possibili effetti collaterali, sui costi e sulla copertura assicurativa effettiva. Secondo un preprint, in un paziente sarebbero emersi risultati positivi a 9 mesi, ma il settore è ancora all’inizio e le prove su larga scala restano limitate.

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Joy-Con Nintendo: arriva la procedura ufficiale per cambiare la batteria, ma solo su alcuni modelli europei

Joy-Con Nintendo: arriva la procedura ufficiale per cambiare la batteria, ma solo su alcuni modelli europei

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Nintendo ha messo online una procedura ufficiale, 13 passaggi in tutto, per sostituire la batteria dei Joy-Con. Insieme alla guida c’è anche un Battery Replacement Kit dedicato, con batteria nuova, cacciavite, pinzette in plastica, spudger e nastro adesivo. C’è però un dettaglio che cambia parecchio il quadro: solo alcune versioni aggiornate dei Joy-Con originali vendute in Europa, almeno stando alla documentazione diffusa da Nintendo.

Il limite, insomma, è molto netto. Non si parla di tutti i Joy-Con in circolazione, ma soltanto di alcune revisioni aggiornate del modello originale arrivate sul mercato europeo.

Quindi no, non è la soluzione universale che molti speravano per i controller Nintendo Switch già sparsi per casa. La notizia è meno dirompente di quanto possa sembrare a una prima lettura.

Come funziona la sostituzione della batteria dei Joy-Con

Nintendo chiede di usare un Battery Replacement Kit ufficiale e ha fissato una procedura dettagliata che, almeno sulla carta, permette di cambiare la batteria in autonomia.

I 13 passaggi, però, non sono proprio una formalità: bisogna aprire il controller, rimuovere componenti interni e poi richiudere tutto applicando anche un nuovo adesivo.

Non è la classica batteria estraibile da telecomando. Qui si parla di una riparazione vera e propria, anche se guidata.

Non a caso, alcuni osservatori la descrivono come qualcosa di più vicino a un piccolo smontaggio che a una banale sostituzione della batteria. C’è poi un altro dettaglio interessante: il passaggio alle viti Phillips standard, che sui nuovi modelli rende possibile l’apertura con strumenti molto più comuni rispetto alle vecchie tri-wing.

Perché Nintendo lo sta facendo: le nuove regole UE

Dietro questa scelta ci sono le nuove norme europee sulle batterie, che entro il 2027 imporranno prodotti di consumo con batterie sostituibili direttamente dagli utenti, secondo il nuovo quadro regolatorio UE.

È uno degli effetti più visibili del diritto alla riparazione in Europa, e si vede già nel modo in cui viene pensato l’hardware.

Nel caso di Nintendo, la questione non si ferma ai singoli controller.

Secondo i piani dell’azienda, Nintendo prevede infatti di interrompere in Europa la vendita di Nintendo Switch originale, Nintendo Switch Lite e Nintendo Switch OLED entro febbraio 2027, perché adeguare queste piattaforme alle nuove regole verrebbe considerato troppo costoso. L’hardware più recente, come Nintendo Switch 2, viene invece progettato tenendo già conto di questi requisiti.

Quali Joy-Con sono compatibili e quali no

La procedura vale soltanto per le revisioni europee HAC-015-01 e HAC-016-01 dei Joy-Con originali.

Restano fuori i controller più vecchi che i giocatori hanno già in casa, così come le unità vendute fuori dall’Europa.

Tradotto: la grande maggioranza degli utenti Nintendo Switch, almeno per il momento, non potrà limitarsi ad aprire la nuova guida Nintendo e usarla per sistemare i Joy-Con che possiede già.

Il peso dei problemi storici dei Joy-Con

Il tema è delicato anche per un altro motivo: i Joy-Con si trascinano dietro da anni la reputazione legata al cosiddetto Joy-Con drift, il difetto che provoca movimenti fantasma degli stick analogici.

La vicenda ha portato con sé proteste dei consumatori, cause legali e perfino una maxi sanzione in Francia: a giugno 2026 Nintendo è stata multata per 35 milioni di euro per pratiche giudicate ingannevoli nei confronti dei consumatori.

Nintendo, peraltro, in diversi mercati ha già riparato gratuitamente i Joy-Con colpiti dal drift anche fuori garanzia, compresi il Nord America e, più di recente, l’Europa.

Resta comunque un punto ancora poco chiaro, sia per te sia per il resto del pubblico: Nintendo non ha ancora comunicato il prezzo del kit ufficiale, e non si sa nemmeno se queste versioni più facili da riparare arriveranno anche fuori dal mercato europeo.

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TikTok finisce sotto indagine nel Regno Unito: Ofcom mette nel mirino i controlli dell’età

TikTok: Ofcom indaga sulle verifiche dell’età e sulla tutela dei minori

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Ofcom, l’autorità britannica per le comunicazioni, ha aperto oggi un’indagine formale su TikTok nel Regno Unito. Vuole capire se i sistemi con cui la piattaforma controlla l’età degli utenti proteggano davvero i minori dai contenuti dannosi, come prevede l’Online Safety Act.

Per capire perché questa inchiesta sia così delicata, basta fermarsi su un punto: secondo Ofcom, i sistemi che TikTok usa per verificare l’età potrebbero non essere abbastanza efficaci da riconoscere correttamente un numero rilevante di bambini e adolescenti.

Il timore del regolatore è semplice. Se la verifica dell’età non regge, i minori possono continuare a trovarsi davanti video e raccomandazioni collegati ad autolesionismo, suicidio e disturbi alimentari.

Qui si entra in una delle parti più sensibili dell’Online Safety Act, la legge con cui Londra sta cercando di imporre alle grandi piattaforme regole più rigide sulla sicurezza online.

Sotto osservazione c’è soprattutto il sistema di age inference di TikTok, cioè la stima dell’età basata sul comportamento dell’utente. In pratica, TikTok cerca di capire quanti anni abbia una persona da come si muove dentro il servizio. Per Ofcom, però, questo metodo potrebbe non essere abbastanza affidabile quando si tratta di distinguere davvero tra adulti e minori, soprattutto nei casi più delicati.

I vertici di Ofcom hanno descritto più volte le verifiche dell’età come uno snodo centrale delle nuove regole britanniche sulla sicurezza online.

E dentro Ofcom lo scetticismo non manca. Alti funzionari hanno già messo nero su bianco forti dubbi sul fatto che l’age inference, da sola, possa essere considerata una misura solida.

Queste preoccupazioni, poi, non arrivano dal nulla. Negli ultimi mesi Molly Rose Foundation, Amnesty International e People vs. Big Tech hanno pubblicato rapporti che vanno tutti nella stessa direzione.

Secondo i report di Molly Rose Foundation, Amnesty International e People vs. Big Tech, i sistemi di raccomandazione di TikTok possono ancora spingere account di teenager, o perfino di bambini, verso contenuti su suicidio, autolesionismo e disturbi alimentari. E, sostengono gli stessi report, il problema può presentarsi anche quando sono attive impostazioni di sicurezza come la Restricted Mode di TikTok.

La questione pesa ancora di più se si guarda a quanto l’app sia diffusa tra i più giovani nel Regno Unito. TikTok è la terza piattaforma più popolare tra i bambini britannici dagli 8 ai 14 anni.

Nella stessa fascia d’età, i minori passano in media 8 ore e 45 minuti a settimana sui siti di condivisione video.

Numeri così aiutano a capire perché il tema sia diventato una priorità politica, oltre che regolatoria.

Se Ofcom dovesse concludere che TikTok ha violato l’Online Safety Act, la società potrebbe andare incontro a sanzioni fino a 18 milioni di sterline oppure al 10% del fatturato globale, a seconda di quale delle due cifre sia più alta.

L’indagine britannica, inoltre, si inserisce in un quadro più ampio. Nel Regno Unito si discute della possibilità di vietare i social agli under 16 già dall’inizio del prossimo anno, mentre anche l’Unione europea ha aperto una propria indagine formale su TikTok nell’ambito del Digital Services Act.

Anche nell’indagine europea il punto è lo stesso: tutela dei minori e meccanismi di design ritenuti potenzialmente capaci di creare dipendenza.

Per TikTok, quindi, non è soltanto un altro passaggio burocratico. È una prova vera, perché dovrà dimostrare che i suoi strumenti di sicurezza funzionano davvero.

E alla fine il nodo è anche etico: si può accettare che una piattaforma così presente nella vita dei più giovani continui a raccomandare contenuti potenzialmente devastanti, se non riesce a distinguere con sufficiente affidabilità tra adulti e minori?

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Hyundai verso il pieno controllo di Boston Dynamics: accelera sui robot umanoidi

Hyundai: pieno controllo di Boston Dynamics

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Hyundai Motor Group si avvia a prendere il controllo completo di Boston Dynamics, la società americana di robotica diventata celebre per macchine come Spot e Atlas. Per farlo acquisirà anche la quota residua ancora in mano a SoftBank, chiudendo così un’operazione partita nel 2021, quando aveva già acquistato la maggioranza dell’azienda.

È un passaggio che dà ancora più peso alla robotica dentro i piani del gruppo.

Hyundai vuole allargare il proprio profilo: non più soltanto un costruttore di automobili, ma un attore capace di muoversi anche sul terreno della mobilità e dell’automazione su larga scala.

Hyundai prende il controllo totale di Boston Dynamics

Hyundai Motor Group aveva già acquistato una partecipazione di controllo pari all’80% di Boston Dynamics nel giugno 2021, con un accordo che all’epoca valutava la società circa 1,1 miliardi di dollari.

Adesso il gruppo rileverà anche la quota restante detenuta da SoftBank, arrivando alla piena proprietà di Boston Dynamics.

Secondo quanto riportato dalla stampa finanziaria, l’uscita di SoftBank sarebbe avvenuta attraverso una put option prevista dagli accordi firmati nel 2020.

I termini ufficiali dell’operazione non sono stati resi noti. In base alle stime circolate sulla stampa finanziaria, però, il valore della partecipazione residua sarebbe compreso tra 325 e 335 milioni di dollari.

Per Hyundai Motor Group il vantaggio è piuttosto evidente: con un solo azionista di riferimento, Boston Dynamics avrebbe più margine per decidere in fretta e meno vincoli legati alla presenza di soci di minoranza.

Diversi analisti leggono la mossa in questo modo: tempi più rapidi per portare i prodotti sul mercato, maggiore libertà negli investimenti di lungo periodo e un’integrazione più stretta con la catena produttiva del gruppo.

Perché Boston Dynamics è così importante per Hyundai

L’interesse di Hyundai Motor Group non si ferma al nome Boston Dynamics o al valore del marchio. Il punto, soprattutto, è il potenziale industriale dell’azienda.

Per il gruppo, la robotica è uno dei pilastri delle attività future, accanto all’auto elettrica e alle tecnologie legate alla mobilità avanzata.

Dentro questa strategia Atlas, il robot umanoide di Boston Dynamics, ha un ruolo centrale.

Di recente Hyundai Motor Group ha messo in primo piano la nuova versione completamente elettrica del robot, pensata per un impiego produttivo, e l’ha presentata come un tassello chiave per unire il know-how robotico di Boston Dynamics con le proprie competenze manifatturiere.

Atlas in fabbrica dal 2028, con obiettivi ambiziosi

I piani, a questo punto, sono già molto concreti.

Hyundai Motor Group prevede di cominciare a utilizzare Atlas nel suo stabilimento per veicoli elettrici in Georgia a partire dal 2028, inizialmente per attività come la sequenziazione dei componenti.

Poi, in una fase successiva e con orizzonte 2030, Atlas potrebbe trovare spazio anche in compiti di assemblaggio più complessi.

L’obiettivo industriale dichiarato è ampio: arrivare a una capacità produttiva annua fino a 30.000 robot umanoidi.

Le sfide restano aperte

L’entusiasmo c’è, ma il percorso resta tutt’altro che semplice.

Investitori ed esperti continuano a porsi le stesse domande: quanto saranno affidabili questi robot nei contesti produttivi reali, quanto saranno sicuri e, soprattutto, quanto saranno convenienti dal punto di vista economico.

Poi c’è tutto il tema della riprogettazione dei flussi di lavoro nelle fabbriche. E in Corea del Sud, intanto, non mancano le preoccupazioni per il possibile impatto sull’occupazione.

Per Hyundai Motor Group, però, avere in mano il 100% di Boston Dynamics vuol dire soprattutto una cosa: poter accelerare senza dover mediare. Dalla ricerca alla produzione, fino a un eventuale futuro sbarco in Borsa della controllata, se e quando il mercato sarà davvero pronto.

TSMC annuncia altri 100 miliardi negli USA: l’Arizona diventa un hub strategico

Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) ha annunciato oggi un nuovo investimento da 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti. A sentire l’azienda, l’impegno complessivo del gruppo nel Paese salirà così a circa 265 miliardi di dollari. È una decisione che rafforza in modo molto evidente la presenza produttiva americana di TSMC, proprio mentre la corsa globale ai semiconduttori ha smesso da tempo di essere solo industriale ed è diventata anche una questione politica.

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Con questa nuova iniezione di capitali, il polo dell’Arizona arriverà, sempre secondo quanto comunicato da TSMC, a 12 impianti tra fab avanzate e strutture dedicate al packaging. In altre parole, si sta trasformando in uno dei progetti industriali più ambiziosi di tutto il settore.

TSMC investe negli Stati Uniti: l’Arizona diventa un hub strategico

Il baricentro dell’espansione resta l’Arizona. Qui TSMC ha già avviato, stando a quanto riferito dalla società, la produzione su larga scala di chip a 4 nanometri alla fine del 2024.

I siti che arriveranno dopo dovrebbero invece spingersi oltre. Nei piani di TSMC ci sono tecnologie ancora più avanzate, con produzioni a 3 nanometri e 2 nanometri.

Per gli Stati Uniti è un passaggio cruciale. L’idea è riportare sul territorio una quota più ampia della produzione dei semiconduttori più sofisticati, tagliando la dipendenza da catene di fornitura estere e soprattutto da Taiwan, che continua a essere il centro nevralgico della manifattura mondiale di chip.

Washington sta accompagnando questa strategia anche con soldi pubblici. Il piano americano di TSMC rientra infatti nei termini annunciati dall’amministrazione statunitense nell’ambito del CHIPS and Science Act, con un supporto che può arrivare fino a 6,6 miliardi di dollari in finanziamenti diretti e fino a 5 miliardi in prestiti.

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Perché la mossa arriva proprio adesso

L’annuncio, ovviamente, non cade dal cielo. Sullo sfondo ci sono la crescita della produzione cinese di semiconduttori e la spinta di Pechino verso una maggiore autosufficienza tecnologica. L’obiettivo dichiarato dalla Cina è arrivare all’80% di autosufficienza nel settore entro il 2030, anche se nel 2024 il livello stimato restava ancora attorno al 33%, secondo le valutazioni di settore.

Se si allarga lo sguardo, il quadro è abbastanza chiaro: gli Stati Uniti stanno cercando di costruire una filiera più resistente dentro i propri confini, e la Cina sta provando a fare la stessa cosa sul proprio territorio.

Il risultato è una competizione sempre più dura per la capacità produttiva, per le tecnologie avanzate e per il controllo delle forniture.

Per TSMC, aumentare la presenza negli Stati Uniti vuol dire anche stare più vicino ai grandi clienti americani e distribuire meglio il rischio geopolitico. Non è un aspetto marginale, soprattutto in un settore in cui ritardi e colli di bottiglia possono propagarsi a catena su mercati interi, dall’elettronica di consumo fino ai PC.

Un progetto enorme per economia e occupazione

TSMC descrive il complesso dell’Arizona come il più grande investimento diretto estero mai realizzato negli Stati Uniti in un progetto greenfield.

Accanto al peso strategico c’è poi quello economico. Secondo le stime legate al progetto, il piano dovrebbe creare migliaia di posti di lavoro, tra la costruzione degli impianti e la manifattura ad alta specializzazione.

A spingere questa accelerazione c’è anche la forza dei conti del gruppo. Nel secondo trimestre 2026 TSMC ha registrato un utile in crescita del 77% su base annua, in base ai risultati trimestrali diffusi dalla società, trainato dalla forte domanda di chip per i data center e per le infrastrutture digitali.

Oggi la capitalizzazione di mercato dell’azienda è ormai vicina al doppio di quella di Samsung Electronics, guardando ai valori attuali di Borsa.

Poi c’è il punto più delicato, quello che riguarda Taiwan. Se da una parte l’espansione americana riduce l’esposizione ai rischi geopolitici, dall’altra sull’isola non manca chi teme un indebolimento del cosiddetto “silicon shield”, cioè del ruolo strategico che la leadership nei chip ha garantito a Taipei negli equilibri globali.

OnePlus potrebbe lasciare USA ed Europa già questa settimana

OnePlus, possibile addio a USA ed Europa.

Nelle ultime ore online hanno iniziato a circolare indiscrezioni e ricostruzioni che parlano di un’uscita di OnePlus da Stati Uniti ed Europa già nel corso di questa settimana, dentro una riorganizzazione più ampia avviata da Oppo. Sempre stando a queste voci, il marchio resterebbe operativo in Cina e India ancora per un po’, ma il quadro che si sta delineando è quello di un ridimensionamento graduale, con la possibilità di una chiusura più ampia entro il 2027.

Se tutto questo venisse confermato, sarebbe un passaggio pesante per uno dei nomi Android più riconoscibili degli ultimi dieci anni, nato come alternativa “flagship killer” e poi cresciuto fino a costruirsi una nicchia fedele anche in Occidente.

OnePlus lascia USA ed Europa: cosa sta succedendo

Per come viene raccontata la situazione nelle ricostruzioni circolate in queste ore, la scelta rientrerebbe nella ristrutturazione della divisione smartphone di Oppo.

E OnePlus non sarebbe l’unico marchio toccato dal piano. Anche Realme, infatti, sarebbe coinvolta, con un’uscita prevista dal mercato cinese, almeno secondo quanto riportano le indiscrezioni comparse online.

C’è poi un altro elemento che torna spesso in queste ricostruzioni: OnePlus, Oppo e Realme verrebbero gestite sempre di più sotto un’unica struttura operativa, meno come brand davvero autonomi e più come semplici linee di prodotto.

Sul fondo ci sarebbero pressioni economiche sempre più difficili da assorbire: risultati deboli di OnePlus negli Stati Uniti, in Europa e in India, costi sempre più alti per mantenere una presenza internazionale, dazi, tensioni geopolitiche che ruotano attorno ai produttori cinesi e, più in generale, margini in calo nel business smartphone di Oppo. È questo, almeno, il quadro che emerge dalle ricostruzioni circolate nelle ultime ore.

Perché OnePlus non è mai decollata davvero in Occidente

Negli Stati Uniti OnePlus non è mai riuscita a mettere davvero pressione ad Apple e Samsung.

Anzi, è rimasta dietro anche a marchi più piccoli come Motorola e Google Pixel.

In Europa, intanto, qualche segnale di contrazione si vedeva già: meno disponibilità dei prodotti in alcuni Paesi e una presenza commerciale meno aggressiva rispetto a qualche anno fa.

Questo indebolimento ha reso molto più complicato difendere la strategia che aveva reso famosa OnePlus, cioè offrire specifiche tecniche alte a prezzi contenuti.

Oggi quel modello costa molto di più da tenere in piedi.

La crisi delle memorie ha colpito il modello OnePlus

Uno dei fattori più pesanti, a quanto pare, sarebbe stato il forte aumento del costo delle memorie LPDDR, salite di circa il 250% nell’ultimo anno secondo le stime richiamate dalle indiscrezioni.

I grandi fornitori, da Samsung a SK Hynix fino a Micron, avrebbero spostato una parte maggiore della capacità produttiva verso chip più redditizi destinati ai data center, riducendo di fatto l’offerta per il mercato smartphone. Anche questo dettaglio compare con insistenza nelle ricostruzioni circolate online.

Per un marchio come OnePlus, che ha costruito gran parte della propria immagine sul rapporto qualità-prezzo, sarebbe stato un colpo particolarmente duro.

E la linea OnePlus Nord, pensata per la fascia media ed economica, sarebbe tra quelle che stanno pagando di più questo scenario, sempre stando alle indiscrezioni.

Non c’entra Apple: in Europa il nodo era Nokia

Qui però serve una precisazione.

Il riferimento a una presunta causa intentata da Apple per violazione di segreti commerciali, almeno nelle ricostruzioni più ampie, non trova conferme solide.

Il principale fronte legale europeo per Oppo e OnePlus è stato invece quello con Nokia, legato ai brevetti 4G e 5G.

Ed è stata proprio quella disputa con Nokia a portare anche al blocco delle vendite in Germania.

Cosa cambia per clienti e mercato

Il contesto di mercato, nel frattempo, non aiuta.

Nel secondo trimestre le spedizioni di smartphone in Cina sarebbero scese del 4,3% su base annua, almeno secondo i dati citati nelle indiscrezioni riportate online. Un calo che si inserisce in un rallentamento che va avanti da più trimestri.

Dentro questo scenario Oppo punterebbe di più sull’Europa centrale, mentre Realme guarderebbe soprattutto ai Paesi nordici, cioè alle aree dove i risultati sono stati relativamente migliori, sempre secondo le stesse ricostruzioni.

Per chi possiede già uno smartphone OnePlus, il punto più delicato riguarda aggiornamenti software e assistenza post-vendita.

L’azienda, comunque, ha indicato che il supporto per i dispositivi già venduti dovrebbe continuare per l’intero ciclo di vita previsto.

Resta il fatto che, se l’uscita da USA ed Europa verrà confermata, per OnePlus sarebbe la fine di un’epoca.

Per ora, comunque, restiamo nel campo delle indiscrezioni non confermate.

Bisogna aspettare per capire se OnePlus lascerà davvero Stati Uniti ed Europa e se questo ridimensionamento finirà poi per trasformarsi in una chiusura più ampia entro il 2027.