GitHub lancia i Repo CDs: 1.000 repository pubblici su CD-ROM

GitHub: Repo CDs in edizione limitata per mettere in salvo i repository pubblici

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GitHub ha tirato fuori i Repo CDs, una promozione a tiratura limitata che, dal 2 al 6 luglio 2026, permetterà ai primi 1.000 richiedenti idonei di ricevere un CD-ROM con dentro una copia di un repository pubblico ospitato su GitHub.

“Mi è semblato di vedele un CD-ROM.”

GitHub la presenta con uno slogan volutamente nostalgico: “Tienilo. Prestalo agli amici. Passalo ai tuoi figli”. Il senso arriva subito, e chiama in causa tutto quello che il digitale, piano piano, tende a far sparire: la possibilità di archiviare qualcosa offline, di passarla a qualcun altro senza dipendere da server o licenze, e di conservarla come oggetto vero, fisico.

Se rientri nei requisiti e fai in tempo a registrarti, ti arriverà quindi un disco con il tuo repository pubblico su GitHub.

Non stiamo parlando, ovviamente, di un vero sistema di backup: Repo CDs è prima di tutto una trovata simbolica, e anche di marketing. Però tocca un nervo scoperto, dentro la community tech e non solo: quanto sia fragile, nel lungo periodo, l’idea stessa di accesso digitale.

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Mentre l’industria dell’intrattenimento spinge sempre più forte verso un futuro solo digitale, GitHub prova a rimettere in circolo il vecchio disco ottico e a usarlo come piccolo manifesto in difesa della conservazione e del possesso fisico.

Il bersaglio della campagna, del resto, è abbastanza chiaro. GitHub collega l’iniziativa alla recente decisione di Sony di fermare la produzione di giochi PlayStation in formato fisico a partire da gennaio 2028, una scelta che segue una direzione già ben visibile in tutto il settore.

Nei numeri citati da GitHub, nel 2023 circa l’83% dei giochi console venduti era già in formato digitale. E, sempre secondo GitHub, sul versante PlayStation la quota di download digitali dei giochi completi ha toccato perfino l’85% in uno dei trimestri più forti dell’anno fiscale 2025.

Il mercato, insomma, si sta già muovendo come se il supporto fisico fosse poco più che un avanzo del passato.

Ed è proprio qui che i Repo CDs diventano ambigui. Da una parte, il CD-ROM resta un simbolo semplicissimo da capire quando si parla di conservazione materiale. Dall’altra, non è affatto una garanzia archivistica senza punti deboli.

La vita di un disco può andare da circa 10 anni fino a oltre 100, a seconda di come è stato prodotto e di come viene conservato, ma i problemi possibili sono noti: ossidazione, calore, umidità e il cosiddetto disc rot.

La cosa risalta ancora di più se pensi che GitHub ha già un programma di conservazione molto più serio e molto più ambizioso. Parliamo dell’Arctic Code Vault di GitHub, che archivia codice open source su pellicola rinforzata pensata, secondo GitHub, per durare circa 1.000 anni. Per questo i Repo CDs funzionano molto meglio come messaggio che come risposta tecnica.

L’annuncio, prevedibilmente, ha diviso. Alcuni sviluppatori l’hanno preso come una trovata brillante, nostalgica, perfettamente allineata al momento. Altri l’hanno archiviata come un’operazione di pubbliche relazioni un po’ superficiale, con tanto di critiche sul possibile aumento dei rifiuti elettronici e qualche stoccata all’affidabilità delle stesse piattaforme cloud.

Resta comunque la domanda di fondo: che cosa perdiamo quando tutto diventa solo digitale? Per molti sostenitori della conservazione, a indebolirsi sono l’accesso nel lungo periodo, il mercato dell’usato e perfino l’idea stessa di proprietà.

Se uno store chiude o cambia una licenza, un contenuto può sparire. E anche quando una copia fisica esiste, sempre più spesso servono patch del day one o download obbligatori per ottenere l’esperienza completa.

I Repo CDs non risolveranno tutto questo.

Però, come gesto simbolico, colpiscono esattamente lì dove devono.

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Spotify porta i pin in La tua Libreria da 4 a 20: rollout già avviato

Buone notizie per chi usa Spotify ogni giorno: l’azienda ha confermato uno dei cambiamenti più chiesti dagli utenti della sua app. In Spotify, il numero di elementi che puoi bloccare in cima a La tua Libreria sale da 4 a 20 e, a quanto spiega la piattaforma, l’aggiornamento arriverà agli utenti Free e Premium di tutto il mondo nel corso del prossimo mese. La distribuzione, intanto, è già partita.

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Sulla carta sembra una modifica piccola. Poi però basta aprire La tua Libreria dopo qualche settimana di uso intenso per ritrovarsi dentro un accumulo di playlist, album salvati, artisti seguiti, podcast e audiolibri.

Poter tenere fino a 20 scorciatoie in alto vuol dire scorrere meno e arrivare più in fretta a quello che usi davvero.

Con il nuovo tetto puoi fissare in alto playlist, album, artisti, podcast, audiolibri e creatori. In sostanza, quasi tutto quello che finisce nella Libreria può essere messo in evidenza, così resta sempre a portata di mano.

La novità pesa più di quanto sembri anche per un altro motivo: il vecchio limite, fermo a 4 pin, era da anni uno degli aspetti più criticati nell’organizzazione interna di Spotify. Da quando la funzione è stata introdotta, circa cinque anni fa, molti utenti hanno fatto notare che quattro elementi erano troppo pochi, soprattutto adesso che nell’app convivono musica, contenuti parlati e libri dentro la stessa schermata.

Il punto non era la funzione in sé. Era quanto fosse rigida. Se usi Spotify per ascoltare musica, seguire podcast e tenere d’occhio una lista di album da recuperare, finisci quasi subito per dover decidere cosa sacrificare.

Quattro slot bastavano appena per le playlist principali. Tutto il resto rimaneva fuori.

Portare il limite a 20 cambia davvero il modo in cui puoi sistemare la Libreria. Per chi passa da playlist personali a nuove uscite appena salvate, dai podcast che ascolta sempre a un audiolibro lasciato a metà, il miglioramento si sente.

Tradotto in pratica: meno confusione, interfaccia più comoda.

C’è poi anche una questione competitiva. Apple Music, per esempio, permette di fissare fino a 6 elementi.

Le somiglianze con Apple Music si vedono, ma qui Spotify sembra andare oltre: con 20 pin non supera soltanto il suo vecchio limite, supera anche una delle alternative più conosciute in circolazione.

La modifica era stata avvistata per prima da alcuni utenti su Reddit, comparsa dopo un aggiornamento dell’app. Poco dopo è arrivata anche la conferma ufficiale di Spotify, tramite un portavoce, con la precisazione che il rollout è già in corso.

L’aumento dei pin fa parte di una fase più ampia in cui Spotify sta provando a rendere più gestibili Libreria e playlist. Negli ultimi mesi sono arrivate anche le cartelle per playlist su mobile, gli strumenti per modificare più elementi insieme, controlli della coda più avanzati per gli utenti Premium, il pulsante reshuffle e download in background più affidabili su iPhone.

Non è il cambiamento più vistoso mai comparso nell’app. Però, per parecchi utenti, potrebbe finire tra le novità più utili che Spotify abbia introdotto negli ultimi anni.

Sony investe 30 milioni: la fabbrica dei dischi PlayStation passa alle microlenti

Sony ha già messo in moto la riconversione dello stabilimento di Thalgau, in Austria. Oggi lì si producono dischi per PlayStation, ma l’impianto è destinato a cambiare pelle e a diventare una fabbrica di microlenti ottiche. L’investimento annunciato dal gruppo giapponese è di 30 milioni di euro.

La scelta non riguarda soltanto un sito produttivo europeo. Dice anche, in modo piuttosto netto, dove si sta spostando il business PlayStation di Sony: sempre meno supporti fisici, sempre più digitale e, in parallelo, un allargamento verso mercati tecnologici in crescita che vanno oltre il gaming.

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Sony trasforma la fabbrica austriaca dei dischi PlayStation

Il sito di Thalgau produce oggi circa 600.000 dischi al giorno e, stando ai numeri diffusi da Sony nel piano di riconversione, i titoli PlayStation valgono più o meno la metà del volume complessivo. Il punto è che, secondo le stime interne dell’azienda, gli ordini potrebbero scendere fino a circa il 10% dei livelli attuali entro il 2028. A quel punto ripensare l’impianto non sarebbe più una possibilità, ma una necessità.

Il calendario, del resto, è già stato tracciato. Nel piano annunciato da Sony si parla dello stop alla produzione di giochi fisici per le sue console entro gennaio 2028. La decisione conferma un cambiamento che il mercato sta mostrando da anni: download e acquisti via store digitale hanno preso sempre più spazio, mentre scatole e dischi sugli scaffali contano molto meno di prima.

C’è poi il nodo dell’occupazione. I circa 300 dipendenti del sito, almeno secondo le previsioni attuali, non dovrebbero finire dentro un piano di licenziamenti collettivi: Sony punta a riqualificare il personale per la nuova attività produttiva e conta di avviare la produzione su larga scala delle microlenti già nel 2027.

Perché il fisico arretra

La conversione del sito austriaco non è un caso isolato e non parla solo di Sony. Riflette una tendenza più ampia. Le vendite digitali di videogiochi, secondo le stime di settore, sono salite in fretta negli ultimi anni: dal 13% del 2013 a quasi l’80% nel 2025. Per i publisher vuol dire margini più alti, meno spese per produzione, logistica, distribuzione e retail, oltre a una gestione più diretta delle vendite.

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Sul piano industriale, continuare a tenere in piedi una grande capacità produttiva per i dischi ha sempre meno logica se la domanda si restringe anno dopo anno. La riconversione consente quindi a Sony di difendere la redditività del business, e insieme, di spostare risorse verso settori che oggi appaiono più interessanti.

Le microlenti ottiche spalancano altri mercati

Qui i videogiochi tradizionali non c’entrano. Le microlenti ottiche che usciranno da Thalgau saranno destinate a sistemi automotive, comprese le funzioni avanzate di assistenza alla guida, gli ADAS, e le proiezioni luminose. Ma non solo: potranno trovare spazio anche in dispositivi consumer come i visori per realtà aumentata e realtà virtuale, quindi AR e VR.

Per Sony è anche una scommessa sulla crescita dell’optoelettronica, un mercato che, secondo gli analisti, potrebbe toccare quota 64 miliardi entro il 2030. Tradotto: la fabbrica che per anni ha stampato supporti per console potrebbe ritrovarsi a occupare un posto nella strategia del gruppo in aree molto più larghe del solo gaming.

Cosa cambia per te e per il futuro di PlayStation

Una mossa del genere, inevitabilmente, riaccende le speculazioni su una futura PlayStation 6 solo digitale. Non sarebbe affatto un colpo di scena. Per molti utenti, però, resta un passaggio delicato: meno libertà di scelta se preferisci il formato fisico, niente rivendita dei nuovi titoli e altri dubbi su come verranno conservati i giochi nel lungo periodo.

Per ora Sony non ha ancora reso noti dettagli ufficiali sull’hardware di nuova generazione. Però la riconversione della fabbrica austriaca manda un segnale difficile da mettere da parte: nel futuro di PlayStation, per i dischi, sembra esserci sempre meno posto.

Relic trasformerà la mitica franchise di Company of Heroes in un roguelite

Relic Entertainment ha annunciato che la sua mitica franchise Company of Heroes avrà un nuovo capitolo. Ambientato nella Seconda guerra mondiale e di nome Company of Heroes 3: Final Stand, sarà un titolo indipendente da Company of Heroes 3, addentrandosi nel terreno di uno dei generi più popolari attualmente: il roguelite.

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Il roguelite sta bene con tutto

Potendosi giocare in solitaria o in cooperativa per due giocatori, lo scopo sarà sopravvivere a ondate di nemici sempre più complicate. Con fino a dodici ondate, tra una e l’altra potremo scegliere unità e abilità che si manterranno fino alla fine della run. Con sistemi di progressione tra una partita e l’altra, come vantaggi e abilità uniche per ogni fazione —che, in questa occasione, saranno Stati Uniti, Wehrmacht, Gran Bretagna e Afrikakorps—, il gioco arriverà pieno di contenuti.

La storia recente di Relic Entertainment è una di successi. Independizzata da Sega nel marzo del 2024, ha pubblicato lo scorso 23 febbraio 2023 il suo fortunato Company of Heroes 3 e ha autopubblicato lo scorso 29 ottobre 2025 il suo primo gioco di strategia a turni: l’interessante Earth vs. Mars.

Con una data di lancio fissata per il prossimo 29 luglio, Company of Heroes 3: Final Stand cercherà di ravvivare l’estate per i fan della strategia dando una piccola svolta più contemporanea al genere. Se funzionerà o no è tutto da vedere, dato che l’ultima volta che in Relic hanno provato a fare qualcosa di simile è stato un fallimento assoluto, come ha dimostrato il caso di Dawn of War 3, ma visto il successo dei roguelite negli ultimi tempi, non è da escludere che questo Final Stand possa essere un inaspettato successo di critica e pubblico.

iPhone e iPad: cosa cancella davvero il reset delle impostazioni di rete

iPhone e iPad: cosa cancella il reset delle impostazioni di rete

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Su iPhone e iPad, il ripristino delle impostazioni di rete resta una delle mosse più utili quando il Wi‑Fi continua a cadere, il Bluetooth smette di vedere gli accessori o la rete mobile inizia a dare problemi dopo un aggiornamento. Cancella le impostazioni di connessione, non foto, app, messaggi, documenti o altri contenuti personali.

Non è un reset completo del dispositivo. Quello è “Inizializza contenuto e impostazioni”. Qui vengono riportati ai valori predefiniti vari parametri legati alla connessione, ed è proprio per questo che spesso risolve problemi ostinati.

Cosa fa davvero il reset delle impostazioni di rete

Stando ad Apple, questa funzione azzera le impostazioni collegate a Wi‑Fi, rete cellulare, Bluetooth, VPN e, in alcuni casi, anche l’attivazione eSIM o alcuni parametri dell’operatore. Torna utile quando la connessione dà problemi senza una causa chiara e i rimedi più semplici non bastano.

Prima di arrivarci, però, Apple nelle sue pagine di supporto, insieme a molti tecnici, consiglia quasi sempre i passaggi di base: attivare e disattivare la modalità Aereo, riavviare il dispositivo, controllare se il router ha qualche problema oppure verificare se l’operatore sta segnalando disservizi.

Il reset di rete, insomma, entra in gioco dopo. Non è il primo tentativo.

Cosa viene cancellato e cosa no

Apple specifica che il ripristino non elimina i dati personali, ma rimuove parecchie configurazioni salvate. In concreto, spariscono le reti Wi‑Fi memorizzate con le rispettive password, gli abbinamenti Bluetooth, le VPN configurate a mano, le impostazioni APN e alcuni parametri della rete mobile. In certi casi possono essere rimossi anche i certificati segnati manualmente come attendibili.

Può capitare anche che vengano disattivati il roaming dati e altre opzioni dell’operatore. E il nome del dispositivo può tornare a quello generico, per esempio “iPhone”.

Meglio quindi avere sottomano le password del Wi‑Fi, i dati della VPN ed eventuali impostazioni di rete aziendali.

Come ripristinare le impostazioni di rete su iPhone e iPad

Il percorso è semplice e di solito richiede meno di un minuto: Impostazioni > Generali > Trasferisci o inizializza iPhone/iPad > Ripristina > Ripristina impostazioni rete.

A quel punto ti verrà chiesto di inserire il codice del dispositivo e confermare. Subito dopo, iPhone o iPad si disconnetterà dalla rete in uso; il Wi‑Fi si spegnerà e si riaccenderà da solo durante la procedura.

Quando il reset sarà finito, dovrai collegarti di nuovo alle reti Wi‑Fi e reinserire le password. Conviene dare un’occhiata anche a VPN, dati mobili ed eventuali impostazioni specifiche dell’operatore.

I casi particolari: iPad e Apple Watch

Sugli iPad solo Wi‑Fi, il reset riguarda naturalmente le connessioni wireless e il Bluetooth, mentre non tocca le impostazioni cellulari perché non ci sono. Sugli iPad con SIM o eSIM, invece, anche la parte mobile torna ai valori di default.

Con Apple Watch il discorso cambia. Una procedura equivalente a quella di iPhone e iPad non c’è. Se compaiono problemi, di solito si prova a dimenticare una rete Wi‑Fi specifica oppure, nei casi più ostinati, a disassociare Apple Watch dall’iPhone e configurarlo di nuovo.

Quando può servire davvero

Se ne riparla spesso dopo gli aggiornamenti di iOS, quando possono spuntare bug o incompatibilità temporanee con reti, accessori Bluetooth o profili eSIM.

Alcuni utenti raccontano che iCloud Portachiavi può aiutare a recuperare le credenziali Wi‑Fi dopo il reset. Altri, invece, dicono di aver perso del tutto le reti salvate.

Il punto è questo: il reset di rete può davvero risolvere il problema, ma conviene farlo sapendo bene cosa verrà cancellato e cosa no.

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The Witcher 3, undici anni dopo: perché la battuta su Lambert è ancora iconica

Nel 2026, undici anni dopo l’uscita del 2015, The Witcher 3: Wild Hunt continua a stare lì dove pochi giochi riescono a restare così a lungo: tra i riferimenti veri della narrativa videoludica.

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Il titolo di CD Projekt Red viene ancora preso come termine di paragone quando si parla di scrittura nei videogiochi, e non solo per il mondo aperto o per la qualità delle missioni. Il punto, più di tutto, è come The Witcher 3: Wild Hunt costruisce i suoi personaggi.

Se ne riparla oggi, c’è una battuta che riaffiora quasi sempre prima di tante altre. La filastrocca che Geralt rifila a Lambert durante un viaggio in barca, “Lambert, Lambert, what a prick”. È una sciocchezza di pochi secondi, ed è perfetta così. Però basta da sola a raccontare il tono del gioco: brillante, umano, mai troppo innamorato di sé.

Perché The Witcher 3 resta un riferimento per la narrativa nei videogiochi

Se The Witcher 3: Wild Hunt viene citato ancora così spesso, il motivo è abbastanza chiaro: pochi giochi sono riusciti a tenere insieme leggerezza e profondità con questa naturalezza.

Da un lato c’è l’umorismo asciutto di Geralt, che rende credibili i rapporti tra witcher, amici e compagni di strada. Dall’altro c’è una scrittura che sa mettere in scena dilemmi morali senza regalarti scorciatoie comode.

L’esempio più famoso resta il discorso di Geralt sull’idea che “il male è male. Minore, maggiore, mediocre, non fa differenza”, una riflessione che col tempo è diventata il manifesto dell’ambiguità morale dell’intera saga.

Sono proprio le due cose insieme, le battute che ti restano in testa e i temi pesanti trattati senza semplificazioni, a far sembrare il gioco ancora attualissimo, anche se per te non è certo la prima volta che ci torni.

Dalla battuta su Lambert al Bloody Baron

La rima su Lambert è diventata iconica perché arriva in un momento che sembra di pausa, quasi buttato lì, e proprio per questo suona vera.

Non ha l’aria della frase scritta per diventare virale. Sembra davvero qualcosa che quel personaggio direbbe in quel momento. È anche qui che The Witcher 3: Wild Hunt continua a distinguersi, nella capacità di trasformare perfino i passaggi minori in caratterizzazione pura.

Lo stesso discorso vale per archi narrativi molto più pesanti, come quello del Bloody Baron, ancora oggi indicato spesso da critica e giocatori come uno degli esempi migliori di storytelling interattivo maturo.

In quella linea di missioni non trovi eroi limpidi o mostri facili da odiare. Ci sono colpa, trauma, dipendenza, conseguenze. E tutto viene trattato con una scrittura che non si rifugia mai nelle risposte semplici.

Un successo che non si è mai fermato

La resistenza del gioco nel tempo non è soltanto culturale. Lo è anche sul piano commerciale. A maggio 2026, secondo i dati condivisi da CD Projekt Red, The Witcher 3: Wild Hunt aveva superato i 65 milioni di copie vendute. Un traguardo che lo piazza tra i videogiochi più venduti di sempre e che dice più di qualunque premio su quanto forte sia rimasto il legame con il pubblico.

E la serie, di fatto, non si è mai fermata.

CD Projekt Red e Fool’s Theory stanno lavorando insieme a una nuova espansione di The Witcher 3: Wild Hunt, Songs of the Past, prevista per il 2027, almeno stando alle informazioni emerse finora. Intanto è in sviluppo anche il prossimo capitolo principale della saga, con Ciri pronta a raccogliere il testimone da protagonista, come mostrato da CD Projekt Red.

Per il momento, però, The Witcher 3: Wild Hunt continua a fare quello che riesce solo ai classici veri: farsi rigiocare, riascoltare, citare. Anche solo per una semplice, cattivissima rima su Lambert.

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Final Fantasy VII Revelation: leak su 9 DLC e Story Expansion Pass

Secondo un listing emerso nelle ultime ore su Epic Games Store, Final Fantasy VII Revelation , indicato come terzo e ultimo capitolo della trilogia remake di Square Enix, potrebbe avere un supporto post-lancio molto più corposo del previsto: ben nove pacchetti DLC e uno Story Expansion Pass.

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I fan della trilogia remake chiedono da anni un piano post-lancio più sostanzioso, e stavolta l’ipotesi sembra meno campata in aria del solito. Stando a quanto riportato da un listing trapelato su Epic Games Store, all’interno di una voce del database collegata a Final Fantasy VII Revelation sarebbero comparsi nove DLC insieme a uno Story Expansion Pass.

Se la voce si rivelasse fondata, saremmo davanti a un piano molto più ambizioso di quello visto fin qui con Final Fantasy VII Remake e Final Fantasy VII Rebirth. Resta però un problema piuttosto grosso: al momento parliamo solo di un’indiscrezione, e per di più non verificata.

Final Fantasy VII Revelation, leak su DLC e Story Expansion Pass

In base a quanto comparso nel listing trapelato su Epic Games Store, Final Fantasy VII Revelation potrebbe arrivare accompagnato da una lunga serie di contenuti aggiuntivi. La voce nel database farebbe riferimento a nove DLC e a uno Story Expansion Pass, un particolare fin troppo preciso per non attirare subito l’attenzione della community.

Il dettaglio che colpisce di più è proprio il nome del pass. Story Expansion Pass fa pensare a una vera espansione narrativa di peso, non a semplici bonus cosmetici o a piccoli extra distribuiti nei mesi successivi al lancio.

Una prospettiva del genere cambierebbe parecchio il quadro rispetto a quanto visto finora con gli altri capitoli della trilogia. Final Fantasy VII Remake aveva ricevuto un solo DLC narrativo, Episode Intermission dedicato a Yuffie; Final Fantasy VII Rebirth, invece, non ha mai avuto una vera espansione della storia. Ecco perché nove DLC e un pass legato alla trama suona subito come il possibile segnale di un cambio di strategia da parte di Square Enix.

Perché il leak va preso con cautela

Prima di farti prendere dall’entusiasmo, conviene fermarsi un attimo: Square Enix non ha rilasciato alcun commento ufficiale su questa fuga di notizie. E in una situazione del genere cambia tutto.

Diversi osservatori fanno anche notare che questo tipo di voci nei database digitali può includere semplici placeholder, cioè etichette interne inserite in anticipo e non per forza legate a contenuti già decisi o pronti.

Detta più semplicemente, il leak potrebbe riflettere piani iniziali, idee ancora sul tavolo oppure una struttura commerciale preparata per ragioni tecniche.

Per questo parlare già adesso di nove DLC sicuri sarebbe azzardato. Il listing su Epic Games Store c’è, certo, ma da solo non basta a confermare quale sarà davvero il piano finale di pubblicazione.

Un possibile cambio di passo dopo le vendite di Rebirth

Dal punto di vista commerciale, questa ipotesi non arriva proprio dal nulla. Il presidente di Square Enix, Takashi Kiryu, aveva ammesso che le vendite iniziali di Final Fantasy VII Rebirth su PS5 erano rimaste sotto le aspettative, pur a fronte di un buon debutto fisico in Giappone.

Con l’uscita su PC, però, Final Fantasy VII Rebirth ha registrato una spinta significativa. È un dato che potrebbe aver rafforzato l’idea di una distribuzione più ampia per il terzo capitolo. E potrebbe anche spiegare una maggiore attenzione verso contenuti post-lancio pensati per mantenere alto l’interesse nel tempo.

Final Fantasy VII Revelation viene indicato da diverse fonti come un titolo in arrivo nella primavera del 2027 e destinato a uscire su più piattaforme. Se le cose stessero davvero così, un supporto più esteso dopo il lancio sarebbe coerente con una strategia commerciale più aggressiva e più larga di quella vista in passato.

Cosa sappiamo davvero del finale della trilogia

Al netto del leak, i segnali ufficiali sul progetto restano incoraggianti. Tetsuya Nomura ha detto che lo sviluppo sta andando secondo i piani e che il team ha già in mente una finestra per l’annuncio vero e proprio.

Naoki Hamaguchi, da parte sua, ha descritto Final Fantasy VII Revelation come il punto d’arrivo della trilogia: un gioco pensato per fondere l’attenzione ai personaggi di Final Fantasy VII Remake con la scala più aperta di Final Fantasy VII Rebirth. In questo quadro, anche l’Highwind dovrebbe avere un ruolo centrale nella libertà concessa al giocatore, un dettaglio che sta già facendo discutere i fan.

Nel frattempo la community si divide. Da una parte c’è chi sogna espansioni ispirate ad Advent Children o Dirge of Cerberus; dall’altra chi teme una spinta troppo aggressiva sul fronte della monetizzazione. In ogni caso, Final Fantasy VII Revelation è già riuscito a far parlare parecchio di sé ben prima della presentazione ufficiale.

Per ora restano indiscrezioni non confermate. Bisogna solo aspettare per capire se Final Fantasy VII Revelation arriverà davvero accompagnato da nove DLC e da uno Story Expansion Pass.